PERSONE CHE HANNO LETTO O CURIOSATO

lunedì 25 agosto 2014

I pugni del piccolo Giuseppe

Cosa pensassero è facile da immaginarlo.
D'altronde cosa vogliamo che pensasse quella coppia che, a bordo del piroscafo North American, passava davanti alla Statua della Libertà...
Erano di fronte alla "porta dorata" e poco dopo sarebbero sbarcati ad Ellis Island.
L'America, immensa, era lì, di fronte a loro.
Ellis Island, come saprete, è l'isola di New York oggi sede dell'Ellis Island Immigration Museum, il Museo dell'Immigrazione voluto nel 1990 dal Presidente Bill Clinton. 
Ma per 62 anni - dal 1892 al 1954 - è stata la prima tappa per 12 milioni di immigrati giunti nel Nuovo Mondo alla ricerca della felicità.
Fra questi milioni e milioni di italiani: 2.045.877 solo fra il 1901 e il 1910, per la precisione. 
Passeggeri che, una volta sbarcati, venivano intervistati, visitati e registrati uno ad uno.
Quel giorno, era il 17 marzo 1904il "passenger record" - il registro passeggeri della nave a vapore "North American" salpata da Napoli 14 giorni prima - annotava il protagonista della nostra storia al numero 0020: prima di lui troviamo il padre - Di Melfi Domenico, anni 29 - e la madre: Di Melfi Rosa, anni 26. Si facevano presto, in quegli anni, le scelte coraggiose. 
Poi ecco il suo nome - "Di Melfi Guiseppe, anni 6" - e quello della sorellina Angela Maria, 3 anni.

No, non è stato un refuso: guardate qui sotto. Sul registro c'è scritto proprio "Guiseppe": non era infatti per nulla raro che, giunto ad Ellis Island, un immigrato si vedesse storpiato il proprio nome di battesimo o, peggio, il proprio cognome non anglosassone. 

Cosa sentissero nella loro testa in quell'istante Domenico, Rosa, e i figli Giuseppe e Angela Maria, lo possiamo immaginare: smarrimento, "madovecazzosiamocapitati", paura boia, "maperchénonsiamorestatidoveravamo", voglia di ricominciare da zero, "mammamiaorachecavolofacciamo", desiderio di rivalsa... 
Pensieri formulati in quest'ordine, a ripetizione, e poi in ordine contrario, e infine in ordine sparso.
D'altronde cos'altro avrebbero mai potuto pensare due giovani nemmeno trentenni che arrivavano in America dal civico 15 di  via Lilio, Anzi, provincia di Potenza: oggi 1700 abitanti. 
Allora nemmeno mille.
E tutti praticamente in miseria.

Che rabbia mi fa, cari amici, non sapere di più, non aver trovato alcuna notizia sulla vita della famiglia Di Melfi in Italia ma soprattutto a New York.
Non so niente, non ho trovato niente...
Niente di niente.
E' pur vero che stiamo parlando di cento anni fa, del secondo decennio del 1900.

Quel poco che so, è che il piccolo Giuseppe - che probabilmente aveva tutte le ragioni per essere arrabbiato con il mondo - ad un certo punto della sua adolescenza iniziò a dar di pugni. 

Nel senso di boxe. 
Ma perché e dove iniziò non sono riuscito a saperlo. 

Non c'è alcuna notizia di quel suo primissimo periodo. E pochissime foto: una è questa, che lo ha fissato mentre, assorto in una pausa durante un allenamento, il nostro Giuseppe pensava chissà a cosa.
Quel che si sa è che Giuseppe Di Melfi, essendo assai piccolino (era alto 1 metro e mezzo) rientrava nei "pesi mosca", categoria che comprende i pugili dal peso inferiore alle 114,6 libbre, 52 chili.
Una specialità che sempre ha fatto fatica a farsi strada negli Stati Uniti, dove il pubblico era più affascinato dai "giganti della boxe" come Rocky Marciano o Primo Carnera, italo americani anche loro, ma decisamente più famosi.
E decisamente più ricchi, visto che "la borsa" che vincevano dopo ogni incontro sembrava essere direttamente proporzionale al loro peso e alla loro altezza.

Quanto mi dispiace saper poco, pochissimo del nostro  Giuseppe. 
Ho impiegato giorni e giorni a cercar notizie, foto, appunti, a consultare archivi o vecchie tabelle di pugilato: ma non sono riuscito a far luce su tanti punti oscuri della vita da pugile professionista di Giuseppe Di Melfi.
Per esempio: so che gli era stato affibbiato un nomignolo ("the fighting newsboy", che più o meno potrebbe significare "lo strillone combattente", perché - come molti ragazzini dell'epoca - tirava su un po' di soldi vendendo i giornali e difendeva l'angolo nel quale si piazzava a suon di pugni...) ma all'inizio della sua carriera rinunciò al suo nome. Perché diavolo ne assunse uno finto non si sa: forse perché lui o il suo manager ritenevano quello vero troppo difficile? 
O forse perché era troppo "italiano", per una categoria già di per sé poco considerata negli States?

Sta di fatto che il pugile Giuseppe Di Melfi, diventato professionista nel 1912, cessò di esistere - almeno sul ring - per lasciar posto a "Young Zulu Kid"; ("il giovane ragazzo zulù") nome che oggi appare assai improbabile. 
Ma forse, per i tempi, con più "appeal".
Improbabile o meno, con quel nome "di battaglia" il nostro piccolo Giuseppe dal pugno di ferro iniziò - affamato come tutti gli italiani che in America si davano al pugilato - ad imporsi un incontro dopo l'altro.
Nel 1916 mise al tappeto l'allora campione dei "pesi gallo" Monte Attel, vincendo poi nello stesso anno un'altra sfida questa volta con Johnny "Kewpie" Ertle.

Gli Stati Uniti non degnarono praticamente di alcun interesse le categorie  "peso mosca" o "peso gallo" almeno fino a quando non giunse il momento di sfidare l'allora campione mondiale (inglese) Jimmy "Atomic" Wilde. 
Gli Usa, allora, raccolsero il guanto mandando all'Holborn Stadium di Londra il loro "peso mosca" migliore: "Young Zulu Kid", di Broccolino, New York City.
Il nostro Giuseppe Di Melfi, appunto.

Il 21 aprile 1917 uno dei più importanti giornali americani della costa dell'est, il "The Day" di New London, Connecticut, 


così annunciava (nel titolo!!) la sfida:
“Young Zulu Kid is not colored boy”
"Young Zulu Kid non è un ragazzo di colore".


Il trafiletto è tutto uno spiegare che, seppur "ad orecchio" quel nome poteva trarre in inganno e sembrare quello di un "colored boy" - di un afroamericano, si direbbe oggi - "Zulu è italiano, nato vicino a Napoli e compirà 21 anni domenica".
Per aggiungere, qualche riga sotto: "Zulu Kid è venuto in America quando aveva tre anni e combatte da cinque. Un paio di anni fa ha affrontato a New Orleans Kid Herman e Pal Moore dimostrando la sua classe contro numerosi  pugili della sua categoria".
"Zulu è già stato sconfitto da Wilde 'braccio di ferro' in Inghilterra, ma ha comunque ricevuto elogi dalla stampa sportiva britannica. Un paio di anni fa ha concluso in pareggio un incontro con Kid Herman (il cui vero nome, in realtà, era Pietro Gullotta!, NdA) e con Paul Moore", due dei "pesi gallo" più forti di tutti i tempi.

No, non vinse nemmeno quella volta il nostro Giuseppe. D'altronde Jimmy Wilde era uno dei più grandi boxeur di quei tempi: roba da 100 ko sui 130 incontri vinti.

Ma quell'incontro - terminato anche quello per ko all'11° round - fu sufficiente a far uscire dall'anonimato "Young Zulu Kid", il nostro Giuseppe Di Melfi, da Broccolino. 
Pardon, da Anzi, provincia di Potenza.
Furono le Olimpiadi di Anversa del 1920 a far cambiar la rotta, rendendo un po' più popolare negli Usa la boxe dei "pesi gallo" e dei "pesi mosca": quando cioè l'americano Frankie Genaro (qui sotto nella foto) vinse la medaglia d'oro. 
Genaro che in realtà si chiamava Franco Di Gennaro. Ad Ellis Island gli agenti dell'immigrazione storpiarono nome e cognome anche a lui, porello... 
Fu quella medaglia olimpica americana (ma tutta italiana) a dare la spinta perché fosse introdotta da allora anche negli Stati Uniti la categoria "peso mosca" fra gli incontri di boxe professionisti.

Gli mancò solo il titolo mondiale, al nostro Giuseppe Di Melfi, il quale, però - con i suoi 132 incontri ufficiali - una vittoria dopo l'altra riuscì a restare saldamente tra i primi dieci pugili professionisti della classifica mondiale di categoria per oltre 12 anni. 
Charley Rose, leggenda fra i manager della boxe Usa, lo ha posto alla decima posizione dei "pesi mosca" americani di tutti i tempi.
Nonostante i 132 incontri disputati, la carriera di "Guiseppe" Di Melfi, detto "Young Zulu Kid", non durò molto.
Così si ritirò dal ring, per venire assunto alla New York Transit Autority, l'azienda dei trasporti pubblici di New York, dove vi lavorò fino alla pensione.

Morì a New York il 1° aprile 1977, a 79 anni.

Suo figlio, Joseph Di Melfi, vive ancor oggi a Brooklyn. 
L'ho cercato, ma non sono riuscito a trovarlo.
Volevo solo dirgli che in Italia qualcuno si ricorda ancora di suo padre.
(A' Giusé: non è che questa notte me l'assesteresti per bene, dall'aldilà, un pugno dei tuoi, così me dò 'na svegliata?)



© dario celli. Tutti i diritti sono riservati

venerdì 8 agosto 2014

La casa di Pauline

Pauline è stata due giornate a mettere via tutto.
Aveva 92 anni, Pauline Manpearl, e con un filo di voce chiedeva alla sua amica Betty Weiss: "Dove mi portano? Dove dormirò questa notte?"
Ms. Manpearl è stata l'ultima ospite di una casa di riposo di Los Angeles, la "Sunset Hall"Una casa di riposo americana molto, molto, particolare. 
Casa di riposo che - con lei che se ne andava, quel giorno del marzo di nove anni fa - avrebbe chiuso i battenti per sempre.
Che la "Sunset Hall" sia stata una casa di riposo diversa dalle altre lo si capiva sia dal motto scritto nel cartello di ingresso ("Mantieni viva la speranza"), sia dal resto del nome: "Casa di riposo del Libero Pensiero".
Anche i libri che Pauline si portava con sé, facevano trasparire senza troppa difficoltà qualcosa. Libri ai quali lei non avrebbe assolutamente rinunciato. 
Già era depressa dal cambiare casa, ma lasciare anche i suoi libri, no, per la miseria!
Romanzi?
Naa, siete fuori strada.

Il primo che si notava si intitolava "Karl Marx: il suo ambiente e la sua vita".
Lo aveva messo a disposizione della biblioteca della Casa (dove, ovviamente, tutti mettevano a disposizione di tutti i propri libri...) e stava insieme ad altri del tipo "Opere di Lenin. Raccolta"
"Karl Marx e l'etica cristiana"
"Ecco la Cina comunista";
"Unione degli Stati Uniti Comunisti d'America. A quando?".
Maggie Kuhn
fondatrice delle "Gray Panthers", le "Pantere Grigie
"
Cari amici: scrivo spesso, in queste pagine, che gli Stati Uniti sono sempre qui a stupirci e prenderci in contropiede, e la "Sunset Hall" ne è (era, pardon...) la dimostrazione.
E lo è stata per quasi un secolo. 
Si trattava, infatti, di una casa di riposo che fin dalla nascita - era il 1924, quasi un secolo fa, in molti sensi... - aveva una missione principale: ospitare negli ultimi anni di vita militanti comunisti, sindacalisti, sacerdoti progressisti, anarchici (radicals di ogni tipo insomma...) americani.
Per quasi novant'anni la "Sunset Hall" è stato infatti il buen retiro di giornalisti, sceneggiatori sovversivi di Hollywood, scrittori, editori e militanti comunisti, socialisti, anarchici.
Il problema è che se i comunisti sono iniziati a scarseggiare in Italia e in Europa, figuriamoci negli Stati Uniti d'America...

E infatti i tempi in cui le 39 stanze della "Sunset Hall" erano tutte occupate (e lunghissima era la lista d'attesa di vecchi sovversivi americani che volevano lì passare gli ultimi anni della loro vita) erano finiti da un bel po'.
Così come erano finiti i tempi in cui gli ospiti della casa di riposo, al posto di andare a fare amene gite al mare o in montagna, noleggiavano pullman per partecipare a qualche manifestazione di protesta in giro per l'America, dove alzavano orgogliosamente il pugno chiuso.
D'altronde, allora, si era negli anni '60-'70.
1979, marcia antinucleare.
Le Gray Panthers a Washington
Quando invece la nostra amica Pauline è stata costretta a fare i bagagli e a portarsi via i suoi preziosi libri, le camere occupate erano solo undici.
Il "ragazzino" aveva 65 anni, il più vecchio, 102.

Ne avevano discusso tanto gli ospiti, tutti soci della cooperativa: ci furono collettivi e infuocate assemblee. Ma alla fine tutti sono stati costretti a capire (erano comunisti utopisti, sì, ma non certo poco pragmatici...) che con quei conti non potevano andare avanti molto.

E infatti sono stati loro stessi - o meglio, formalmente il loro "Consiglio di Casa" - a prendere atto che le regole capitaliste imponevano loro di esporre bandiera bianca.
Ammainando quella rossa.
Dannazione.
(Photo by Gary Leonard)
D'altronde i conti parlavano da soli: trecentomila dollari di debiti erano troppi per quei poveri 11 anziani militanti comunisti americani che fino ad allora avevano vissuto in una casa di riposo "assolutamente senza scopo di lucro", così recitava il rigidissimo statuto marxista-leninista. 

"Mi mancherà questo posto", disse la nostra Pauline, dando ancora un ultimo sguardo alla sua camera. 
Pauline, che più che ricordare quello che aveva fatto il giorno prima, raccontava volentieri di quella volta che, 65 anni prima, aveva partecipato ad un corteo di protesta finito con botte fra manifestanti e forze dell'ordine.
Con Jerry, il suo figlio 70enne, che ascoltando per l'ennesima volta quel racconto, sorrideva facendo "sì" con la testa.

"E' la fine di un'epoca", disse il figlio di ms. Manpearl. "E' che in tutta l'America pare non si trovi più un comunista che abbia voglia di vivere con altri compagni gli ultimi anni della propria vita".
Bei tempi in cui si ritrovavano, i 40 compagni ospiti, tutti insieme a discutere di politica, di "socialismo americano", dell'"anarchismo e dell'attualità del pensiero di Bakunin", della "deriva stalinista dell'Urss", della "lotta dei movimenti di liberazione africani", de "Il femminismo comunista nell'America di oggi".
Ore di discussioni accese, dibattiti, letture di testi ad alta voce: quando ex insegnanti, sindacalisti, ingegneri, avevano scelto di passare gli ultimi anni della loro vita con chi aveva diviso lotte (fra loro c'era anche un ex dattilografo del CPUSA, il Partito Comunista degli Stati Uniti d'America, una vera rarità!) e stile di vita.

Il pane di segale, per esempio, era un punto fermo nella dieta per i degenti del "Sunset Hall", e fu oggetto di furenti discussioni con un nuovo ospite ("Ma quello era un repubblicano..."), che insisteva a volere pane bianco. 
Stette un paio di mesi, poi se ne andò.

Insomma, altro che minestrine e partite a carte e bingo! 
Altro che telefilm davanti ai quali ci si addormenta la sera...
Tutto quello era finito.

E pensare che un giudice - vero, uno della "giustizia borghese" - inizialmente aveva dato ragione loro quando presentarono il primo appello contro la chiusura, che avveniva con la "pretestuosa scusa" del gigantesco debito.
Chiusura divenuta, poi, inevitabile.

L'ultima loro battaglia, quei vecchi comunisti della  "Sunset Hall", l'hanno consumata contrattando il trasloco. Alla fine, almeno, sono rimasti insieme, trovando posto in due case di riposo vicine fra loro.
Ai cui ospiti - è stato detto loro chiaramente - la politica non poteva fregare di meno.

Ammainata la bandiera rossa ("ma non certo nel mio cuore..." disse uno di loro), non hanno voluto sapere nulla dei progetti della società finanziaria che aveva comprato il loro vecchio edificio. Accollandosi tutti i suoi debiti. 
Ma non ci voleva molto ad immaginare che la loro Casa del Popolo sarebbe stata demolita per lasciare il posto ad un condominio di lusso.
Proprio a MacArthur Park, che solo fino a qualche anno prima (ok, una cinquantina di anni fa...) era un quartiere di immigrati progressisti. 
Che orrore...

Unica loro vittoria: la retta. 
Nelle loro nuove case di riposo di impronta capitalista (che Marx li perdoni!) avrebbero pagato la stessa cifra: 1500 dollari al mese per la camera, i pasti e l'assistenza infermieristica (quella medica era loro garantita dal Medicare, l'assicurazione federale che negli Usa è garantita a tutti i pensionati americani).

A trasloco fatto, uno di loro si è presentato così agli amici ("compagni"? Naaa...) della nuova Casa di Riposo: "Stai parlando con un avanzo di galera, amico. Attento perché io sono un vecchio rosso americano!".
Possiamo immaginare le facce sbigottite di chi - tutto partita a carte, bingo e telenovelas - si è sentito dire una cosa del genere, o quando un'altra dei nuovi arrivati, 91 anni, reggendosi con il girello, ha tentato di rompere il ghiaccio raccontando di aver preso atto delle "straordinarie diseguaglianze del sistema capitalista" quando di anni ne aveva 19.
"D'altronde vi ricordate di Sacco e Vanzetti, no?", disse rimanendoci un po' male quando vide l'espressione interrogativa dei suoi nuovi compagni di riposo.
"Ma la Cnn, almeno, la guardate?".
Altro silenzio. Che era una risposta più che eloquente.

Diamine, ma che razza di fessi ignoranti ci sono qui intorno?

Che fossero finiti i tempi d'oro, i superstiti lo avevano capito da un po': quando al "Sunset Hall" arrivarono gli ultimi cinque nuovi ospiti, che di politica non ne volevano sentir parlare.
Uffa, che noia.
E allora di che parliamo? 

Pauline, allora non lo sapeva che quella sarebbe stata solo l'antifona di ciò che sarebbe accaduto presto.
La fine di Sunset Hall, il paradiso dell'idealismo.
"Meraviglioso idealismo", lo definì Pauline.

Che poi guardò la sua inseparabile amica Betty (90 anni, 75 dei quali passati a occuparsi di politica progressista...), si fermò fissando il vuoto e le chiese, guardandola negli occhi: "... Di cosa stavamo parlando?".


© dario celli. Tutti i diritti sono riservati

venerdì 1 agosto 2014

Quel cono alla nocciola

Cari amici lettori: quella che segue, invece, è una storia diversa (e un po' lunghetta ma avvincente. Dunque, mettetevi comodi! E fate attenzione anche al suo alto contenuto glicemico!).

Questa volta non vi racconterò di un giovane che è stato  improvvisamente baciato dalla fortuna della Lotteria Green Card; 
né scriverò l'affascinante e incosciente avventura di un "illegal" italiano, di uno di quei tanti clandestini italiani che vivono negli Stati Uniti e che lavorando sodo, poi, "ce l'hanno fatta".

Vi avverto subito, cari amici: durante la lettura imponetevi prudenza; e giunti alla fine, cercate di frenare l'impulso irrazionale di fare le valigie. 
E' ovvio, lo sappiamo: anche se le cose in realtà sono spesso più complicate di quello che sembrano, a volte sono anche molto più semplici di quello che le nostre paure ci fanno credere e sentire.
Però, calma...
Da una parte possiamo dire che il protagonista è stato investito da un mezzo miracolo. Ma onestamente ritengo che piuttosto che Cielo e Santi, qui c'entrino più che altri la sua volontà e il suo sogno. 
Ma anche la sua esasperazione. 

Allora, intanto vi presento Stefano.
Mi perdoneranno gli amici tifosi del Genoa, che invito comunque a proseguire la lettura; lo sappiamo, ognuno ha la sua passione... 
E la sua - anche se è nato a Milano - è la Sampdoria.

Una bella vita complicata da riassumere, la sua. 
Nel corso dei suoi 39 anni, Stefano ha infatti svolto un bel po' di mestieri; l'agente e il broker di assicurazioni, poi il direttore di una importante compagnia di assicurazione in Venezuela, dove si è trasferito per un certo periodo della sua vita, e dove ha conosciuto quella che sarebbe diventata sua moglie.
Venezuela dove ha messo su un laboratorio di pasta fresca per ristoranti, e una compagnia di "executive taxi" per grandi aziende con servizi da e per l'aeroporto di Caracas. 

E poi di nuovo in Italia, questa volta nella splendida Urbino. 
"A Caracas ci avevano viziato il sole e il clima: Urbino è bellissima, certo, ma i suoi metri di neve invernali ci hanno massacrati, ci hanno messi a durissima prova".
Dunque, nel settembre 2011, inizia la sua nuova sfida: aprire un ristorante ad Urbino. Diverso dal solito. Innovativo. 
Accanto a specialità sudamericane (prima fra tutte "El Pabellon", piatto nazionale venezuelano: riso bianco, fagioli neri, carne mechada e platano fritto)...
... il menu aveva grande rispetto per le tradizioni locali: "Crescia d'Urbino biologica con Casciotta e prosciutto di Carpegna"; "Mezzelune di ricotta fresca con funghi e tartufo"; 
"Arista al tartufo e spezzatino di patate e pomodori". 
Il tutto bagnato da vini del Montefeltro.

E' una fucina di idee, il nostro Stefano. D'altronde deve pur far di tutto per riempire di clienti il suo ristorante. 
E allora, nel giorno dell'Erasmus day - la giornata dedicata ai giovani studenti europei presenti ad Urbino - tutti i piatti del menu venivano offerti a 3 €uro; 
poi si è inventato il "tris di primi" a soli 9 €uro; 
per San Valentino, ha servito a lume di candela il "pan fondue", pagnotta pugliese ripiena di fonduta di formaggi misti e speck; il tutto poi cotto al forno;
l'otto marzo per tutte le donne vigeva il "All you can drink", dove le clienti pagavano solo il cibo, bevendo "a volontà". 

Mille idee, ma che fatica...
La gente, soprattutto in provincia, mangia sempre meno fuori casa. E poi gli ultimi due-tre anni sono stati un disastro, in fatto di incassi.
E infatti lui pensa, ripensa, rimugina, sogna.
Progetta...

Cari lettori: scrivendo questi racconti, raccogliendo queste testimonianze, mi sono convinto che c'è sempre un momento preciso in cui "scatta" la molla che porta a prendere una grande decisione. 

E quel momento, in Stefano, si manifestò un giorno dei primi mesi dell'anno scorso (stiamo parlando solo dell'anno scorso!) quando entrarono nel suo ristorante, tesserino alla mano, alcuni agenti addetti ai controlli sanitari.
Che dopo aver passato al setaccio tutto - cucine, cantina, dispensa, frigoriferi, sala, bagni - non avevano trovato nulla di irregolare: igiene perfetta, tutto diligentemente "a posto" e "in regola". 
Benissimo.
Anzi, no...

"Dopo un paio d'ore di controlli minuziosi, non potevano certo uscire senza farmi un verbale", mi racconta con il tono un po' sarcastico. 
E infatti, proprio prima di uscire, al nostro Stefano venne contestata la mancanza del cartello "Vietato Fumare".
 
"Gli occhi degli agenti  in quel momento quasi si illuminarono mi racconta - e sulle loro labbra spuntò un impercettibile sorriso" mentre una mano compilava veloce il verbale: "Violazione comma 7 del DPCM 23 dicembre 2003. Sanzione, €uro 500".
"Ecco - mi dice - quello fu il momento preciso in cui pensai: 'Basta, me ne vado'...".

Basta.
Basta.

E Stefano chiuse il ristorante.
O meglio: a questo punto nella nostra storia entra un'altra storia. Quella di un giovane che, proprio quel giorno, entra in quel ristorante con aria timida (e forse rassegnata, della serie "Proviamo anche con questo, non si sa mai...") a chiedere se per caso avesse bisogno di un cuoco.
Con il nostro Stefano che gli disse: "Sei entrato proprio al momento giusto e nel posto giusto. Un cuoco? No, non ho bisogno di un cuoco. Ma ho bisogno di qualcuno che mi gestisca in assoluta autonomia questo ristorante. Hai voglia, pensi di farcela, te la senti?".
Con quel ragazzo che sbarra gli occhi, si chiede se per caso si trova su "Scherzi a parte" o di fronte ad un pazzo da manicomio, e balbetta un sì...


Tutto, a quel punto, scivolò via veloce: all'idea ci pensava su da tempo: 
"Hai mai visto i tuoi occhi quando al ristorante ordini un dolce? O quando per strada compri un gelato?". E, alla domanda, ho sorriso...
Sì, doveva cambiare tutto.
Avrebbe cambiato tutto.
Lavoro.
E nazione, per la miseria! 

Gelati, gelati, gelati, pensa il nostro Stefano.
Ma dove?

Ormai la sua testa era altrove. 
Il "piano" lo aveva già messo "nero su bianco" nel proprio pc. Il file era lì da tempo: scritto, letto, riletto, corretto, riscritto.
E poi lasciato a riposare: per essere letto, riletto, corretto, riscritto.
L'idea prende forma, e dopo giorni di pensieri scambiati con sua moglie, Stefano individua anche il luogo dove avrebbe aperto la sua gelateria.

No, il Sudamerica no: il clima sarebbe stato anche giusto, il Venezuela è bellissimo, ma oggi è troppo complicato, troppo difficile... 
Gli Stati Uniti, invece, sarebbero stati perfetti. 
Ci era già stato, in vacanza, nelle feste di Natale e Capodanno del 2006.
"Ho pensato: 'Il posto migliore è dove c'è benessere e fa caldo tutto l'anno...'".
Già, non ne poteva più della neve di Urbino, il nostro Stefano. E allora iniziò a prendere forma l'ipotesi Florida.
Anzi, Florìda, come dovrebbe essere giustamente pronunciato il nome e così come fanno i latini che la abitano.

Florida, che vuol dire mare tiepido, palme, sole, pensionati che si riposano dalle fatiche di una vita e si vogliono coccolare, turisti in vacanza e sorrisi.
Un luogo dove non è mai inverno. 
Perfetto per chi vuole rinfrescarsi con un gelato. D'estate e d'inverno.




Mi chiedo sempre, in questi casi, quale sia stata la reazione della famiglia... 
E qui la sua voce, e la sua espressione, si fanno tristi: "Guarda, i miei mi hanno praticamente abbandonato. Mio padre e mia madre mi hanno detto che era una follia, e che avrebbero assistito come spettatori non paganti allo spettacolo del mio fallimento. 
E' un dolore, per me, dirlo: ma ancora oggi non ci parliamo...".

Nel frattempo Stefano si rende conto benissimo che da solo non ce l'avrebbe fatta. E allora si mette a cercare un socio. 
E lo fa nel modo più "americano" che si può: va su internet e apre le pagine del sito "cercosocio.it". E compila il "form".
Lo trovo, è ancora lì.
E, leggendo, sorrido...


"Maschio, 39 anni, mi propongo come Socio Operativo e Finanziatore, e cerco un Socio per settore bar e ristorazione, destinazione Stati Uniti d'America, disponibilità di capitale tra i 25.000 e i 50.000 €uro".

Guardo la data dell'annuncio: 3 giugno 2013, ore 14,25.
Poco più di un anno fa...
L'altro ieri, praticamente.

Nel frattempo Stefano capisce che deve imparare. Deve essere preparato. 
E allora decide di seguire uno dei più importanti corsi di gelateria artigianale in Italia. 
Eccolo qui, con il primo gelato da lui realizzato. Le date sono importanti, in questa storia. 
Siamo al 20 giugno dell'anno scorso, e questa foto successiva è di qualche giorno dopo, quando Stefano posa con il diploma di frequenza. 

Un corso dove ha immagazzinato tutto: 
- definizione del gelato e processi produttivi;
- laboratorio e macchinari;
- tipologia di gelato e merceologia degli ingredienti;
- produzione del gelato a base di latte e a base di acqua.
- competenze del gelatiere;
- businness plan;
- i passi da compiere prima di partire.
- come partire.
In tutti sensi, nel suo caso.

Partire, partire...

La caratteristica di molte storie che racconto qui su Aria Fritta è la velocità. 
Soprattutto se si parla dell'America.
Se "si parte" per una avventura di questo tipo il "rischio" è infatti che tutte le cose si svolgano e si sviluppino in un modo che a noi italiani - intrappolati come siamo dall'immobilismo - tutto appare spaventosamente veloce.

Stefano, infatti, il socio lo trova in fretta e a luglio è già negli Stati Uniti, in Florida, con tutti i suoi risparmi. 
E (inizialmente) con il visto B1, quello da investitore.


E mentre il giorno della partenza si avvicinava, ecco il nostro Stefano salutare i suoi amici. Che rimangono sbalorditi, sbigottiti: "Gli amici veri mi hanno incoraggiato, mi hanno spinto a farlo. Mi dicevano 'dai, che così quando verremo a Miami campiamo mangiando gelati gratis!' Altri, invece, mi hanno letteralmente deriso: 'Ma 'ndò vai, ma che vuoi fa', vuoi conquistare l'America?'. Caro Dario, le voci girano, e credo che questi, ora, si stiano nascondendo dalla vergogna...". 

Leggo alcune righe che ha scritto il giorno della sua partenza, in aeroporto, dove ha fotografato le valigie sue, della moglie e dei due piccoli:
"Non ci credeva più nessuno. 
Ci hanno provato in tanti a scoraggiarci! Ma quando le motivazioni sono forti, niente e nessuno ci può fermare!!! 
Ce l'abbiamo fatta!!!"
In quelle valigie tutti i sogni, i progetti, la rabbia, le delusioni, la voglia di fare, di realizzare.
Di vivere di nuovo.

Stefano e famiglia fanno scalo a Caracas, un po' per salutare amici e i parenti della moglie, un po' perché così hanno risparmiato sul costo del biglietto.
Poi via sull'aereo diretto a Miami, Florida.
Tempo qualche ora e il panorama che osservano dal finestrino dell'auto è questo:

Arrivati.
Finalmente.
Ma ora Stefano si deve davvero tirare su le maniche. 

Nei primi giorni americani, la vita di Stefano non ha avuto un momento di pausa. 
Aveva mille cose da fare: è vero, un tetto sulla testa ce l'avevano (attraverso internet avevano prenotato un residence) ma ora doveva trovare una casa vera. E poi il locale giusto nella zona giusta. E poi doveva pensare alle scuole per i bambini.
"Guarda, ho consumato due paia di scarpe in trenta giorni...".

La casa la trova nel giro di tre settimane.
Bellissima, proprio come la sognava.
Nulla di particolarmente eccezionale, da quelle parti, per l'americano medio: ma per noi italiani, abituati ai condomini e all'incuria degli spazi comuni, degli spazi pubblici, questo sembra o no l'anticamera del paradiso?















"Una splendida casa modello Simpson in perfetto stile americano", la definisce.  
Tra l'altro la trova il giorno prima che scadessero i termini di
iscrizione alla scuola del figlio (ci vuole un indirizzo da dare!). 

Per trovare il locale giusto, perfetto intanto "per partire", per avviare l'attività, ci ha impiegato, invece, poco più di un mese.

Possiamo solo immaginare il suo stato d'animo nell'affrontare questa situazione, del tutto nuova, per lui: mi racconta che trovata la casa (2600 dollari al mese, poco più di 1900 €uro) ha versato tre mensilità. 
Per il locale ne avrebbe dovuto dare da una a tre, di mensilità: "E lì ho preferito dare sicurezza alla proprietà e stare tranquillo io. Gliene ho date dieci, di mensilità: 50mila dollari", poco più di 37mila €uro.

La gelateria di Stefano è in un Mall, uno dei centri commerciali di Miami: il Miami International Mall.

Leggo la scheda del Mall e mi viene un colpo: i negozi sono 140, e dentro c'è anche un negozio specializzato per surfisti con "palestra acquatica" inclusa...



140 negozi visitati ogni anno da qualcosa come dodici milioni di persone.

Per tutte le nebbie di Urbino! 
DODICIMILIONI!!
Una media di un milione di potenziali clienti al mese!!
Ma porca miseria, amici lettori, ci rendiamo conto??

E' lì che Stefano trova un locale sfitto, proprio fra Victoria's Secrets, il negozio di scarpe Clarks e un salone di bellezza. 
Proprio di fronte ad un Disney Store e a Gap.
Perfetto.

Il tempo corre, in America.
E dopo un mese - incredibile - Stefano si spinge a fare un primo bilancio"Un mese dal nostro arrivo negli Usa, possiamo tirare le prime somme.
Al 100% posso sostenere che ABBIAMO FATTO BENE!!!
Gli Usa sono un Paese dove si può fare impresa. La crisi è durata solo un paio di anni e l'America è già in ripresa con grandi opere pubbliche, strade, autostrade e infrastrutture varie, come il nuovo grande aeroporto di Fort Lauderdale. 

Quanti anni avrebbero impiegato, in Italia, a costruire una cosa simile?".

Stefano, ma davvero la tua prima impressione è stata questa?
"Ma certo, e quello che ho scritto è poco! 
Qui lo Stato non s'impiccia troppo e non ti mette il bastone fra le ruote: poche pratiche, poca burocrazia e tante possibilità alla libera iniziativa, tanto libero mercato. 
E poi la scuola...
Senti questa: ne avevo sentite dire di tutti i colori, ma quando ho toccato con mano sono rimasto a bocca aperta! Il sistema scolastico è eccellente: mio figlio è in  una scuola moderna, con computer in aula, uno per ogni alunno. Ed è una scuola elementare.
Non abbiamo dovuto comprare nessun libro, e ci sono attività ricreative e la mensa. Tutto gratis!
Roba da non credere!".

Si sfoga Stefano: non lo tengo più.
"Guarda, qui sei libero di spendere i soldi come vuoi senza paura di essere controllato.
Qui vedi circolare macchinoni, barche e orologi di lusso. Qui tutti pagano le tasse, e lo Stato non ti tratta come un ladro se hai una attività, e i controlli sono mirati a verificare che sia tutto nella norma. Le tasse sono basse e dopo puoi scaricare tutto quello che compri, senza che passi come benefit come in italia. Quindi tutti fanno scontrino perche tutti hanno bisogno di ricevuta per scaricare". 

"Lati negativi? Ovviamente ci sono! 
Qui si lavora tanto, tantissimo.
Quasi non ci sono momenti per tirare il fiato.
Poi una cosa che potrà sembrare marginale, ma che per noi italiani è un valore: l'assoluta mancanza di stile, che poi vuol dire mancanza di cultura... 
Poi c'è questa storia dello storico creditizio: in pratica da quando nasci c'è un registro dove sono annotati tutti i tuoi pagamenti. Se paghi l'affitto in tempo acquisisci punti, se paghi le rate del frigo in tempo anche. Ma per uno che viene da fuori come me, anche in questo caso è tutto un cominciare da zero. Ci vuole un annetto, ma poi è tutto in discesa. 
Il lato più negativo di tutti? Mi manca la SAMPDORIA!!!

Dai, a parte gli scherzi: considerato tutto non è facile, ci vuole coraggio, ma ne vale la pena. Quindi chi ha un po' di spirito imprenditoriale, faccia fagotto e parta! 

Il sogno americano esiste!".

State calmi, ragazzi. Vi avevo avvertito, all'inizio.
Esisterà anche, ma nel caso di Stefano lui ha dovuto darci dentro di mazzetta e scalpello: perché doveva togliere le orride piastrelle gialle e blu del vecchio negozio, per sostituirle con delle belle maioliche bianche:








E mentre la sua gelateria prendeva forma lui ha dovuto pensare (ma da quanto tempo ci aveva già pensato su?) al marchio e alla divisa.

E a provare e a realizzare decine di gusti...
(A Ste': ne voglio due chili solo di questo!)


La politica della gelateria Versace è semplice: creme fatte con latte assolutamente biologico di fattorie della zona e con prodotti italiani Doc e Dop: come la Nocciola "IGP Piemonte", il Pistacchio di Bronte, i limoni di Sicilia, la mandorla e la vaniglia Bio.
Frutta rigorosamente fresca e gelato e sorbetti prodotti ogni mattina.
Per alcune settimane, nel corso della ristrutturazione, la Gelateria Versace (il padre di Stefano è un calabrese emigrato nelle Marche, nessuna parentela con la casa di moda) era "protetta" dagli sguardi di commercianti vicini e futuri clienti.

Possiamo immaginarla l'emozione che sentiva? 
Oh sì, ma certamente non come in quel momento la viveva lui.




La sera prima dell'apertura, dopo aver tolto la struttura protettiva, Stefano scriveva: "E' come aprire il sipario. Ora inizia lo spettacolo! E' una emozione fortissima! Faccio fatica a controllarla!"

Cari amici, come siano andate le cose alla gelateria Versace è facile immaginarlo: a Miami fa caldo tutto l'anno e la gente ama gustarsi un buon gelato o un sorbetto italiano mentre fa shopping.

Quanto il vento da quelle parti sia "in poppa", lo dimostra il dato del 22 dicembre dell'anno scorso: in pieno inverno (della Florida...) Stefano annota che in due giorni lui e i suoi dipendenti hanno prodotto e venduto qualcosa come 310 chili di gelato.

"Guarda, credimi: tutto appare incredibile anche a me. Già quattro mesi dopo il mio arrivo mi sembrava fantastico, formidabile, assurdo, essere arrivati in un luogo sconosciuto, e dopo aver vissuto in una triste  camera di un hotel vicino all'aeroporto, trovarmi ad abitare in una splendida casa con giardino, che molto probabilmente acquisteremo il prossimo anno, vedere tuo figlio frequentare una bellissima e modernissima scuola (pubblica), aver aperto una attività in uno dei centri commerciali più famosi di Miami...

Ah, certo: non ho avuto momenti di sosta. La mia famiglia ci ha messo fatica, ha fatto sacrifici, abbiamo investito tutti i nostri risparmi. Ma non smetto di chiedermi: ma in Italia, tutto questo sarebbe potuto succedere? 
Tutto qui appare, anzi, è più semplice: la burocrazia c'è, ovvio.  Ma quasi tutto si può fare per telefono. 
I vigili del fuoco arrivano in tre giorni e ti stampano davanti il certificato di conformità usando l'IPad e una mini stampante che si portano con loro.
L'esame di manipolazione degli alimenti lo fai 'on line' e ti stampi il certificato. Certo, non tutte le licenze necessarie che rilascia lo Stato della Florida sono così veloci, ma intanto apri la tua attività, se ti controllano dimostri di averle richieste, e quando arrivano, arrivano... 
Non sei tu a pagare i ritardi della burocrazia.

Ai dipendenti devi dare un salario minimo stabilito per legge che, al momento, sono 7,28$ l'ora.
Se un dipendente non va succede come nei film: lo cacci e lui se ne va nel corso della giornata. Tanto, lui, un lavoro nuovo lo trova...
Se tratti bene i clienti fioccano le mance.
Non so come la pensi tu, ma il fatto di pagare 'ad ore' ti permette di assumere persone solo per ciò e per il tempo che hai bisogno. E infatti ho dipendenti che lavorano cinque ore al giorno per quattro giorni da me, e altre tre, quattro ore in altri posti: e alla fine si portano a casa tremila dollari al mese (quasi 2300 €uro). Su tutte le transazioni lo Stato della Florida si prende il 6% in tasse. E basta. Non paghi altre tasse.

Semplicità, flessibilità e mobilità sono le 'parole d'ordine'. Se tu dai lavoro, il dipendente spende. E se lui spende l'economia 'gira'. E se l'economia gira, alla fine  chi guadagna è il benessere collettivo".

Nel frattempo, fra una vasca di gelato e l'altra, dà un occhio alla cassa e un altro al suo smartphone, che trasmette in diretta l'ultima partita della sua Samp.
Cari amici, il nostro viaggio a Miami in compagnia di Stefano sta per finire.

Prima però lui ci porta un po' in giro con la sua auto.
La sua auto nuova fiammante, comprata un mesetto fa.
Fino a quel momento ne avevano una a noleggio.

Il tre luglio, lui e la moglie erano entrati in un autosalone solo così, per informarsi.  
Ma se avete una minima idea degli Stati Uniti, potete immaginarvi cosa è accaduto in quel salone d'auto di Miami. Un venditore americano non si lascia certo sfuggire un'occasione del genere... 
"Infatti! Noi eravamo entrati soltanto per avere un'idea. 
E loro, dopo aver piazzato i miei figli davanti ad un simulatore di guida per bambini - così se ne stavano buoni buoni - hanno iniziato ad esaminare la nostra situazione".

(Un "simulatore di guida per bambini" per far star tranquilli i genitori mentre guardano con calma le auto e poi si occupano delle noiose pratiche per l'acquisto: gli americani sono dei geni!) 

La faccio breve: la foto qui sotto riassume come è andata a finire quella giornata (anche se mi sa che il nostro Stefano, in quel momento, un po' "sudava"...), con il nostro amico che firmava l'acquisto di un Durango della Dodge...    
                          
Un Suv dalle dimensioni meravigliosamente colossali (per noi italiani) perfetto per lui, la moglie, i due bambini, gli altri che magari arriveranno, e bagagli di tutti. 

Una sberla di cinque metri di lunghezza, quasi due metri di larghezza e cinquemila e passa di cilindrata.

"E dopo qualche ora - ripeto, qualche ora, non giorni - siamo usciti con l'auto. Già targata e assicurata!".

"Proprio come in Italia, vero?", mi dice sorridendo...

Un'auto che da noi non c'è, ma che "negli Usa costa 45 mila dollari", mi dice; che vogliono dire 33.600 €uro.
Caparra, zero. 
Stefano non ha fatto altro che tirare fuori la propria carta di credito e pagare la prima rata di 450 dollari, 336 €uro.
Assicurazione compresa.

"Non immaginavamo che in un anno avessimo già acquisito i titoli per l'acquisto. Hanno fatto tutto loro (controlli bancari, pratica per la  carta, stampa dei moduli, assicurazione...), e lo hanno fatto in poche ore. 
Incredibile!
Adoro questo Paese!".

Morale: ecco la famiglia Versace uscire dall'autosalone con un Durango nuovo di zecca.
Con il quale hanno festeggiato il loro primo 4 luglio americano.     
                      

Un anno...

"Guarda, mi sembra ieri che siamo scesi dall'aereo con il caldo umido dell'estate di Miami che ci accoglieva fuori dall'aeroporto.
Ricordo le due facce della stessa medaglia. Da un lato l'entusiasmo di chi è cosciente che stava iniziando una nuova avventura, e dall'altra i normali timori di chi non sa se ci riuscirà. 

Da un parte avevo la sicurezza di aver analizzato ogni aspetto, dall'altra le ovvie incertezze del futuro.

È passato un anno. Un solo anno. 

E oggi, caro Dario, quando mi volto indietro e vedo la strada percorsa mi spavento e mi chiedo: ma come ho fatto? 

Guarda, sicuramente il merito è prima di tutto della mia famiglia: di mia Moglie Carolina (e, per favore, scrivi "Moglie" con la "M" maiuscola) senza la quale non avrei nemmeno pensato di poter realizzare un progetto così ambizioso. Mi è stata sempre vicina, non mi ha mai creato problemi, anzi mi ha sempre aiutato a trovare soluzioni, mi ha impedito di fare scelte sbagliate mentre altre volte mi ha spronato a continuare quando magari volevo mollare. Una gran donna!


E poi i miei ragazzini, i miei figli: Alejandro per la terza volta ha dovuto cambiare Continente, lingua, scuola, amici, stile di vita e di alimentazione, abitudini, programmi televisivi. E  non si è MAI lamentato! Mai un pianto, mai un capriccio, sempre col sorriso e con l'entusiasmo di un piccolo esploratore.

Oggi il sogno della gelateria è diventato realtà, anzi ha superato le attese! 
Entro fine anno, infatti, le gelaterie - anche grazie ad altri amici italiani che hanno deciso di vivere un'avventura come la mia - saranno sei.
Un sogno...".


Sei gelaterie! 
Per tutti i briganti del Montefeltro!

Dunque, fra qualche mese, le gelaterie "Versace" arriveranno anche in altri due Mall di Miami, e poi ad Hialeah (nord di Miami), a Neaples sempre in Florida, per varcare i confini e arrivare in Portorico

"Guarda, non esagero se ti dico che viviamo una primavera economica che non credo di aver mai respirato in vita mia".





Mi racconta tutto questo nella pausa delle riprese di una troupe televisiva americana venuta a registrare un servizio sulla Gelateria Versace...
... dopo che il nostro Stefano ha vinto quest'anno due premi (un primo e un secondo posto) al Gelato World Tour, concorso americano che si svolge ad Austin, in Texas; e per il quale è uno dei finalisti che si batteranno per il titolo mondiale a Rimini, il prossimo settembre.

"E' come se il successo ti inseguisse, in questo splendido Paese", mi dice.

Poi mi racconta di sue impiegate che hanno ricevuto offerte di 300 dollari superiori al loro attuale stipendio per andare altrove, "ma che hanno rifiutato perché, mi hanno detto, qui si divertono, e perché qui i clienti sono sempre sorridenti, di buon umore. 
Già, il gelato è allegria, colore, festa!".

E poi mi racconta delle tante persone che, stanche di "sbarcare il lunario" in Italia, quotidianamente lo contattano per cercare di seguire la sua strada ed offrirsi come soci, pronti ad affrontare anche il "rischio d'impresa" che corre sempre chi decide di mettersi in proprio. "Un fatto che mi inorgoglisce e mi lusinga".


Cari amici, la nostra chiacchierata si conclude.
Chiedo a Stefano di ritornare ancora per un momento al primo giorno. 
E se si ricorda il "numero 1", il primo gelato della sua avventura americana.

Si ferma.
Sorride...

"Certo, che lo ricordo.  
Quel cono alla nocciola non lo dimenticherò mai
Primo scontrino, 5 dollari e 34 centesimi".

Ce l'ha ancora, quello scontrino: me lo fa vedere.
Lo conserva ancora. E mi sa che lo conserverà per sempre. 
"Sì, hai ragione: segna 5 dollari e 29 cent. Ma era il primo scontrino ufficiale, e avevo sbagliato le tasse! 

Quel giorno, caro Dario, cono dopo cono, mi sembrava di toccare il cielo con un dito.

Avevo pensato spesso, mentre facevo il corso a Rimini, mentre ero in aereo, mentre cercavo il locale qui a Miami, mentre spaccavo le mattonelle gialle e blu, avevo pensato spesso a quanto sarebbe ammontato l'incasso del primo giorno. 
Me lo chiedevo ogni volta che quel giorno servivamo un gelato. 

All'inizio ho cercato di tenere il conto, a contarli uno ad uno. Poi, superati i trenta, i quaranta, ho lasciato perdere: un po' mi sono stancato, un po' ero troppo preso a servire. 
Ma mai, davvero mai, avrei pensato di poter superare i 
200 gelati, il primo giorno. 

E alla chiusura, quando ho premuto il tasto del totale, quasi non credevo ai miei occhi leggendo che l'incasso era di 1200 dollari.

E' stato in quel momento, alla fine della prima sera, che ho urlato 'Cazzo, Stefano: ce l'hai fatta!
Per la miseria! 
Ce l'hai fatta...'.

Che Dio benedica l'America!
E aiuti l'Italia a ritrovare i suoi antichi splendori".




P.S.: A proposito di scuole elementari americane... 
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