PERSONE CHE HANNO LETTO O CURIOSATO

domenica 28 giugno 2015

La promessa di Jim

Jim aveva appena iniziato a raccontare la sua storia alla giornalista della Cnn, che il suo telefono squillò.
Occavolo... 

E' la prima cosa che diciamo, quando facciamo un'intervista: "Mi raccomando, spenga il telefono, per cortesia...".
Non ho idea se in quel momento la collega della Cnn fosse solo irritata per l'odioso contrattempo, o addirittura imbestialita.
Perché sicuramente glielo deve aver detto e - accidenti! - se squilla il telefono mentre la telecamera è accesa si deve poi ricominciare tutto da capo...

In quel momento lui le stava raccontando la sua storia.
Quella della sua battaglia, che nella storia americana è passata, e passerà, con la definizione della causa che l'aveva opposto allo Stato: "Obergefell vs. Hodges", "Obergefell contro Hodges".

Lui era Jim Obergefell, mentre la sua controparte si chiamava Richard Hodges, direttore del Dipartimento di Sanità Pubblica dello Stato dell'Ohio.
Probabilmente suo malgrado, a quest'ultimo toccò rappresentare ufficialmente l'Ohio, Stato degli Usa che si rifiutava di trascrivere i matrimoni fra le persone dello stesso sesso.

Lui era lì, che raccontava la sua storia a Pamela Browne, della Cnn.
La storia di Jim Obergefell, che aveva a lungo vissuto con John Arthur. Non erano più ragazzini: 47 anni entrambi, il loro rapporto era un normalissimo rapporto di coppia. Normalissimo fino a quando John non si ammalò di Sla, la terribile Sclerosi Laterale Amiotrofica.
Una malattia che, per ora, non lascia scampo.

E infatti John se lo sentiva.
Sentiva che ormai ne aveva per poco, anche se l'amore di Jim cercava di fargli credere il contrario. 
Ma lui sapeva che la fine stava arrivando.
Se lo sentiva...


E poi la Sla stava progressivamente bloccando tutti i muscoli lasciando, però, così come succedeva a John, maledettamente intatta la mente, la capacità di pensare, di ragionare, di rendersi conto.
E di incazzarsi.
Come una bestia.

Stavano insieme da vent'anni, Jim e John.
Ammettiamolo: gli eterosessuali si stupiscono sempre un po' che una storia d'amore fra persone dello stesso sesso possa andare avanti per così tanto tempo. 
Vent'anni!
Certo, erano stati vent'anni come quelli di una qualunque coppia etero: momenti straordinari, normalità assoluta, nervosismo, noia, amore, incazzature, entusiasmo.
Ovvio.

E da quando la Sla aveva iniziato a mangiare i muscoli di John, i nostri due amici avevano sì parlato, ogni tanto, di matrimonio, ma mai in modo "operativo".
Esattamente come succede in molte coppie di conviventi.

Il problema principale era che, a quel tempo, negli Stati Uniti soltanto due Stati degli Usa - California e Maine, e da poco tempo - avevano legalizzato il matrimonio fra persone dello stesso sesso.
Tutti gli altri no. E nemmeno l'Ohio, lo Stato dove loro vivevano. 

John e Jim decisero allora di aggirare quell'ostacolo burocratico e nel luglio di due anni fa coronarono ugualmente il loro sogno sposandosi nel Maine, laddove la cerimonia era legale.
Era il penultimo desiderio di John.

C'era però un ostacolo pratico: in Maine, la coppia non poteva certamente andarci in auto, viste le condizioni di salute sempre più gravi di John, né in un normale aereo...
Avrebbero dovuto noleggiare un velivolo speciale, adatto al trasporto dei malati, e questo sarebbe costato molto.
Furono i loro amici ad incoraggiarli a non mollare e ad avviare su Facebook una colletta raccogliendo i soldi attraverso PayPal: una colletta per pagare quel volo di un aereo privato fino in Maine.
E non impiegarono molto a raccogliere i 13.000 dollari necessari per il volo, più o meno 11.600 €uro. 

La mattina dell'11 Luglio del 2013, un'ambulanza privata li portò all'aeroporto di Cincinnati, dove, sulla pista, era pronto un piccolo e moderno jet medico, con a bordo un infermiere e la zia di John, Paulette Roberts.

Atterrati al Baltimore-Washington International Marshall Airport, la cerimonia iniziò subito, non appena il jet smise di rollare i motori, lì, sulla pista, in territorio "amico" dove il loro matrimonio sarebbe stato possibile, dove sarebbe stato riconosciuto "legale".
Si tenevano per mano, con il pollice di Jim che accarezzava piano la mano di John, mentre si guardavano negli occhi.
Si tenevano per mano fino a quando John pronunciò la frase di rito, quella che avrebbe reso ufficiale e legale il loro amore:
"Con questo anello - disse John mentre infilava l'anello nell'anulare sinistro di Jim - io ti sposo".
John che guidò dolcemente la mano del compagno mentre questi cercava di mettergli la fede al dito. 

Che bello che fu quel loro viaggio da Cincinnati al Maine. 
E soprattutto il ritorno, da sposati. Anche se John era sempre inchiodato a letto e parlava sempre più con grandissima fatica.

E con grandissima fatica John, anche in punto di morte, chiese a suo marito di giurare che avrebbe fatto di tutto - "di tutto" - affinché il loro matrimonio fosse riconosciuto anche in Ohio.
E in tutti gli Stati degli Usa.

Con la morte di John Arthur iniziò la lunga, dura, battaglia legale di Jim, quella che passerà alla storia come il procedimento "Obergefell vs. Hodges".
Causa che, partita dalle aule del Tribunale Civile di Cincinnati (che disse "No") alla fine arrivò a Washington.
Alla Corte Suprema degli Stati Uniti d'America.

Non discussero poco i giudici.
Teoricamente "il fronte" era a favore, visto che la maggioranza di loro era stata nominata negli ultimi decenni dai Presidenti democratici.
Ma c'erano anche alti magistrati nominati dai Presidenti Repubblicani Reagan, Bush padre e Bush figlio. E tutti, comunque, erano consci che qualunque decisione avessero assunto, questa sarebbe entrata nella Storia.
E nei libri di storia degli Stati Uniti d'America.


Sonia Maria Sotomayor, Elena Kagan, Ruth Bader Ginsburg e Stephen Gerald Breyer (progressisti), unitamente al giudice "conservatore" Anthony McLeod Kennedy (nominato a suo tempo dal Presidente Repubblicano Ronald Reagan) votarono a favore del ricorso avviato dal cittadino Jim Obergefell, respingendo le motivazioni dello Stato dell'Ohio.
Una decisione assunta a maggioranza: 5 contro 4.

Ho cercato i volti dei giudici che hanno votato a favore, per guardarli bene.
Per vedere con voi come sono le facce di queste persone che hanno contribuito a cambiare gli Stati Uniti.

Osservateli anche voi...

Io ho visto cinque normalissime facce americane.

Anthony McLeod Kennedy
Fu questo signore qui sopra - il giudice Anthony McLeod Kennedy, portato alla Corte Suprema, come già detto, da Ronald Reagan, repubblicano, forse il più conservatore degli ultimi Presidenti americani - che lesse le motivazioni della sentenza.

"Nessuna unione è più profonda del matrimonio, che incarna i più alti ideali d'amore, devozione, sacrificio, famiglia.
Sarebbe un equivoco affermare che questi uomini e queste donne non rispecchiano l'idea di matrimonio. La loro dichiarazione è che lo rispettano talmente tanto che ne cercano la pienezza per se stessi. 
La loro speranza è di non essere condannati a vivere in solitudine, escluse da una delle più antiche istituzioni civili.
Essi chiedono pari dignità agli occhi della legge.
E la Costituzione degli Stati Uniti d'America garantisce loro questo diritto".

Parole che, dette da un giudice conservatore, ci fanno capire quanto sia un Paese del tutto straordinario, l'America.
E quanti pregiudizi noi abbiamo su di esso.
Chissà che festa avranno fatto allo Stonewall Inn, il locale di New York dove negli anni '60 erano soliti ritrovarsi gay e lesbiche e transgender della Grande Mela.
Quel locale dove il 27 giugno 1969 (esattamente 46 anni fa, guarda, a volte, la storia!), l'ennesima ingiustificata violenta irruzione della Polizia di New York fu respinta a pugni, calci, bottigliate, borsettate, colpi di tacco, sediate in testa, ceffoni.

Rivolta che nei giorni successivi dilagò in tutto il Greenwich Village di New York e che segnò il via del movimento GLBT, gay, lesbian, bisexual, transgender negli Stati Uniti.

Perché tutto iniziò da lì.
Laddove, a Manhattan, dal 1775, c'è un vicolo che si chiama proprio Gay Street.
Perché già da allora (dal 1775!) quella era zona di ritrovo e incontro per gay, lesbiche, bisessuali e transessuali di New York.


Poi, undici anni fa, lo Stato del Massachussets per primo dichiarò legali i matrimoni fra persone dello stesso sesso,  seguito nel giugno 2008 dalla California di Arnold Schwarzenegger  e via via dagli altri.
Ma fino a ieri erano ancora 13 gli Stati Usa dove questo non era possibile.
E dunque, fino a ieri, la lotta non era ancora finita.
Con Jim che non era ancora riuscito ad onorare la promessa fatta all'amato John.

Stava raccontando tutto questo Jim Obergefell, mentre era a Washington con la giornalista della Cnn Pamela Browne. Erano lì, insieme, per attendere la decisione della Corte Suprema che sarebbe arrivata a momenti, così era stato anticipato.

E proprio in quel momento, vi accennavo all'inizio di queste righe, il telefono di Jim squillò.
Con lui che pensò "Sarà uno degli avvocati...".



"Ciao, sei Jim?"
Che mi venga un colpo!
Per tutte le checche degli Stati Uniti d'America!
"Ma questo è Obama!", pensò Jim mentre era circondato da un centinaio di militanti GLBT che attendevano con lui la decisione della Corte Suprema.

Era proprio Obama! 
Il Presidente, che in ogni discorso ufficiale  nomina sempre "i fratelli e sorelle gay e lesbiche"...
Barack Obama, che da quando era alla Casa Bianca, aveva visto passare da 2 a 37 gli Stati americani che via via hanno dichiarato legali i matrimoni fra persone dello stesso sesso.
Anche se erano ancora ben 13 quelli dove non era possibile.

Jim mise subito il vivavoce, con la giornalista della Cnn Pamela Browne piegata verso di lui, e che si assaporava in silenzio lo scoop che stava regalando in diretta...

"Ciao, sei Jim?"
"Sì, sono io, signor Presidente", rispose lui con la voce tremante, visibilmente emozionato.
"Jim, in questi anni ho seguito la tua battaglia, e speravo di arrivare a darti qualche buona notizia.
E adesso sono qui per dartela...
Congratulazioni! 

Hai vinto! 
Volevo anticiparti che la Corte Suprema degli Stati Uniti ti ha dato ragione. 
Volevo farti i complimenti, perché la tua battaglia ha contribuito a cambiare il nostro Paese!".

Jim era senza parole.
John, amore mio... Ma ti rendi conto?? Sto parlando al telefono con il Presidente Obama!
Con il Presidente degli Stati Uniti!
Abbiamo vinto, John!
Abbiamo vinto, amore mio!
Da oggi due persone come noi, due persone che si amano, potranno sposarsi in Ohio e in tutti gli Stati Uniti d'America.
E nessuno lo potrà impedire.
Ah, amore mio, se tu solo potessi essere qui... Spero solo che tu mi stia guardando, in questo momento. 

Non riusciva a trattenere la sua emozione, Jim: per l'avvenimento, per la persona che gli comunicava la notizia...

"Apprezzo molto il suo gesto, signor Presidente. E' stato davvero un onore per me essere coinvolto in questa lotta, la lotta per il mio matrimonio, onorando la memoria e la promessa che feci a mio marito".

E Obama: "Siamo noi ad essere molto orgogliosi di te, Jim. Non sei stato solo un esempio per le persone, ma con il tuo ricorso hai contribuito a provocare un cambiamento radicale in questo Paese.
Non posso che essere orgoglioso di te e di tuo marito, Jim.
Che Dio vi benedica...".

Ecco qua.
Ecco qua...
Ancora una volta, anche quando si dà per scontato tutto, non smettono davvero mai di stupire gli Stati Uniti d'America, sempre lì pronti a disintegrare i nostri pregiudizi e le nostre certezze.
(No, per cortesia: che cazzo c'entra dire ora "Sì, però, sulle armi..."?).

Così che mi ha stupito la prima pagina con la quale il New York Times, di solito compassatissimo, ha dato la notizia. 

"Uguale dignità", diceva semplicemente il titolo di ieri, con poi quell'accenno "calcistico" "5-4" (cinque giudici contro quattro) che precedeva il catenaccio nel più classico secco ed essenziale stile del NYT: "Sentenza rende il matrimonio fra persone dello stesso sesso un diritto nazionale".

E poi dodici foto.
Dodici foto che valevano più di un articolo.
Dodici foto di coppie gay e lesbiche che si baciavano, si abbracciavano, per festeggiare l'avvenimento.

Perché basta l'amore.
Anzi, l'amore!
E l'amore ieri era in prima pagina sul New York Times...

Fra le foto, c'era - prima fila, prima foto a destra - anche quella di George Harris e Jack Evans, rispettivamente 82 e 85 anni, che dopo 54 anni di convivenza (cinquantaquattro anni, porca miseria, che eroi!) hanno immediatamente preteso che il Texas riconoscesse loro quel diritto ora costituzionale, celebrando il loro matrimonio.

Dallas.
In Texas.
Nello Stato della famiglia dei Presidenti Bush.
Tiè!
Ciapa lì!
:-)



© dario celli. Tutti i diritti sono riservati

mercoledì 24 giugno 2015

L'ultimo conto di Mike

Poi è venuto il momento del conto...
Un momento spesso "delicato" per una cameriera che lavora in un ristorante vicino a Time Sq, sempre pieno di turisti.

Perché Rosy è  abituata ai soliti turisti europei (soprattutto italiani e spagnoli, ma anche polacchi, greci e portoghesi) che ogni volta tentano di fare i furbi facendo finta di non sapere che negli Stati Uniti la "tip" (la mancia del cliente) è davvero una parte "integrante" dello stipendio di un cameriere. E che non è una  specie di "miseisimpaticaguardacomesonogentile" che dipende anche dalle monete che si ha in tasca, ma una precisa percentuale del conto. 

Un fatto che spesso noi italiani non riusciamo proprio a capire. Tanto che, quando ci presentiamo in un ristorante spesso ci viene consegnato il conto con la "tip" già inserita.

Quante volte negli Usa mi è capitato di assistere a scene di camerieri che, letteralmente, rincorrono per strada italiani che hanno sì pagato il conto, ma senza lasciare la "tip", la mancia...
Che figura di merda.

Nello Stato di New York, calcolare la percentuale (minima) da destinare alla mancia/servizio per il cameriere è semplice: essendo le tasse di quello Stato al 8,75% (avete letto bene, l'Iva è all'ottoesettantacinquepercento!), per calcolare la mancia basta sostanzialmente raddoppiare la voce "tax" già segnalata nel conto, aggiungendo "qualcosa".

Io, comunque, per non sbagliarmi e per non fare figure "barbine", preferisco avere sempre nel portafoglio la "tip table"...
... una tesserina comprata nel reparto cartoleria di un grande magazzino dove, come potete vedere, è già stato calcolato il 15 e il 20% di un ipotetico conto che va da 1 a 50 dollari.
La soluzione perfetta per chi non è bravo in aritmetica.

E' per questo motivo, appunto, che in alcuni scontrini viene già stampata, suddivisa in tre tipologie, l'ammontare della mancia "consigliata".

E infatti, lo scontrino che Rosy stava consegnando al suo cliente (un conto di $43,50) suggeriva la mancia "normal" (15%) da $5.99;
quella "great!" ("ottimo!", 18%), da $7.19;
infine quella "wow", una mancia speciale del 20%, da $7.99.

Ma quello che Rosy aveva davanti era una sua vecchia conoscenza, un cliente abituale: Mike.
Era un attore che da quasi un anno frequentava praticamente ogni giorno il ristorante dove Rosy lavorava, visto che lui recitava in uno dei tanti teatri della zona di Times Sq.


Un cliente con il quale col tempo - come spesso succede in questi casi - lei si era confidata, raccontando giorno dopo giorno la sua vita non facile.
Un marito con un lavoro saltuario, un bambino, i propri studi da pagare e uno sfratto.
Un fottuto, terribile, sfratto.

Lui l'aveva anche invitata più volte a vedere il suo spettacolo: alla cassa del teatro c'erano due biglietti, per lei e suo marito.
Ma lei niente.
Aveva sempre da fare: il bambino, il marito, studiare. E poi quello sfratto.
Quel fottuto, terribile, sfratto che incombeva sulla sua testa.
Non aveva quasi mai un momento di respiro.

E ormai non ce n'erano più di repliche: le date di New York dello spettacolo di Mike erano finite.

Insomma, come vi ho detto, anche in quell'ultimo giorno Rosy consegnò a Mike il conto, quella volta, di 43,50$ pari a 38,96€.
Lo lasciò sul tavolo, dentro all'astuccio dove il cliente può lasciare i contanti o la carta di credito. Come sempre, poi, sarebbe tornata dopo qualche minuto a prendere la carta con la quale Mike pagava sempre il conto.
Il suo ultimo conto in quel ristorante.
Nel ristorante di Rosy.
O meglio, dove lavorava Rosy...

Ma quello che accadde non fu affatto "come sempre".

Lo scontrino sul quale il cliente aveva scritto anche l'ammontare della "tip", era lì, sul tavolo.
Ma quando Rosy vide la "tip", le venne un colpo.

A quella cosa, lei, no, non era pronta.
Cioè, nell'ambiente si era sempre favoleggiato su mance fuori dall'ordinario lasciate da clienti generosi, ma lei aveva sempre ritenuto, quelle, leggende, appunto.
Leggende metropolitane. 

E infatti subito pensò di aver letto male, e per questo si era stropicciata gli occhi.
Poi inforcò gli occhiali, allontanando e avvicinando ripetutamente lo scontrino per leggerlo con attenzione, per osservarlo meglio. 

Poi si arrese.

Per la miseria!
Per tutti i fottuti Paperoni d'America!
Per tutti gli spilorci d'Europa, che non lasciano mai la mancia!
Quello non era un errore! 
No, non lo era proprio...
C'era scritto chiaro e tondo.
Mike, non aveva infatti scritto solo il totale, ma aveva anche specificato il singolo ammontare della "tip", della mancia.

3000,00 dollari!
Tremila dollari di mancia! 
Qualcosa come 2634 €uro e 40 centesimi!

E no, non era un errore, anche perché sul retro dello scontrino, Mike aveva anche scritto una lunga spiegazione.










"Ti ringrazio per la tua gentilezza e la tua umiltà", aveva scritto.
"Mi hai ricordato un mio insegnante del college che ha dovuto affrontare un'esperienza terribile: la morte del proprio figlio di 22 mesi...".

Fu proprio quell'insegnante, racconta Mike nello scontrino, che lo avviò alla pratica del "To pay it forward""pagare prima", e cioè "pagare in anticipo" il conto di qualcun altro che ne avrebbe avuto bisogno.


"E' una pratica - ha lasciato scritto Mike - che da allora mi è rimasta in testa".
E nel cuore, aggiungerei io.

Poi c'erano istruzioni precise.
"Ti chiedo solo
1) di andare sul sito ReesSpechtLife.com  e leggere cosa c'è scritto
2) Non far finire la catena 'To pay it forward' con te
3) Dal momento che non è una mia o una tua idea, non pubblicizzare la tua iniziativa con il mio o con il tuo nome.
Grazie di tutto.
E spero che un giorno qualcuno ti darà tanto amore e tanta felicità come hai diritto".

Il nostro Mike non scrisse il nome di quel professore, ma ora sappiamo che si chiama Richard Specht e che insegna Scienze alla Smithtown Central School, nello Stato di New York. 
Fu lui - che qui vediamo sorridente e felice insieme alla moglie Samantha Specht prima della tragedia che li avrebbe travolti di lì a poco - a fondare la "ReesSpecht Life".
Entrambi insegnanti, avviarono questa "catena di solidarietà"  dopo la morte del loro piccolo Richard Edwin-Ehmer, avvenuta durante un incidente stradale nei giorni dell'uragano Katrina.
Il piccolo "Rees", che finì di vivere a soli 22 mesi.
A nemmeno due anni, cazzo...

Diffondere "Random Acts of Kindness", è scritto nell'atto di fondazione: "Atti di gentilezza casuali". 
Ecco lo scopo principale dell'associazione. 

Come quella, appunto, di "pagare in anticipo", o di donare inaspettatamente piccole somme di denaro a chi ne ha bisogno.
Magari proprio quando ci è andato bene qualcosa...

Un'idea che, silenziosamente - con il passaparola e con bigliettini come quello del nostro Mike - ha iniziato a prendere piede in America incoraggiando le persone a rispondere alle buone azioni senza motivo con un'altra buona azione.
Anche questa senza motivo, ancor più casuale.

Una sorta di "catena di buone azioni senza motivo" che hanno come beneficiarie persone estranee, sconosciute.
Piccoli gesti gratuiti ed inaspettati: come dare i 5 dollari mancanti alla persona in coda alla cassa che non sa come fare.
In Italia, a Napoli soprattutto, in qualche bar sopravvive ancora la pratica del "caffè sospeso" (ma anche della pizza e del biglietto della metro...): lasciare alla cassa, cioè, un caffè pagato per il primo sconosciuto che ne avrà bisogno o che comunque lo chiederà.
Pratica che - partita da Napoli - nel tempo è dilagata in Francia, in Spagna, in Svezia, arrivando financo in Australia e negli Stati Uniti, appunto.
Una cosa del genere, infatti, un bel po' di anni fa l'ho vista anche in un locale di Manhattan, nel Village.

"Rosy" (il suo nome me lo sono inventato, come quello di Mike), lo ha promesso.
Non si dimenticherà mai di quello che le è accaduto. E restituirà in qualche modo, appena potrà e per quanto potrà, questo piccolo miracolo terreno che l'ha investita.

"Se tanta gente di poco conto,
in luoghi di poco conto,
facesse cose di poco conto,
la faccia del mondo cambierebbe".

La morale, in fondo, sta tutta in questa frase che lessi, una quarantina di anni fa, su un tavolo, nella sede di un gruppo che negli anni '70 era in Corso San Maurizio 27, a Torino.
Ai tempi in cui mai (e poi mai...) avrei immaginato di arrivare ad amare così tanto gli Stati Uniti d'America.

Ma questa, davvero, è tutta un'altra storia.


© dario celli. Tutti i diritti sono riservati

martedì 16 giugno 2015

Le galline del professor Antonio

Il mercato è a Grant Park, nella parte sud del "centro" di Atlanta.
Un parco pubblico che ricorda, con i suoi prati e le sue collinette, un po' Villa Borghese a Roma, un po' il Parco del Valentino a Torino, un po' qualunque parco italiano, a ben vedere.
Solo che qui, per terra, non c'è un pezzo di carta, non un mozzicone di sigaretta: è vietato fumare, nei parchi e nei giardini pubblici degli Stati Uniti.
E, soprattutto, la gente rispetta il divieto.

Una volta la settimana, questa parte di Grant Park si trasforma in un "farmers market", un mercato di contadini "a chilometro zero"
Ok, ora non sono una grande novità nemmeno in Italia: ma consultando l'elenco nel sito del Dipartimento dell'Agricoltura della Georgia, si viene a sapere che soltanto ad Atlanta (447mila abitanti, poco più che Bologna) di "farmers market" ce ne sono 41.
Quarantuno.

Qui i contadini arrivano dalle campagne attorno alla Capitale della Georgia per vendere direttamente i loro prodotti, a patto però che - così dice il regolamento - siano esclusivamente frutto di agricoltura biologica e solo se le loro fattorie hanno la relativa certificazione "bio" del Ministero della Salute e del Dipartimento dell'Agricoltura della Georgia, e dell'Usda, il Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti. 
I cui severissimi ispettori effettuano controlli ed esami periodici a sorpresa.

In questi mercati, i prodotti eventualmente trattati con erbicidi o fertilizzanti sintetici devono essere preventivamente segnalati alla direzione, che esaminata la documentazione rilascia (eventualmente) l'autorizzazione alla vendita.

"Community Farmers Markets crea in questo modo l'opportunità di rafforzare l'economia locale e promuovere stili di vita sani", si legge ancora nel regolamento. 

Tutto quello che viene messo in vendita, poi, deve essere elaborato totalmente a mano e "in casa" da chi li vende: muffin e torte, per esempio, non possono contenere ingredienti "semilavorati" precedentemente altrove.

Chi vende carne e derivati deve certificare tutta la filiera della lavorazione: dalla provenienza dell'animale, da come e dove questo è stato allevato, al tipo di erba e di mangime biologico utilizzato per il suo nutrimento.

E anche l'elenco di questi ingredienti deve essere pre-approvato dalla direzione del Grant Park Atlanta Farmers Market, alla quale stagionalmente deve esserne presentato l'aggiornamento.

Nel mercato sono presenti anche artisti e artigiani locali. I primi si esibiscono in cambio di offerte suonando in precisi spazi affidati ad ognuno di loro; 
gli altri vendono i loro manufatti: borse, scarpe, camicie, maglie, ceramiche, bigiotteria, stoviglie.
Artigianato meglio se - dice sempre il regolamento - realizzato grazie al riciclo e al riuso. 

Basta compilare la domanda on line entro il termine previsto ogni anno (quest'anno era il 13 febbraio), inviare la quota di iscrizione non rimborsabile (25 dollari, 22 €uro e 43 cent) e presentare tutta la documentazione, "che non verrà esaminata prima del ricevimento della quota di iscrizione".

Tutto abbastanza semplice.
Siamo in America.
Arrivo al Grant Park con alcuni amici americani con i quali avevo appuntamento: "Conversazione italiana in Atlanta", si chiama il loro gruppo che ho trovato su MeetUp.com.
Sono "atlantini" (si dirà così?) che amano a dismisura tutto ciò che è Italia: la lingua, la cultura, la musica, la letteratura, la cucina.
E forse anche il suo caos, la sua disorganizzazione.


Insomma, amano l'Italia in quanto tale e tutto ciò che è Italia. Italia dove ognuno di loro si reca appena può.
Sorrido...
Quanto tutto è relativo, eh?


"Ti portiamo da un italiano", mi dicono quando entriamo nel parco.



Capisco di essere arrivato, quando mi trovo di fronte allo striscione "Antonio's Fresh Pasta".
E lui, Antonio, era lì che digitava qualcosa sul suo telefonino. 

Aspetto: davanti ho una piccola coda di clienti. 
C'è chi compra tagliatelle, chi lasagne, chi penne, chi qualche etto di "paglia e fieno".
"Ehi, un altro italiano! Scusa, chiacchieriamo subito, appena smaltisco questi in fila.
Ma quanti italiani ci sono ad Atlanta? Sono appena venuti due marchigiani. Avevano nostalgia dei nostri ravioli e allora sono venuti a prenderne un bel po' di porzioni...".

Il bello di attaccar discorso con gli italiani all'estero è che solitamente ognuno di loro è custode di storie sempre interessanti.
Come quella di Antonio, che in Italia, fino alla fine degli anni '80 faceva l'insegnante: professore di Matematica e Fisica in una scuola di Montelupo Fiorentino.

Aspetto che faccia pagare una cliente che ha preso mezzo chilo di sue tagliatelle fresche.
E rimango a bocca aperta...
Lui, infatti, prende la carta di credito che la donna gli ha dato e la fa scorrere nella piccola fessura di un marchingegno inserito nella presa destinata normalmente allo spinotto degli auricolari...
 
Insomma, quel cosetto infilato nell'attacco delle cuffiette era un "lettore" per bancomat o carta di credito.
Dopo aver strisciato la carta, Antonio ha digitato il totale del conto; poi ha passato alla cliente il telefono, con questa che ha inserito il proprio codice segreto.

Finito, stop.
Niente contanti nel portafoglio? Nessun problema!
Tutto molto semplice. 
Siamo in America.

Ci ritroviamo qualche sera dopo, davanti ad una birra, una Coca Cola e due bistecche.
E lì, con calma, Antonio mi racconta la sua storia.

La storia di lui, insegnante quarantenne, che una ventina di anni fa si innamorava di un'americana in vacanza in Toscana. Una storia che lo ha portato qui, in Georgia, in un paesino di 592 abitanti a 15 chilometri da Athens, cittadina gemellata con Cortona.

"Ti confesso che da tempo mi ero stancato dell'Italia e della mia vita italiana. 
Il mio lavoro, poi: ero insegnante, un lavoro statale, sicuro, certo... Ma non sai quanto, con gli anni, mi sentissi sempre meno utile a quei ragazzi.
In Italia non ero, non mi sentivo, competitivo da nessun punto di vista: economico, sociale... Avevo combattuto per fare l'insegnante: ma sempre più, per me, quella era diventata una professione che serviva solo a tenermi 'a galla'.

E poi gli amici, i colleghi di lavoro... 
Chissà se oggi qualcuno di loro penserà ogni tanto a che fine io abbia fatto in America. 
Sai, a quel tempo eravamo tutti intorno ai 40 anni: adulti, e ormai, bene o male, ormai 'formati'. Ognuno si faceva un po' i fatti suoi.
In fondo, se ci penso, non è che fra noi ci fosse molta solidarietà e comprensione...".

E' dovuto crescere in fretta, il nostro Antonio: il padre morì quando aveva 15 anni, la madre quando ne aveva 23. 
"Insomma, nella vita sono partito male. E tardi".
Ho sorriso...

L'andarsene dall'Italia, mi dice, in fondo non è stata "una scelta"Ma il destino, ad un certo punto, gli ha fatto passare accanto una ragazza americana.
"Ci siamo innamorati subito. E subito, come fosse la cosa più naturale, ci siamo trovati a parlare di vita in comune, di matrimonio, di figli, di andar via con lei. 
Di andare in America". 

E' come se qualcuno gli avesse indicato la strada giusta, a lui che vagava senza meta.
A lui, che si sentiva perso...


Azzerare il passato. Ricominciare da zero.
Rinascere, in qualche modo.

Posso immaginare quale sia stata la sensazione che sentiva il nostro Antonio. 
Più o meno quella descritta, nel lontano 1776, dal rivoluzionario americano Tom Paine, che scrisse: "Abbiamo la possibilità di cominciare da capo a costruire il mondo. Una situazione simile all’attuale non si è verificata dai giorni di Noè". 
Credo proprio sia questa l'irrazionale sensazione che fortemente sente dentro ogni persona che, anche al giorno d'oggi, emigra in America.

E infatti: "Ti confesso che quando ho intravisto finalmente una via di uscita non mi sembrava vero: una famiglia, gli Stati Uniti, ma soprattutto, appunto, ricominciare da zero, una nuova vita".

"Sono partito senza voltarmi indietro una sola volta, credimi".

Cari amici, avrei potuto intitolare queste righe "Le tre vite di Antonio", ma c'è già un racconto (una straordinaria storia di un italiano in America) con questo titolo, qui su Aria Fritta.
"Tre vite" perché, dopo la prima vita italiana, dopo il matrimonio americano, Antonio inizia la sua terza vita. 

Dieci anni di matrimonio (e un figlio), si riempirono ad un certo punto quasi solo di incomprensioni, di tensioni, di litigi. "Eravamo diventati due estranei, al limite dell'odio. Non potevo andare avanti così...".
E così Antonio si trova a ricominciare ancora una volta "da zero". 
Ad andare "a capo" per la terza volta.
Nella sua mente maturava da tempo un progetto.

Intanto riprende l'Università. "Mi iscrissi alla facoltà di Scienze dell'Alimentazione che avevo cinquant'anni suonati. Guarda, qui non c'è niente di strano: anzi, il rimettersi in gioco in età matura è visto come un valore, in America. Diventi una risorsa".

All'interno dell'Università - come è possibile negli Usa - Antonio studia e lavora. 
E con il lavoro e con i finanziamenti che le banche concedono agli studenti, si mantiene e riesce a comprarsi anche una casa.
Nel 2003 arriva così il dottorato in Scienza dell'Alimentazione.
"Ho sempre avuto un grande amore per la buona cucina, soprattutto buona cucina italiana! E allora...".
E allora, nel 2004, ad Athens, un centinaio di chilometri da Atlanta, Antonio apre il suo negozio di gastronomia, specializzato nella vendita di prodotti italiani importati: salumi, formaggi, pasta, olio d'oliva.
Poi, due anni dopo, inizia a fare la pasta "in casa". 
E lì "vede lungo"...

"Sì, fu nel 2006 che decisi di iniziare a fare pasta fresca. Dall'Italia feci arrivare una macchina che mi avrebbe permesso di farla artigianale ma in grandi quantità. E con quella, ho iniziato a fare tagliatelle e ravioli. E ho visto che la cosa funzionava".
A quel punto, Antonio decide di chiudere il negozio e di vendere tutta l'attrezzatura. 
Tutta tranne la macchina per la pasta.

Sul piccolo appezzamento di terreno che aveva in quel microscopico paesino di 592 abitanti a 15 chilometri da Athens, Antonio costruisce la casa alle sue galline: una piccola costruzione in muratura per il loro ricovero notturno.




Tutto attorno, un'ampia area in cui i pennuti possono scorrazzare in libertà all'aria aperta. Con le galline alle quali non rimane che fare il loro lavoro: uova.

Uova a volontà.


Uova certificate "bio", visto che le galline di Antonio vengono nutrite con mangime rigorosamente biologico.
Antonio spiega ai suoi clienti che la sua è pasta "fatta a mano".
Gli americani, ovviamente, non hanno la cultura della pasta, anzi, non ne sanno "un fico secco","e allora chiarisco loro che in commercio esistono diversi tipi di macchine per pasta. Ci sono quelle che fanno 'tutto da sole', automaticamente: basta inserire la farina qui, le uova là, un po' d'acqua, eventualmente il ripieno in quell'altro punto della macchina e schiacciare un paio di tasti".

Lui, invece, racconta agli americani che il suo procedimento è fatto tutto "a mano", con quelli attenti come se ascoltassero una favola. "Dico loro che  non c'è nulla di "magico" in ciò che faccio, e che potrebbero farlo loro, se solo a casa avessero tempo (e voglia)".
Spiega che dopo aver fatto l'impasto, passa questo lentamente attraverso due cilindri, e poi ancora, fino a quando non raggiunge lo spessore che desidera.

Un po' come faccio io, con la mia vecchia Atlas "tipo Lusso mod. 150" degli anni '60, rigorosamente manuale ("prezzo di vendita, lire 8900", come si può vedere se si clicca sulla foto e si ingrandisce l'immagine) ereditata da mia mamma...






Gli affari vanno, le richieste aumentano: e allora Antonio compra un'altra macchina. Le sue (una Modula e una Estro, comprate rispettivamente nel 2007 e nel 2013 e fatte arrivare direttamente dall'Italia) lavorano esattamente allo stesso modo della mia, a parte il fatto che sono elettriche e progettate appositamente per piccoli laboratori artigianali.
Agli americani, che lo ascoltano quasi a bocca aperta, lui spiega che la sfoglia di pasta, per diventare pappardelle, tagliatelle, tagliolini e ravioli, viene poi tagliata "a mano: si tratta di un sacco di lavoro".
Per fare il quale viene aiutato da una dipendente assunta apposta.
Il suo menù è notevole, come possiamo vedere. Tutto sommato, fedele alla tradizione italiana.
Ci sono anche le tagliatelle "gluten free".
E ha successo: "Sì, si guadagna", ammette.
Gli americani, la qualità, la pagano senza problemi.

A chi gli chiede informazioni spiega bene tutta la "filiera" di lavorazione: dall'allevamento delle galline (esclusivamente ruspanti e nutrite con mangime bio), e a come le uova e la farina diventino poi pasta, tagliatelle, lasagne, o ravioli ripieni di carne o di spinaci e ricotta. 

Pasta agli "artichoke, asparagus, lemon zest, sweet potato, butternut squash, smoked salmon, eggplant, 4 Cheese"; ai carciofi, agli asparagi, alla scorza di limone, alle patate dolci, alla zucca, al salmone affumicato, alle melanzane, ai quattro formaggi.
Financo ad un sinceramente un po' inquietante "Chocolate Cheesecake": ma si sa, gli americani,
 con i loro gusti si spingono spesso laddove noi nemmeno immaginiamo. 
Gusti che in qualche modo lui deve soddisfare, suvvia... 

Oltre a quello di Grant Park, Antonio vende i suoi prodotti anche in un altro mercato "bio" di Atlanta dove anche lì ha, ormai, affezionati clienti. I quali ogni settimana gliene presentano sempre altri: "Quasi la mia vera famiglia", mi dice.
"A parte la mia compagna, ovvio", si affretta ad aggiungere subito. 
Siamo in una steak house di Atlanta, che fa parte di una catena. Abbiamo esitato un po' prima di entrarci, perché lui avrebbe preferito un ristorante più "familiare". Ma non era mai stato in questa zona della città. E si rischiava di far troppo tardi...

E allora, davanti ad una buona bistecca, mi racconta di una Italia (ormai) lontana: di un fratello con il quale non ha mai avuto un rapporto troppo facile, dei quotidiani italiani che definisce "illeggibili".
"Da osservatore esterno quale mi ritengo essere, mi pare che più che informare il pubblico i giornali italiani mandino messaggi 'cifrati' a politici o a non so chi...". E mentre la bistecca finisce mi chiede se sono davvero libero di scrivere ciò che voglio.
Continuo a mangiare e ascolto...


Mi racconta di quando era in Italia e leggeva la Repubblica e l`Espresso: "Ora leggo volentieri i giornali americani, il New York Times, al quale sono abbonato, o l'Atlanta Journal... Sono chiari, ben scritti e interessanti.

Insomma, non seguo molto le notizie dall`Italia, ma leggo avidamente tutto quello che i giornali qui scrivono dell'Italia".

Mi chiede se il sistema sanitario è sempre quello di 30 anni fa, e mi dice che gli manca un po' quel che di noi piace agli americani: il nostro carattere aperto e spontaneo.
Che, non c'è dubbio, è anche una sua caratteristica.
Degli italiani mi confessa che però non sopporta la "furbizia", componente mal vista dagli americani: "In Italia ci hanno detto sempre, fin da bambini, 'Fatti furbo!'. Ecco: ho un po' l'impressione che in Italia, per sopravvivere, devi essere 'furbo', e devi saper fregare quelli che non sono furbi come te".

Mi racconta di quando lui, per esempio, è stato fregato da "un amico" italiano, che gli ha incassato (tenendolo per sé!) un suo vecchio rimborso di tasse, e va giù duro: "Non mi pare possibile che un Paese dove si vive di tali sotterfugi abbia la possibilità di successo nell'economia globale di oggi: la piccola mentalità italiana 'furbista' produce diffidenza e l'altrui sospetto. E diventa un circolo vizioso".


Parliamo degli italiani in America e lui mi racconta di diversi Italiani conosciuti ad Atlanta o ad Athens "che sono arrivati, hanno cominciato un business magari nel campo dei ristoranti, hanno fatto un po' di soldi", ("perché gli Americani si fidano ciecamente del genio italiano in cucina, mi dice) ma che poi sono finiti a gambe all'aria "per avidità, presunzione e mancanza di umiltà".



Mi parla degli unici due amici con i quali è ancora in qualche modo in contatto in Italia: Angelo, che fa il medico, e Ranieri, il dentista.
Mi parla dell'America, di quanto è grande, di come qui ci si senta in pace.
E del fatto che l'America gli ha regalato una cosa enorme: una nuova vita. 

"Sai, Dario: hai ragione ad avere l'impressione che qui, in America, ci sia posto per tutti. 
Io qui mi sento a casa. Forse perché gli americani sono molto tolleranti nei confronti degli stranieri. 
Come sono io, come ero io.
Sì, hai ragione: forse gli americani hanno nel dna la consapevolezza che anche loro sono d'origine straniera, che anche loro (o i loro genitori, o i loro nonni, o i loro bisnonni) sono arrivati da qualche altra parte, da qualche altro angolo di mondo... 

E infatti gli americani sono simpatici con gli stranieri. 
Non hai idea di quanto piaccia a loro il mio accento italiano: e quando al mercato un nuovo cliente mi sente parlare, vuole sempre essere sicuro che io sia 'un italiano, un italiano vero' , non un 'italo-americano' come ce ne sono tanti, qui. 
Qui, in America, c'è veramente da sentirsi orgogliosi ad essere italiani".

E quando gli dico tutta l'America che ho visto (e che non mi basta mai...) Antonio sgrana gli occhi e ammette di non essere uscito molto dalla sua Georgia: "Mi piacciono New York, Boston, San Francisco. Ma al contrario di te non mi piace per nulla viaggiare in auto, spendere lunghe ore in macchina. Anzi, non lo sopporto proprio".

Parliamo di una mia professoressa del mio liceo, che ad un certo punto mollò l'insegnamento per aprire un negozio di mobili di design: una scelta che mi lasciò sbalordito e un po' perplesso, a quel tempo. "Guarda, io sono molto contento della mia scelta. Sono contento del posto dove vivo e dell'attività che svolgo.
Ti assicuro che vendere la 'MIA' pasta è la cosa più divertente e gratificante che io abbia fatto nella vita mia...".

Già... Ancora una volta mi trovo a pensare che, in fondo, il  confine fra nutrire la mente e il nutrire il corpo è davvero labile. 
A pensarci bene non c'è molta differenza, no?

Parliamo un po' di politica: non di quella italiana ("per carità!, davvero mi pare che in Italia non sia sostanzialmente cambiato nulla...") ma di quella americana.

Mi racconta che si considera un "liberal" e che ha votato democratico: "Ho votato per Obama, che considero ancora un buon Presidente. Forse nei giorni della sua elezione in Italia qualcuno ha tentato di trasformarlo in 'macchietta', ma il suo arrivo alla Casa Bianca, in America è stato davvero un fatto storico, una rivoluzione. Ha avuto l'enorme effetto di migliorare a dismisura le relazioni fra i bianchi e gli afroamericani. 
E' un po' come se questi ultimi non debbano più dimostrare nulla, adesso; adesso che uno di loro siede da due mandati alla Casa Bianca, ora che hanno raggiunto quel 'vertice sociale' grazie al loro voto e a quello della maggioranza dei bianchi.
Nonostante ciò che si può credere, ti assicuro che negli Stati Uniti la tensione sociale è diminuita, come sono diminuite quelle razziali. E davvero, oggi, in America una coppia 'interrazziale' non fa più alcun effetto; anzi: nelle situazioni normali, se non ci sono afroamericani fra i dirigenti o i lavoratori la cosa 'suona' strana, insolita.  

Ti assicuro: oggi, in America, 'si respira' molto meglio, e secondo me Barack Obama rimarrà uno dei Presidenti più importanti della Storia americana".

Parliamo della sua riforma sanitaria: "Coraggiosa, storica, ma certamente insufficiente agli occhi di noi europei. Ma nonostante la resistenza dei repubblicani, resta comunque un grande passo avanti rispetto al nulla di prima".

"Certo, negli ospedali americani, anche se i servizi sono eccellenti, la cosa più importante resta comunque ancora il profitto, e questa cosa a me non piace per nulla...".

Si salta da un argomento all'altro, e quando gli dico che il ragoût di carne è una delle mie specialità, lui, con assoluta tranquilla "operatività americana" mi dice subito "Dai, se vieni qua, vieni in America. Tu ti occupi dei sughi. 
Dario, se vuoi venire, un lavoro con la pasta e i sughi te lo trovo.
La settimana scorsa ho assunto una donna ma non sono sicuro che sia la persona adatta. E' un po' lenta e non sa niente di pasta. 
Qualche sugo lo faccio già. Questa settimana ne ho fatto 15 libbre (quasi 7 chili, NDA), e li ho venduti tutti.
Avevo anche un paio di chili di lasagne di carne. 
Vendute tutte. 
Ma i 'Farmers Market', i nostri mercati, qui ad Atlanta sono tanti, e il bello è che non hai spese, se si esclude il costo della tenda e una modesta cifra per affittare il sito al mercato, 25 dollari al giorno".

Prima di abbracciarmi mi stuzzica ancora: "Dai, vieni! Ti prendi un nuovo mercato, perche` ad Atlanta ci saranno una trentina di Farmers Markets (no, caro Antonio: sono 41..., NDA), e io posso andare solo in uno per volta".

Non c'è dubbio, ormai è assolutamente "americano": pragmatico, pratico, sognatore, ottimista. 
Serio ed immediatamente operativo. Arriva al punto senza girarci troppo intorno.

Sa benissimo che il mio mestiere è tutto un altro, ma non trova nulla di strano a farmi una proposta del genere, e a farmela seriamente. 
D'altronde, lui, nell'altra sua vita, non era forse un professore di matematica e fisica? 
E infatti di lì a poco insiste: ancora "Guarda che parlo sul serio, Dario, ti aspetto a lavorare con me!".

Gli do appuntamento in Italia, e lui - sorridendo - me lo dà in America...
Parleremmo ancora ore, ma per arrivare a casa Antonio deve fare più di un'ora di strada con la sua station wagon, un po' vecchiotta e senza navigatore.
Ci salutiamo.

Un abbraccio, quasi da vecchi amici.


Lo guardo mentre si allontana nella notte di Atlanta...

Ad un certo punto - mi racconterà più tardi - ad un incrocio fuori città si rende conto di essersi perso.
Niente da fare: non trovava più la Interstate 85 South...
Fermo ad un semaforo, con espressione interrogativa, guardava continuamente da una parte e dall'altra dei finestrini senza trovare risposta.

Mi racconterà che sarà restato così, nella strada deserta, perplesso, per un paio di minuti, con il semaforo rosso che diventava verde, e poi ancora rosso, e poi ancora verde...
Fino a quando non gli si è affiancata un'auto guidata da una donna che gli ha chiesto "Are you lost?".

"Ti sei perso?".

E allora lei, con la mano fuori dal finestrino, indica la strada.
A lui che rischiava, di nuovo, di perdersi. 

E con la mano lo saluta sorridendo.



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