PERSONE CHE HANNO LETTO O CURIOSATO

lunedì 18 aprile 2016

Bobbi e Nick: storia di musica, amore e anarchia...

Nello slogan c'era tutto il programma.
Sarebbero stati “Tre giorni di pace e musica”

Nelle intenzione doveva essere un "normale" (grande) concerto; nella realtà è invece diventato il manifesto di una generazione, il momento più “alto” della diversa - e radicalmente opposta - concezione di vita rispetto alle convenzioni borghesi di allora.

E basta dire una parola per capire cosa sto per raccontarvi: Woodstock

Woodstock, dal nome di un piccolo paese (oggi di seimila abitanti) dello Stato di New York.

Simbolo dell’iniziativa: una colomba (della pace) appollaiata su un manico di chitarra impugnato da una mano le cui dita fanno più o meno un "re6".
Come si legge nel poster, affisso a migliaia di copie un po' dovunque nello Stato di New York, l'appuntamento era per il 15, il 16 e il 17 agosto del 1969.

“Doveva vedere la strada da cui arrivano tutti: è ancora il primo giorno ma è uno spettacolo! Tutti qui parlano liberamente, tutti sono mezzi nudi!”, raccontava una ragazza (ovviamente nuda) ad un cronista del New York Times che la intervistava mentre faceva il bagno in un laghetto insieme ad altre decine di giovani, anch’essi completamente o praticamente nudi.

L'idea venne a quattro giovanotti per bene (e hippy nell'anima) di New York: Michael Lang, Artie Kornfeld, John P. Roberts e Joel Rosenman.

Questi ultimi due avevano un po' di soldi da parte che volevano, dissero, investire in qualche iniziativa.
Redditizia e possibilmente divertente.

John P. Roberts e Joel Rosenman
Presentandosi come"Challenge International Ltd", pubblicarono una inserzione sul New York Times e sul Wall Street Journal: "Giovani con capitale illimitato cercano interessanti opportunità (legali) di investimento e proposte d'affari".

"Capitale illimitato"... Oddio, forse avevano un po' esagerato. Ma dovevano pur far abboccare qualcuno, no?

Sta di fatto che John e Joel vennero contattati da due loro coetanei aspiranti discografici, Michaele e Artie, che da tempo avevano in testa un'idea "meravigliosa": aprire uno studio di registrazione in un piccolo centro della Contea di Ulster, Stato di New York.

 


Era, ne erano convinti, il paesino perfetto per questo genere di iniziativa: seimila abitanti, 145 chilometri a nord di New York, già ai tempi della sua fondazione, nella prima metà dell'800, era teatro di un piccolo festival annuale, e negli anni venne scelta da artisti, scrittori, pittori e musicisti, come luogo dove vivere e trarre ispirazione. 
Le sue campagne, per esempio, ospitavano anche la casa "fuori porta" di Bob Dylan. 
Una (ancor oggi) graziosa cittadina che si chiamava Woodstock.
("Gli hippy sono sempre benvenuti")

Iniziarono a discutere della cosa ma ad un certo punto ripiegarono verso un'idea ancora più divertente (e meno impegnativa, in fondo...): organizzare un grande concerto, una grande kermesse musicale - a pagamento, si intende - con i maggiori cantanti e gruppi rock americani del momento. 
Un'idea, ne erano convinti, che sarebbe stata in grado di  attirare almeno alcune migliaia di persone paganti.

O almeno così speravano...

Iniziarono a contattare gli artisti e, non so come, visto che non si erano mai occupati di concerti, riuscirono a mettere insieme ospiti davvero "stellari".
Quasi i migliori di quei tempi.

32 cantanti e gruppi del rango di Joan Baez (che, tra l'altro era al sesto mese di gravidanza), Richie Havens, Country Joe McDoland, Janis Joplin, Arlo Guthrie, Santana, Canned Heat, Grateful Dead, The Who, Credence Clearwater Revival, Crosby Steel Nash &Young, Jafferson Airplane, Jimi Hendrix, Ten Years After, Joe Cocker.

Erano decisamente altri tempi, e la motivazione "spirituale" (e forse la giovane età di tutti i cantanti), spinse un po' tutti ad accettare ingaggi - resi noti solo l'anno scorso, 45 anni dopo - che in effetti, oggi, in alcuni casi fanno sorridere.

Il più pagato fu Jimi Hendrix, che ricevette 18mila dollariConsiderato (non a torto) la star del momento, lui esigette il cachet più alto e di cantare per ultimo. 
Ma non fu proprio una brillante idea...

Blood, Sweat & Tears, invece, vennero pagati 15.000 $, Joan Baez e Creedence Clearwater Revival 10.000 $, The Band, Janis Joplin e Jefferson Airplane 7.500 $, e via fino ai Canned Heat 6.500 $, The Who 6.250 $, Arlo Guthrie e CSNY 5.000 $, Grateful Dead 2.500 $, Joe Cocker 1.375 $. Pensate: Santana accettò di suonare per soli 750 dollari.

Per tre giorni di “pace e musica” (e amore…) in prevendita i biglietti costavano 18 dollari (120 dollari attuali, circa 106 €uro), mentre ai botteghini il prezzo per la "tre giorni" saliva a 24 $.


L’evento, in verità, sarebbe dovuto passare alla storia con il nome assai meno evocativo di “Festival di Bethel”, visto che il consiglio comunale di Woodstock - improvvisamente terrorizzato dalla calata dei previsti cinquantamila "Lanzichenecchi" - a poche settimane dal via vietò con un inatteso voltafaccia l’uso del proprio territorio.

John, Joel, Michael e Artie fecero appena in tempo a ristampare alcune centinaia di manifesti con la nuova indicazione della località: White Lake,
nella campagna di Bethel, cittadina di duemila anime ad una settantina di miglia da Woodstock.

112 chilometri più in là: manco a "due passi". Poco meno della distanza fra Torino e Milano.

Ancora grazie che, dopo il dietro front delle autorità di Woodstock, provvidenzialmente si fece avanti un giovane di Bethel che aveva già in mano il permesso di effettuare un concerto!
Oddio: è pur vero che il permesso non riguardava proprio un concerto di musica "rock". Per la verità, lì a Bethel, il giovanotto ogni anno organizzava per la pro-loco una (assai soporifera) esibizione di "musica da camera".

Certo, il genere musicale - e il pubblico - non sarebbero poi stati proprio simili: in quei giorni, a Bethel, nell’aria non risuonarono infatti soavi e rilassanti arie classiche. Così come non sarebbero arrivati i soliti 150 spettatori (quasi tutti over 60...) che negli anni precedenti avevano sempre assicurato la loro presenza all'evento organizzato da quel bravo ragazzo.

Ma intanto dovevano risolvere dove farlo, quel concerto: ecco, diciamo che il "gazebo" in ferro battuto bianco che veniva solitamente montato sulla Main Street del paese, non era proprio adatto...
Provvidenzialmente, proprio da quelle parti - a "White Lake", località nei dintorni di Bethel - si trovava un grande appezzamento di terreno di proprietà di tal Max Yasgur che si fece avanti assai divertito all'idea di vedersi gratis un bel po' di big del rock di quegli anni. 

I quattro andarono a dare un'occhiata e decisero che sì, il terreno "a conca" era perfetto, effettivamente adatto a contenere un bel po' di persone.

Il concerto dunque venne spostato quasi all'ultimo minuto qui, anche se i manifesti parlavano ancora di Woodstock. Meno male che c'erano i notiziari locali...

Pare che i genitori di Max, tipi un po' all'antica, inizialmente  non fossero molto d'accordo. Ma le loro perplessità svanirono all'istante quando si trovarono in mano un assegno di 50.000 dollari.
Per la miseria! Ma chi li aveva mai visti, tutti insieme, quei soldi??

50.000 dollari potrebbero sembrare tanti per l'affitto di un campo dove non c'era nulla: ma bisogna tenere conto che i quattro ragazzi di New York avevano già venduto 186.000 biglietti nella sola prevendita.
E 186.000 per 18 dollari a biglietto (18 dollari del 1969 che oggi equivalgono a 120 dollari) facevano già 3 milioni e 348 mila dollari. Più di 22 milioni di dollari di oggi, poco più di 19 milioni e 300 mila euro.
Porca miseria!

Ma a Bethel non giunsero soltanto le duecentomila persone che avevano comprato il biglietto (e che erano state preannunciate alle autorità locali...).
Altre centinaia di migliaia di ragazzi 
acquistarono i biglietti una volta giunti davanti ai botteghini.




I giornali, che prima di quel momenti avevano "snobbato" un po' l'avvenimento, furono costretti ad occuparsene quando il traffico bloccò quella parte dello Stato di New York

Quando gli spettatori raggiunsero quota 500mila, il meccanismo sfuggì dalle mani dei promoter, andando gioiosamente “in tilt”. Regalando così a tutti gli altri che accorsero senza biglietto, tre straordinari giorni, di altrettanto straordinaria musica gratis.
Sulle strade della contea di Sullivan, infatti, secondo la Polizia locale - che ad un certo punto praticamente si arrese di fronte a questa specie di "invasione aliena" e che era tentata di chiedere l'aiuto della Guardia Nazionale - si riversarono più di due milioni di persone.

Un milione soltanto la domenica.
Con la situazione sulla State Road 17B, la strada locale, che era questa...



Fu pazzesco: successe che da tutto l'est degli Stati Uniti giunsero lì, con ogni mezzo, due milioni di giovani: un flusso tale di auto, pullman, gente a piedi, che provocò quasi per l'intera settimana la paralisi del traffico di quella parte dello Stato di New York.

Praticamente per una settimana la situazione fu questa...  


Fu una mezza rivoluzione (pacifica).
Mai, nella storia degli Stati Uniti, era successo che centinaia di migliaia di ragazzi si trovassero tutti insieme in un luogo, dormendo, poi, dove capitava: in tenda, nelle auto, per terra, ai bordi delle strade di campagna, nei campi, sotto gli alberi. 

Giovani, giovanissimi che, nella maggior parte dei casi, anzi, quasi non dormirono affatto, visto che il concerto andò avanti per tre giorni 24 ore no stop.
Con pause tecniche soltanto per il cambio dei gruppi sul palco e degli strumenti (e per aspettare la fine di violenti nubifragi).

Ragazzi che, per la prima volta, si sentirono "comunità", se non "gruppo".

Furono davvero tre giorni e tre notti straordinariamente di pace, amore e musica, e che nemmeno alcuni giganteschi acquazzoni - che trasformarono l’area in un immenso pantano - riuscirono a fermare.





Certo, un milione e più di giovani che per giorni fecero abbondante uso di marijuana, Lsd e alcool, poteva far presagire un’apocalisse: ma il bilancio, da quel punto di vista, alla fine fu di soli due morti.
Un ragazzo ucciso da una overdose di eroina, ed un altro investito accidentalmente da un trattore mentre dormiva, praticamente invisibile, nel bel mezzo di un campo di grano.

Nelle stesse ore due ragazze incinte - che non avevano voluto rinunciare all’avvenimento nonostante l’avanzata gravidanza - si trovarono a partorire con il rock che faceva da colonna sonora.

Impossibile, invece, quantificare le migliaia di sicuri concepimenti avvenuti in quei tre giorni.
Giorni di musica, pace, libertà, fiori nei capelli, amore, spinelli, nudismo, sesso libero, autogestione, anarchia, ma anche di spensierata e allegra disorganizzazione.




Tre giorni di esperimento collettivo, di provocazione e di rivolta ideale, ma anche di pazienza e tolleranza.
In fondo, proprio quello che sembravano aver bisogno quei giovani sempre più insofferenti alle regole opprimenti della società borghese americana di fine anni '60. 

Quanta gente c'era? 
Complessivamente nei tre giorni - dissero i responsabili della Polizia locale che si limitarono (facendo gli scongiuri...) a fare qualche sporadico controllo e a vedere stupefatti quella massa di ragazzi che pacificamente aveva invaso Bethel e le strade dei paesini dei dintorni - fra il milione e mezzo e i due milioni. 

D'altronde basta guardare le fotografie di allora: roba da far accapponare la pelle.









Due milioni di ragazzi che, pur senza dirselo, avevano deciso di trovarsi lì, in quel puntino dello Stato di New York, per il puro piacere di stare insieme.
E liberi.

"Insieme e liberi di godere uno stile di vita che è in se stesso una dichiarazione di indipendenza", come scriveva in un editoriale di quei giorni il New York Times, cercando di interpretare e di spiegare ai lettori un po' sbigottiti cosa diavolo stava succedendo.

Doveva essere un normale concerto di musica rock, ma le strade completamente paralizzate della Contea e i temporali che provocarono continui black-out, mandarono presto in tilt l'allegra macchina da guerra di John, Joel, Michael e Artie.

Qualche cantante non riuscì a raggiungere "White Lake", altri ce la fecero solo grazie ad elicotteri.
Così la "scaletta" ne uscì allegramente stravolta, con artisti che salirono sul palco con svariate ore di ritardo. 

Tre giorni che segnarono contemporaneamente
sia il momento più “alto”, sia l’inizio della parabola discendente di quell’epoca americana, pervasa da sogni e utopie:
quella nata nel 1964, dal discorso di Mario Savio all'Università di Berkeley, dai sogni musicali di Scott McKanzie che cantò l'amore universale e la bellezza dei fiori nei capelli dei ragazzi di San Francisco, quella cresciuta con le libere cavalcate delle moto di "Easy Rider" negli infiniti spazi liberi americani, quella degli obiettori di coscienza che, una volta reintrodotta la leva obbligatoria - perché così esigeva la sciagurata guerra del Vietnam - disertarono andando in galera o scappando in Canada o in Gran Bretagna.

Di "politica", durante i tre giorni di Woodstock, se ne parlò poco o niente.
Anzi, il tentativo dell'attivista hippy Abbie Hoffman di perorare, durante l'esibizione degli Who, la causa del poeta beat John Sinclair - da poco condannato a 10 anni di carcere per il possesso di due spinelli - fu interrotto dal chitarrista Pete Townshend con un violento colpo di chitarra che scaraventò il malcapitato giù dal palco.

"Ma fu solo perché quel tizio cercò di interrompere la nostra performance", si giustificò successivamente il leader degli Who...

Ecco qua.

E questo scatto realizzato da Burk Uzzle, fotografo del settimanale "Life" proprio mentre, alle sei del mattino, Grace Slick dei Jafferson Airplane cantava "Somebody to Love" ("Non vorresti qualcuno da amare? Non avresti bisogno di qualcuno da amare?"), è forse il simbolo di questa parabola.
Il simbolo della fine di quell'epoca.
Una fotografia che è l'immagine di un grande movimento sfiancato, spossato.
Di due milioni e mezzo di persone sfinite dalla stanchezza al termine di quella pacifica ribellione (soltanto) musicale durata (soltanto) 72 ore.

E' l'immagine di due ragazzi consci che, forse, in quel momento tutto stava davvero finendo ("tutto" e non solo il concerto), cercavano consolazione in mezzo a quel faticoso disordine "post rivolta".

Una foto che sembra dire "Ecco chi siamo, noi di Woodstock.
Ecco chi siamo. Guardateci: siamo noi, il movimento".

 

Una fotografia che, infatti, venne scelta come copertina dell'album - triplo , 21 tracce - del concerto.

Una fotografia che sembra dirci (meglio): "Ecco chi siamo stati. 
Ed ecco cosa rimane...".

Rimanevano quei due giovani abbracciati - al riparo da tutto il mondo, sotto la loro rassicurante coperta calda - colti in un momento di intimità quasi consolatoria, dopo quei tre giorni e tre notti di musica, amore, anarchia e libertà.
Quando si era convinti che la musica, e il rock, avrebbero davvero potuto cambiare il mondo.

Rimanevano quei due ragazzi abbracciati, che proprio in quel momento sembrano accorgersi che la strada per proseguire quel cammino passava all'interno del loro "privato". 
Della loro vita di coppia.
L'unica certezza che, a quel punto, sembrava esserci: non più la rivolta e la lotta collettiva, ma l'energia provocata dalla forza dell'amore, che nessuno - quella davvero nessuno, nemmeno il potere degli adulti o il potere di Washington - avrebbe potuto scalfire.
Nessuno.
E a culo tutto il resto.

Finito tutto, Max Yasgur, il proprietario del terreno, dichiarò stupito ai giornali che se gli adulti si fossero ispirati a quei ragazzi "potremmo superare quelle avversità che sono i problemi attuali dell'America, nella speranza di un futuro più luminoso e pacifico". 
Ed in effetti, sarà un caso, nei giorni di Woodstock non ci furono aggressioni, né i tanto paventati saccheggi. 

Quei due ragazzi immortalati nella più celebre foto di  Woodstock, si chiamavano (anzi, si chiamano) Bobbi Kelly e Nick Ercolin
E in quel 17 agosto - quando il fotoreporter Burk Uzzle, all'alba, li fissò nell'obiettivo di Woodstock - avevano vent'anni.

Oddio
, non è che Bobbi e Nick fossero due "hippie": anzi, in verità non lo erano quasi per nulla, raccontano.
Ma avevano vent'anni, e in quegli anni anche loro ascoltavano quella musica e sentivano "dentro" quelle sensazioni, quel movimento. 
Quella confusione.
Quel disagio. 
Quella voglia di girare pagina.

Oggi lei racconta che più che altro era, e si sentiva, una semplice ragazza di campagna. Mentre il suo Nick era l'intellettuale che studiava al college. 
Nick che, per pagarlo, il college, si sparava due lavori contemporaneamente.

E' una vita che raccontano la loro storia: di quando sentirono alla radio cosa stava succedendo nella campagna di Bethel, appena fuori New York, non molto lontano da dove abitavano loro.
Di quando, con gli amici Mike, Kate e Jim - quest'ultimo nemmeno ventenne e già veterano del Vietnam (dal quale, almeno, era tornato vivo) - decisero di andarci anche loro e di arrivarci passando dalle strade di campagna attorno alla casa di Jim. 
Solo che ad un certo punto intuirono che presto sarebbero rimasti bloccati. 
Raccontano di quando riuscirono a parcheggiare l'auto alla bell'e meglio a bordo di un campo e quando vennero poi caricati da un furgone di hippy.
Tutti nudi.

Arrivarono quando il festival era in pieno svolgimento: "Era un oceano di umanità giovanile - ricordano Bobbi e Nick -: c'era chi, troppo lontano, ascoltava come poteva la musica del palco, chi suonava la chitarra, chi faceva l'amore incurante delle centinaia di persone che passavano accanto, chi fumava uno spinello, chi vomitava anche il cervello. 
Era un bombardamento di sensazioni... 
Ma sì, in fondo erano buone vibrazioni".

"Good vibrations", appunto.
Visto che non abitavano lontanissimo, Bobbi e Nick aspettarono fino alla fine, e furono fra i duecentomila che riuscirono a sentir suonare Jimi Hendrix, il quale a causa dei ritardi dovuti ai temporali, ai black out, ai colossali ingorghi dei dintorni e all'allegra disorganizzazione - avendo voluto esibirsi per ultimo - alla fine scivolò alle nove del mattino di lunedì.
Quando ormai se n'erano andate almeno trecentomila persone.
Poterono ascoltare, però, quello che è ritenuto uno dei capolavori di Hendrix: la provocatoria, volutamente distorta, scandalosamente anticonvenzionale, versione dell'inno degli Stati Uniti. La sua protesta contro un'America che era in Vietnam e che rispettava relativamente i diritti delle minoranze.

E' una bella storia, questa, cari amici di Aria Fritta.

Una storia di musica, anarchia e amore.
Perché oggi, Bobbi e Nick, stanno ancora insieme.
Sono sposati da una quarantina di anni, hanno due figli, i quali hanno regalato loro due nipoti.

Dopo Woodstock, Bobbi lavorò come infermiera in una
scuola elementare; mentre Nick, dopo il college, fece il falegname.

E tutti e due ora sono in pensione.
Lui si è pure candidato alle scorse elezioni del proprio comune.
La loro vita si svolge ancora ad appena 45 minuti di distanza da dove fu scattata quella celebre fotografia.

Mi ricordano un po' 
Paolo e Sibilla, miei compagni di scuola che stanno insieme dai nostri, assai turbolenti, anni del liceo (anni "post Woodstock", diciamo...), e che anche loro hanno due figlie, ormai laureate.
E che abitano ancora lì, a cinque minuti dalle aule del Quinto, il nostro liceo di Torino.
 
Ogni tanto (ma solo ogni tanto, magari solo per portarci qualche loro nuovo amico...) Bobbi e Nick vanno ancora là, a White Lake.
Dove oggi quasi nessun turista va, preferendo la famosa Woodstock: che però tradì, rifiutando il concerto... 

A White Lake, quel grande prato, c'è sempre.

Là dove loro, e un'intera generazione di giovani americani, vissero quei giorni senza pensieri. Giorni che entrarono nella storia del movimento giovanile mondiale.

Là dove, loro, giovani innamorati (e con tutta una vita davanti), vennero fotografati e messi sulla copertina di un disco che vendette in giro del mondo milioni di copie.

E dove oggi un cippo di cemento - con quella colomba sul manico di una chitarra - ricorda il luogo dove due milioni di ragazzi americani, dal 15 al 17 agosto del 1969, vissero tre giorni di straordinaria, magnifica, utopia.

Fatta di gioventù, musica, fratellanza e sogno.
E pace.
E amore.
E libertà...



© dario celli. Tutti i diritti sono riservati 

mercoledì 13 aprile 2016

"Nessuno vuole vedere le tue mutande" (Ma era un pesce d'aprile...)

"Tira su i tuoi pantaloni.
Nessuno vuole vedere le tue mutande".

Azusa, California: 100 dollari di multa (o dieci giorni di prigione!) a chi fa "sagging", a chi va in giro con i pantaloni calati così da mostrare le mutande...


"Questo non sarà più tollerato nella nostra città. 
Se vi sentite offesi da questo provvedimento vi aiuteremo a fare i bagagli".

Ma era un "Pesce d'aprile" californiano...
Ci sono cascato anche io!
 

Azusa Police @AzusaPD 12 apr
Hello Azusa! FYI, it's fake. No new city ordinance for sagging


 

giovedì 7 aprile 2016

Le pecore e gli otto miracoli di Hambdi

Quella che vi sto per raccontare è una storia dai tanti miracoli.
Una storia che nasce qui. 
Proprio in un posto come questo:
No, cari amici, qui non siamo in qualche grande pianura del west americano; l'immagine non arriva dal Montana o dal Wyoming.
D'altronde se cliccate sulla foto, la ingrandite e osservate bene il pastore che guida questo gregge, vi accorgerete immediatamente che non siamo per niente negli Stati Uniti.

Questa volta il viaggio di Aria Fritta parte dalla Turchia.

Questa storia, infatti, inizia da Iliç, un puntino sperduto in mezzo alla macchia rossa qui sotto, che poi è la provincia turca (o meglio, curda) di Erzinkan.



Lì dentro, in quella macchia rossa, se il paesino di Iliç fosse presente, sarebbe davvero un puntino minuscolo.

Il piccolo Hambdi Ulukaya - che è poi il protagonista della nostra storia - nacque da queste parti, in un'abitazione assai precaria (anzi, diciamola tutta: era una tenda...) di pastori curdi "Chobani".
Quella "Chobani" è una popolazione semi-nomade che da secoli vive alla ricerca del pascolo migliore nelle aride terre di questa provincia del Kurdistan turco, nell'Anatolia orientale bagnata dall'Eufrate.
Vi ricordate "il Tigri e l'Eufrate"?

Hambdi nacque nell'ottobre 1972.
Probabilmente il giorno 26. Ma non è certo. 
La data non è sicura perché in quelle settimane i suoi genitori erano in giro con il loro gregge piantando la tenda laddove c'era pascolo, e né il padre né tantomeno la madre - che con la prospettiva di partorire sotto ad una tenda, lontana da ospedali, aveva altro a cui pensare piuttosto che guardare il calendario - si ricordano con precisione che giorno fosse quando lui nacque.

Il 26 ottobre, comunque, fu la data che la coppia fece registrare alla minuscola anagrafe del loro paese, Iliç.

Che vediamo nella foto qui sotto.







Visto così potrà anche sembrare grazioso con il suo minareto che svetta fra i tetti.

Carino sì (forse...) ma quasi in capo al mondo.

Per capire, qui ci troviamo ad un passo dall'Armenia e dall'ex repubblica dell'Unione Sovietica della Georgia (quella dell'ex ministro degli Esteri di Gorbaciov, Eduard Shevardnadze).
Siamo, insomma, più di mille chilometri ad est di Istanbul.

Una storia dai tanti miracoli, accennavo.

Il primo miracolo fu opera dei genitori di Hambdi, i quali decisero che il loro bambino meritava una vita migliore della loro: una vita che non doveva avere niente a che fare - nemmeno lontanamente, se possibile - con pecore, capre e con i lunghi periodi di transumanza che il loro allevamento obbliga, lontano da casa, in mezzo alla steppa.
Con quei mesi passati sotto ad una tenda. 
Col sole o con la pioggia. 
Giorno e notte.

E allora strinsero la cinghia mettendo da parte più soldi possibili: l'unico modo per cercare di rendere migliore almeno la vita del loro piccolo. Mettere via moneta su moneta, lira (turca) su lira (turca) a colpi di litri di latte, yogurt e chili di formaggi.
Insomma, si spaccarono la schiena per farlo studiare: con le loro ossa che finirono per essere devastate dai reumatismi, con tutte quelle notti passate a dormire all'aperto.

In questo modo riuscirono, pensate, a far fare al loro ragazzo "tutte le scuole": addirittura fino all'università.
Ma che dolore, per loro, averlo visto partire per Ankara, la capitale turca, 631 chilometri più in là, dov'era l'università più vicina.
Accettarono quel dolore per il suo bene.
Anche perché poi avvenne quello che speravano, quello per cui avevano sudato tanto sangue: il secondo miracolo della vita di Hambdi.
La laurea.

Pensate: loro, pastori del Kurdistan turco, che avevano un figlio laureato! E chi ci avrebbe mai scommesso...
Così accettarono (ancora "per il suo bene") anche il dolore di vederlo partire per gli Stati Uniti, dove il loro ragazzo voleva andare per studiare inglese.
E magari per specializzarsi.
Ma anche per "cambiare aria" finché fosse stato in tempo: all'università divenne attivista per i diritti civili, si occupava di minoranze etniche (d'altronde lui era curdo) e collaborava con alcuni piccoli giornali.
Cosa che gli procurò qualche grattacapo con le autorità. E allora, prima che i semplici grattacapi si potessero trasformare in veri propri "guai" con la giustizia turca, decise di partite.
Per l'America.

Li riempiva d'orgoglio, il loro Hambdi, e attraverso le lettere e le telefonate che arrivavano da lì (seppur rare, perché non c'erano ancora i cellulari, e poi c'erano 7 o 8 ore di fuso orario...), seguivano i suoi successi. 

Prima all'Adelphi University di Long Island, New York;
e poi alla School of Business dell'Albany University, dove il loro ragazzo aveva preso nientemeno che un master in economia.
Che solo a vederla lascia a bocca aperta.
E' qui dentro che avvenne il terzo miracolo della vita di Hambdi.

Perché, anche se cresciuto fra le steppe del Kurdistan turco, aveva la stoffa per gli affari, lui.
E loro ne erano sempre stati convinti.

Ma Hambdi, dopo aver studiato tanto, aveva anche tanta voglia di fare.
E allora, dopo il master, (non mi chiedete come) era riuscito ad andare a lavorare in una fattoria di Johnstown, Stato di New York, dove producevano fetail tipico formaggio greco, la cosa più simile al tradizionale latticino turco che si poteva trovare in Usa.
Era il 2002, ed erano passati sei anni dall'arrivo di Hambdi negli Stati Uniti.

Fu proprio il padre, dopo il suo primo viaggio in America, a convincerlo ad andare a lavorare lì.
Per la precisione dopo che il figlio gli aveva fatto assaggiare una feta che però non somigliava per nulla a quella  turca. (E probabilmente nemmeno a quella greca).
E si sa, per chi arriva dall'estero, uno dei fattori più duri da "digerire" negli Stati Uniti è il cibo.

Non si capacitava, il padre: tutte le volte che era in America, non si faceva mai mancare lunghe soste nei supermercati o nei negozi di latte e formaggi.
Ma niente: niente da fare.
Tutta la roba in vendita, spacciata per turca, non era assolutamente "turca", così come di "turco" non avevano né il sapore, né la qualità.
"Dovresti cercar di capire come risolvere legalmente il rebus dell'importazione di formaggi freschi dalla Turchia..." gli disse un giorno il padre. 

Hambdi prese una "scorciatoia": riuscì a convincere il titolare dell'azienda dove lavorava a riservare una parte della produzione alla lavorazione di un formaggio "turco". Anche perché è da sempre numerosa la comunità di origine turca nello Stato di New York.
Così, per prova...
Il primo formaggio che produsse Hambdi lo chiamò Eufrate: o meglio, "Euphrates".
Era il 2002.
Ma la partenza fu durissima: si trattava, ovviamente, di superare le diffidenze dei consumatori americani, ma prima di tutto bisognava convincere commercianti e grande distribuzione a vendere quel prodotto.

Poi venne il turno dello yogurt.

Perché potete immaginare la faccia del vecchio quando assaggiò ciò che veniva definito "yogurt greco", che era poi ciò che si sarebbe potuto avvicinare il più possibile a quello turco.

La prima volta che il padre di Hambdi lo provò, ci mancò poco che lo sputasse indignato: era dolciastro, con un colore improbabile, praticamente acqua.
Quasi gli ricordava quel liquido che i medici fanno bere prima della gastroscopia.
Una schifezza.

Ormai, Hambdi aveva capito che quando si parla di America si deve agire.

E allora decise di fare una telefonata ad un suo amico turco, che dello yogurt era un maestro: Mustafa Dogan, era la persona giusta, praticamente un mago in materia.
Il quale pensava di parlare con un matto quando 'sto qua, dall'altra parte del mondo, gli propose su due piedi di trasferirsi in America per fare la sola cosa che sapeva fare: yogurt; sviluppare e perfezionare la ricetta di uno yogurt turco decente da produrre e commerciare negli Stati Uniti.
Mustafà che forse partì solo perché gli era stato pagato il biglietto...
Mal che vada avrebbe visto New York e l'America.

Cari amici di Aria Fritta, ora mi tocca aprire una piccola parentesi e farvi una domanda.
Quante mail "spam" vi siete trovati questa mattina nella vostra casella di posta elettronica?
Tante, vero?
Io, se non ho contato male, 61. Alle quali ho dato solo uno sguardo veloce all'"oggetto", per far seguire a tutte lo stesso destino: il cestino.
Delet.
Canc.

Per esempio: oggi mi sono trovato una mail di una società che fa corsi per praticanti giornalisti (grazie, ho già dato...), una che mi annuncia che un italiano su 23 soffre di depressione, tre di società telefoniche differenti, una di Amazon, una che mi proponeva un viaggio per assistere alla fioritura dei ciliegi in Giappone, una di un parlamentare europeo, una di un commerciante di vini (a me che sono astemio?), una che cercava di solleticare il mio interesse per un "incontro sexy" (dall'esito definito "sicuro"), una di un grande albergo in Egitto, una sulla rivalutazione del cibo lombardo, una sulle scommesse per il campionato di calcio, tre di compagnie aeree (e mai una volta che mi annuncino un biglietto gratis) e così via fino a 61.
Mail delle quali ho soltanto letto con sguardo distratto l'oggetto e sulle quali ho quasi immediatamente poi cliccato la X di "elimina".

E invece, l'amico Hambdi, un giorno di primavera del 2005 ha avuto occhio.
O intuito.
O, perdonate il "francesismo", "culo".

Già, perché quel giorno avvenne il quarto miracolo della sua vita.
Quando, cioè, il suo sguardo cadde su un annuncio "spam" che, fra le decine di altri inutili, gli annunciava la dismissione da parte della "Kraft Foods" di una vecchia fabbrica di yogurt ("completamente attrezzata") a South Edmeston, Stato di New York.
65 miglia ad ovest dallo stabilimento di formaggio Feta dove lavorava come dipendente.
E anche se intuiva che la fabbrica doveva avere qualche problemino, visto che era chiusa da tempo ed era vecchia di 85 anni, lo sguardo di Hambdi si illuminò e non si spense per nulla né dopo le perplessità di un amico avvocato ("Ma sei sicuro??") né dopo quelle di un consulente aziendale dal quale il suo legale lo aveva indirizzato, nella speranza che lo rinsavisse.
E che gli disse soltanto sei parole: "Ma è matto?? Sarà un catorcio!".

Il giorno dopo, Hambdi Ulukaya, quel testone di un curdo, aveva già in mano la piantina del fabbricato, e quello successivo era già lì, sotto quei capannoni a guardarsi intorno.

Mmmh...

Capannoni che in effetti non è che fossero messi molto bene e che non erano molto differenti rispetto a questa foto degli anni '50...


Ma lui era ottimista e ormai non lo fermava nessuno: in fondo si trattava "solo" di dare una rinfrescata alle pareti e una ripulita ai macchinari, che non erano male, anche se sapevano un po' di latte rancido e formaggio andato a male...

Qualche ora dopo troviamo il nostro amico in banca, a compilare i moduli per chiedere un prestito alla "Sba""Small business administration", l'Ente governativo americano di supporto ai piccoli imprenditori. Il cui scopo è riassunto nelle sue "3 C": "Capitale, contratti, consulenza". 
"Rafforziamo l'economia della Nazione consentendo la creazione o la ripresa delle piccole imprese".
Proprio quel che faceva al fatto suo.

Si tratta di un ente che rilascia i finanziamenti a patto che i loro soldi vengono utilizzati entro cinque mesi dall'ok.
"Cinque mesi??? Vorrete dire cinque giorni!" rise Hamdi di fronte ai funzionari, diventato all'istante un vero imprenditore americano.
Fu così che una vecchia fabbrica della Kraft ("Cose buone dal mondo"...) divenne sua.

Ah, mi sono dimenticato di dirvi che, per partire, la Sba gli concesse un prestito di un milione di dollari.
Esatto: praticamente un milione di €uro.
Per tutte le pecore pascolate nelle sperdute steppe di Iliç! Aveva un milione di dollari!
Fu il quinto miracolo della vita dHamdi.

Che nel frattempo aveva riunito la piccola pattuglia di operai Kraft superstiti - cinque, per la precisione - i quali prima dovettero superare lo stupore di vedere il loro posto di lavoro salvato da un turco, anzi no da un curdo ("Ma tu hai capito dove cavolo sta 'sto Kurdistan o come cavolo si chiama??" si chiesero a vicenda);  e che poi sgranarono gli occhi nel vedere il loro padrone ramazzare e lavare per terra, dipingere per rimettere in sesto il capannone e il piazzale
prima di loro.

E come imprecava, a volte, come loro. Anche se in una lingua a loro assolutamente incomprensibile.
Diavolo di un curdo!

D'altronde era la sua scommessa.

Anzi, adesso era una scommessa loro.

Una delle prime stanze della "Agro Farma" - come Hambdi aveva battezzato la sua fabbrica - che fu messa a punto, fu quella del laboratorio: dove l'amico Mustafa (il "mago dello yogurt", ricordate?) si mise subito all'opera.


Per mettere in pratica ciò che lui da due anni sperimentava: utilizzando diverse colture batteriche, vari tipi di latte scaldato a temperature differenti, testando decine e decine di ricette...

Con un solo scopo: creare uno yogurt (con latte biologico di qualità eccellente) privo di gelatine e di qualsiasi agente chimico, e ricco di proteine, e dalla conservazione naturale, e finalmente con il gusto e una consistenza differente.

Proprio come il loro yogurt turco, insomma.
E ce la fece.

Dopo le decine, le centinaia di assaggi che fece e ai quali sottopose Hambdi e gli altri dipendenti, non so come fosse la loro situazione "bagno".
Ma so che alla fine aveva azzeccato la formula.
Il gusto e la consistenza, stabilirono, erano quelli giusti.

Ma p
er realizzare lo yogurt in larga scala avevano bisogno di un "separatore" industriale. 

Non chiedetemi di più. 
Posso solo dirvi che si trattava di un macchinario che costava qualcosa come un milione di dollari.
Cose dell'altro mondo!

Mica poteva far fuori l'intero prestito in quel modo, cavoli...

Hambdi riuscì a scovarne uno usato. Il problema era che era un po' vecchiotto ed in Wisconsin, a 922 miglia di distanza, quasi 1500 chilometri.
Ma siccome i proprietari volevano il capannone libero nel giro di poche ore, lui disse che se gli fossero "venuti incontro" sul prezzo, non ci sarebbe stato alcun problema: "Il tempo d'arrivare e ve lo togliamo dalle scatole!"...

Così Hambdi, Mustafà e un paio di dipendenti, partirono da South Edmeston, Stato di New York, diretti in Wisconsin, "sparandosi" 1483 chilometri (poco più della distanza Aosta-Reggio Calabria) senza una sosta, fatta eccezione soltanto per quelle insopprimibili riservate alla benzina e alla pipì.


Perché in cambio di quel "tour de force" di 14 ore e 31 minuti, riuscì a spuntare l'incredibile prezzo di 50mila dollari: "Basta solo che domani ci fai sparire 'sto separatore dal capannone".
Fu così che si compì il sesto miracolo nella vita di Hamdi.

Uh, come galoppava quel giorno, il loro camion, lungo la Interstate 90...












E mentre guidava, con i suoi colleghi un po' appisolati e il "separatore" ben ancorato nel cassone, Hambdi si ritrovò a pensare...

A pensare al suo primo giorno di università ad Ankara, e a prima, al suo primo giorno di scuola, e poi ancora più indietro, a quando era bambino, alle lunghe giornate passate nelle steppe turche alla ricerca di pascoli, a quando suo padre gli insegnò a mungere, a quando passò la prima notte da solo con le pecore.
Mamma mia che paura che aveva quella notte...
Lui, che quella notte nelle montagne attorno a Iliç divenne ufficialmente pastore.

Lui che, in fondo, oggi altro non era che un pastore turco in America.
Un pastore. Un pastore...
Parola che in turco, e in curdo, si dice "çoban", (e si pronuncia "Cioban"), come il nome della sua gente.

Lui era "Çoban" nel sangue, come suo padre.
E come suo nonno.
E come il padre e il nonno di suo nonno.

Era "Çoban", come lo erano stati tutti nella sua famiglia.
Di generazione in generazione.
"Çoban".
"Çoban"...

E quel nome - "Çoban" - gli ronzò per la testa per tutto il viaggio...
Ma certo!
Come aveva fatto a non pensarci?

Aveva trovato!!
Il suo yogurt si sarebbe chiamato "Chobani"!
Sì, "Chobani" sarebbe stato un nome perfetto.
 
Per due anni il nostro Hambdi non fece un giorno di ferie.
Meno male che ogni tanto lo andavano a trovare i suoi, sempre più sbalorditi per quel che stava accadendo al loro figliolo...


Che ovviamente aveva ragionato anche sulla confezione: sapeva che non avrebbe potuto permettersi investimenti massicci in pubblicità, e allora decise di progettarne una che sugli scaffali avrebbe spiccato sulle altre e sarebbe stata immediatamente notata. 

Il bianco della ciotola avrebbe esaltato i colori brillanti del disegno, e la sua forma doveva vagamente ricordare una tazza dell'antica Grecia.

Nell'ottobre 2007, il tempo della sperimentazione era ormai finito e Hambdi Ulukaya spedì il suo primo ordine di "Chobani greek yogurt". 
Che preferì definire "greco" e non "turco" forse perché gli americani hanno storicamente più affinità con Atene piuttosto che con Ankara.


La prima spedizione del "Chobani greek yogurt", poche centinaia di pezzi, venne inviata così, per prova, ad un droghiere di Long Island. Che accettò più che altro perché dalle sue parti, in effetti, c'era una buona comunità di immigrati greci e turchi.
E che decise di esporli in bella vista nel banco frigo più che altro per vedere come sarebbero andate le cose.
Così, per prova.
Non si sa mai...

Fu un successo.
Porca miseria, pensò quel vecchio droghiere newyorkese: nella sua vita ne aveva viste e vendute di tutti i colori, ma quel turco (o curdo che fosse...) aveva fatto centro!
Chi dei suoi clienti aveva comprato un vasetto di "Chobani greek yogurt", così, per provarlo, il giorno dopo tornò in negozio per prenderne una decina e fare scorta per i giorni successivi.

E così, tutto contento, telefonò alla fabbrica di Hambdi per fare un ordine più serio. Che coprisse almeno l'intera settimana successiva.
Una cosa da alcune centinaia di vasetti.

Era il settimo miracolo nella vita di Hambdi.











Hambdi era euforico, non gli sembrava vero, ma quando si rese conto di aver fatto centro pensò che puntare ai piccoli negozi avrebbe soltanto ritardato il grande successo che fortissimamente voleva.
E l'unica soluzione era puntare alla grande distribuzione, alle grandi catene nazionali. 
E così fece.

Nel frattempo ebbe però un paio di idee semplici.
Intanto un suo camion frigo perfettamente attrezzato per i grandi eventi iniziò a girare tutti i festival, tutte le fiere, tutti i concerti e tutte le sfilate dello Stato di New York e lì avrebbe distribuito gratuitamente i suoi yogurt: di vasetti, in quel modo, solo nel suo primo anno di produzione (nel 2010) ne vennero regalati qualcosa come 150mila.

Poi decise che in qualunque dovunque fossero stati messi in vendita i suoi yogurt, negozio o supermercato che fosse, ci doveva essere sempre la possibilità di assaggiare gratis il prodotto.
Fu così che conquistò centinaia, migliaia, di nuovi clienti nuovi al giorno.
Prima nello Stato di New York, poi in quelli vicini.

Anche in questo caso cerco di farla breve, cari amici.

Questa è una storia americana.

E anche i numeri sono "americani".

Pensate, in  meno di cinque anni, i conti dello yogurt Chobani passarono da "zero" ad "un miliardo di dollari". 


E i cinque dipendenti ereditati nel 2005 dalla Kraft, dieci anni dopo sono diventati duemila.

Fra questi ce ne sono alcune decine pagati per chattare e frequentare Facebook, Twitter, forum o blog vari che hanno come argomento lo yogurt per essere sempre aggiornati sulle esigenze del mercato, rispondere alle domande dei consumatori, inviare campioni omaggio.




Con l'ingresso dei vasetti Chobani sugli scaffali della grande distribuzione, dal 2009 al 2013 l'azienda di Hambdi Ulukaya ha raddoppiato di anno in anno, per quattro anni, ogni anno, le vendite.

E visto che ogni vasetto del suo yogurt ha bisogno del triplo del latte (biologico) rispetto allo stesso prodotto della concorrenza, la Chobani ha favorito la moltiplicazione di allevamenti bovini in giro per gli States e l'ampliamento (costato 88 milioni di dollari) dello stabilimento.

Ma non bastò.

Nel 2012, infatti, la Chobani ha aperto a Twin Falls, Idhao, west americano, la più grande fabbrica di yogurt al mondo;  

che tra l'altro si alimenta anche grazie a giganteschi impianti ad energia solare.


Nel 2011, l'ottavo miracolo della vita di Hambdi, visto che da quell'anno "Chobani" è il marchio di yogurt più venduto negli Stati Uniti. Oggi, da solo, lo yogurt "Chobani", controlla il 20% dell'intero mercato di settore negli Usa.

A ragione, mi hanno confermato le mie sorelle e la mia compagna, che nell'ultimo viaggio a New York ho usato come assaggiatrici prima di scrivere queste righe.
E Carla, ormai residente negli Usa, già protagonista di una vecchia storia di Aria Fritta...

(foto gioparadiso)
Favorendo, tra l'altro - e questi sono i paradossi americani - anche la concorrenza, visto che contemporaneamente negli Usa c'è stato un generalizzato aumento del consumo dello yogurt. 
In particolare di quello più cremoso, quello definito "greco".

Nel 2012, lo sbarco nell'universo del negozio "monomarca", con l'apertura a Manhattan del Chobani SoHo, il primo negozio di una catena in cui vengono venduti non solo gli yogurt Chobani freschi e sfusi, ma anche the, caffè, zuppe, panini e dessert.
Tutto rigorosamente biologico. 
(foto gioparadiso)










E' qui che si sperimentano prodotti nuovi prima che vengano lanciati sul mercato a larga scala: il Chobani Champions, per esempio, pensato appositamente per i bambini; lo yogurt con grandi pezzi di cioccolato; quello con una vaschetta separata non solo per i cereali secchi ma anche con frutta di stagione.
Fresca.
E così via...




Nel 2013, la Ernst&Young, società internazionale di revisione contabile, ha proclamato l'ex pastore curdo Hambdi Ulukaya, "imprenditore dell'anno".

Il quale, nel 2014, poteva vantare un patrimonio netto di (pensate un po'...)  un miliardo e 400 milioni di dollari.

Nel 2016, il marchio "Chobani" è stato valutato fra i tre e i cinque miliardi di dollari ed è ovvio che un successo del genere abbia attirato l'attenzione delle grandi multinazionali americane.
Come la Coca Cola, prima, e la Pepsi Co poi, che pochi mesi fa si sono fatte avanti, quasi con un assegno "in bianco".
Offerte che lui ha respinto con un cortese sorriso e gratitudine.

Nel frattempo, Chobani ha esteso la sua produzione in Canada, Australia, Gran Bretagna, Asia e
America Latina.

Ma Hamdi Ulukaya non ha mai dimenticato la sua storia e le sue umili origini.

Da quando ha fondato la sua società, ogni anno dona il 10% degli utili netti a organizzazioni impegnate nelle operazioni di integrazione degli immigrati e profughi.

Prima fra tutte l'Unhcr, l'Alto Commissariato dell'Onu per i rifugiati.

Al quale, nel 2014, ha fatto una donazione extra di 2 milioni di dollari per il finanziamento immediato di operazioni indirizzate ai perseguitati in Iraq e Siria.

Quest'anno, poi, ha staccato un altro assegno di 750 milioni di dollari (esatto, praticamente 658 milioni di €uro...) specificamente destinati ad attività rivolte all'accoglienza di profughi e rifugiati.
Inoltre, ha consegnato personalmente due milioni di dollari ad alcune Ong che operano in Siria affinché potessero dare in modo adeguato soccorso alla popolazione curda di Kobane, la città al confine fra Siria e Turchia.

Non solo: lo scorso settembre è volato all'isola di Lesbo, in Grecia, per capire di persona se e cosa avrebbe potuto fare per i rifugiati siriani.

E allora ha deciso.
Ha deciso di impegnarsi personalmente.

Ha deciso che era suo dovere fare qualcosa praticamente, oltre che dare rispettabilissimo denaro a Ong e Onu.

E ha deciso di assumere profughi.


Mese dopo mese è arrivato ad assumere nelle sue due fabbriche americane più di 600 rifugiati (al momento in cui scrivo) provenienti da Asia, Africa e Medio Oriente. 

Solo nello stabilimento di Twin Falls, il 30% dei dipendenti sono (ex) profughi provenienti da Iraq, Afghanistan, Siria, Turchia e altri Paesi sconvolti dalle guerre.


Che sono stati sponsorizzati per l'ottenimento della Green Card. Garantendo loro, così, un lavoro, una casa e una nuova vita in America.

Per loro e per i loro familiari.
Per tutta la vita.

E facendo, tra l'altro, un regalo conseguente: la cittadinanza americana, che verrà loro riconosciuta nel giro di cinque anni.


"Il settore privato - ha dichiarato in una delle sue innumerevoli conferenze - può essere decisivo nell’affrontare l’emergenza profughi, perché è forse il solo in grado di poter integrare i rifugiati nei processi produttivi, facendoli sentire da subito protagonisti del proprio destino e non più degli 'assistiti' destinati a vivere in una sorta di limbo senza prospettive".

La sua "Tent Foundation" ("Fondazione tenda") è diventata partner dell'Unhcr.
La"Chobani Foundation" - altra sua iniziativa benefica - sostiene importanti finanziamenti di supporto ad operazioni di soccorso ed intervento contro la carestia in Paesi poveri del mondo, come la Somalia.

Non basta.
Hambdi finanzia anche varie iniziative simboliche: come il progetto "New York City Piano", che ha lasciato in giro per la Grande Mela coloratissimi pianoforti a disposizione di tutti: "Perché chiunque possa suonare e cantare liberamente note di speranza".

Ora il suo sogno è quello di convincere più miliardari possibili a donare in beneficenza, in vita o come lascito testamentario, almeno la metà della loro ricchezza.

E Bill Gates e Warren Buffett hanno già dato la loro adesione all'iniziativa. 
Lo scorso settembre, parlando alla Clinton Global Iniziative a New York ha illustrato i suoi progetti di solidarietà esortando imprenditori e uomini d'affari a far di tutto per alleviare le sofferenze di sfollati e rifugiati. 

E per tutto questo ha ricevuto tre lauree "honoris causa" e vinto 8 premi internazionali.
Che si vanno ad aggiungere al riconoscimento "Global Entrepreurship" consegnatogli personalmente dal Presidente americano Barack H. Obama.

L'elenco delle cariche che Hamdi Ulukaya oggi ricopre sarebbe lunghissimo, così come quello dei suoi successi commerciali.

Unici nei nella sua vita di successo, il (costoso) divorzio dalla moglie - con una durissima battaglia per l'ottenimento di una parte del suo patrimonio - e le polemiche con gruppi ecologisti che gli imputavano scarsa attenzione allo smaltimento "sostenibile" degli scarti della sua produzione casearia. 

Con lui che ha risposto a modo suo: finanziando una ricerca finalizzata a capire come trasformare il siero in eccesso in integratore per mangimi o sostanza utile a produrre biogas.

Il 26 aprile di quest'anno, Babbo Natale, un po' in ritardo, si è materializzato davanti a tutti i duemila e passa dipendenti della Chobani con le sembianze di Hambdi Ulukaya il quale ha detto che avrebbe regalato loro il 10% delle azioni: qualcosa come (spalancate bene gli occhi, amici di Aria Fritta!) 150mila dollari a testa.
Secondo una stima prudente.
Ma se, com'è probabile, l'annunciato ingresso in borsa della Chobani porterà al prevedibile successo della collocazione delle azioni societarie, qualche analista prevede che il guadagno di ogni dipendente potrà sfiorare il milione di dollari, pari a 877mila €uro.

Quando nel 2013 gli venne conferito il premio "Imprenditore Ernst & Young dell'anno", disse di volerlo dedicare alla comunione fra il popolo turco e quello curdo.
Poi concluse il suo discorso dicendo: "Io ho due patrie: la prima è il Paese in cui sono nato, il mio bel Paese, la Turchia.
L'altra sono gli Stati Uniti. 
Dove ho realizzato i miei sogni".

I suoi otto sogni.
I suoi otto miracoli.



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