PERSONE CHE HANNO LETTO O CURIOSATO

domenica 25 maggio 2014

La vendetta di Rodriguez

La folla - la classica straordinaria gioiosa folla dei concerti - ha aspettato, incredula, per un bel po'. 
Qualcuno era arrivato anche con due ore di anticipo. L'occasione era davvero storica. 
E' proprio il caso di dirlo. 
A quanti, infatti, capita di vedere un fantasma che canta?


Quando lui sale sul palco, fa i primi passi dopo molto tempo, deciso com'era ad arrivare in pochi secondi davanti al microfono per iniziare professionalmente a cantare e a suonare: e invece si è fermato, come in preda alla paura.
O ad una visione. 
E allora, scatta l'applauso di quelle migliaia di persone, e le urla...
E lui, lì: fermo, immobile, a guardarsi intorno. 
Quanto è rimasto così? 
Un minuto? 
Due?
Mmmh, no... 

La registrazione di quel concerto è la testimonianza che lui sarà stato lì, sul palco, avvolto dai rassicuranti, affettuosi, amorevoli applausi dei suoi fan, ben di più. Forse tre minuti. 
Macché, saranno stati cinque...
Macché: sono stati quasi dieci minuti, durante i quali è rimasto a godersela, quella folla urlante, con gli applausi e i tipici fischi anglosassoni di approvazione.
E lui lì: che sorride pietrificato. Un po' stordito. 
Sbalordito. 
Quasi incredulo.


Poi è partito il rullo della batteria e poi il giro di basso e poi il giro di chitarra di "I wonder", (potete ascoltarlo cliccando QUI) che al posto di durare 18 secondi è durato quasi cinque minuti, con il pubblico che in quei cinque minuti batteva le mani a ritmo e non lo lasciavano iniziare, e con i musicisti del gruppo di accompagnamento che ridevano come matti, assistendo loro, questa volta, ad un vero spettacolo.

E lui sempre lì, quasi immobile a sorridere, ad alzare la mano in segno di ringraziamento, di saluto. 



E a pensare dentro di sé, che sapeva - cazzo, se lo sapeva! - che quel momento sarebbe arrivato. 
Prima o poi.


Amiche lettrici e amici lettori, dovete sapere che io ho iniziato ad avere a che fare con la musica presto. E qualcuno di voi che è mio/a amico/a di vecchia data, questa cosa la sa... Certo, merito anche delle mie tre sorelle più grandi e dei loro dischi: roba seria, Bob Dylan, Donovan (ma non solo, suvvia).
Ma di musica, poi, mi sono nutrito per anni: in particolare da quando ho iniziato a lavorare ("lavorare"... Era gratis, s'intende...) in una piccola radio locale "modello Radiofreccia", tanto per intenderci; la cui sede era, inizialmente in un sottotetto di un palazzone di corso Bernardino Telesio, estrema periferia di Torino, con quel grande solaio (mi sa che non c'erano manco le finestre, ora che ci penso...) trasformato dai classici contenitori grigi delle uova, in uno studio radiofonico, appunto.
Insomma, di musica, nella mia vita, di musica ne ho masticata parecchia,  anche se, ammetto, l'ho trascurata da un bel po' di anni a questa parte. 
E allora posso dirvi di conoscere cantanti dei quali quasi nessuno di voi avrà mai avuto sentore: come, che so..., Mama Béa Tekielski, cantante blues rock francese nata da madre italiana e padre polacco (solo Radio Città Futura di Torino, dove "lavoravo" poteva fare un concerto con lei, praticamente sconosciuta in Italia...); o come Bruce Cockburn, cantautore canadese, per far solo due nomi.

Ma di lui - del nostro amico protagonista di questa storia - davvero non avevo mai sentito mai nulla prima di scrivere questo racconto.
Logico, ho poi scoperto. 

Lui si chiama Sixto Diaz Rodríguez, conosciuto anche come Jesus Rodríguez o, meglio, semplicemente come Rodríguez
(Ah, li vedo, sapete?, i vostri occhi vagare nel vuoto mentre scavate inutilmente nella vostra memoria...). 
Diciamo che Rodríguez è stato, alla fine degli anni '60, uno dei tanti cantautori degli Stati Uniti. Davvero niente male, penso mentre ora sto ascoltando le sue canzoni e scrivo di lui. 
Famiglia semplice, la sua: padre messicano, arrivato poverissimo nell'America degli anni '20, e madre americana. O meglio un po' "nativa-americana", un po' europea. Un ottimo misto , insomma. Mamma che gli morì quando lui aveva solo tre anni. 
Sixto Diaz crebbe in una famiglia assai numerosa: e infatti il nome "Sixto" gli venne dato perché quando nacque a Detroit, il 10 luglio 1942, fatta la conta dei figli, lui era, appunto, il sesto.
Qualche canzone ce l'aveva nel cassetto da tempo: roba seria, canzoni "d'attualità"; "impegnate", le definiremmo oggi. 
Molto "parlate", un po' alla "Bob Dylan", un po' alla "Donovan", un po' alla "Neil Young" o un po' alla "Ben Harper", per avere un punto di riferimento musicale un po' meno preistorico... :-)
C'era la chitarra, un po' di orchestra, c'era la sua voce e c'erano i suoi testi impegnati, di denuncia. D'altronde i tempi erano quelli.

Insomma, a 25 anni il nostro riuscì a pubblicare negli Usa il primo disco, "I'll Slip Away" firmato con il nome Rod Riguez.


Che fu un fiasco, poretto. 
Poche centinaia di copie in tutti gli Stati Uniti. Davvero poche centinaia.
Roba da spararsi.
E infatti il nostro Sixto impiega tre anni a digerire il fallimento, ad "elaborare il lutto": fino a quando non riesce a firmare uno straccio di contratto per una minuscola casa discografica di Los Angeles, la Sussex Records, sottomarchio della più famosa Buddah Records.
E' grazie a questo contratto che riesce a pubblicare due LP, due album nel 1970 (Cold Fact) e nel 1971 (Coming From Reality).
Ma ancora niente.
Forse per i suoi testi troppo impegnati, forse per il suo stile troppo "Dylan" (anche se la sua voce è decisa, pulita, quasi cristallina), forse per quel suo nome troppo "messicano" - nome che nel frattempo aveva accorciato semplicemente in "Rodríguez" - non ce la fa. 
Altre pare poche centinaia di copie e nulla più. 
Che, capirete, sparse in tutti gli Stati Uniti d'America sono davvero un brutto risultato.

D'altronde i suoi testi non sono facilissimi da digerire. Come quel "Sugar Man", provocatoria ode dalle atmosfere musicali oniriche e psichedeliche dedicata al proprio pusher, quasi fosse lui, e non altro o altri, l'unico dispensatore di speranze.
E poi, porca miseria, non poteva evitare di cantare le sue canzoni dando spesso le spalle al pubblico? Eccheccavolo! 

In questo caso, le regole dello show business sono spietate dovunque: della serie "Ciao, ci abbiamo provato, abbiamo fallito. Ci spiace. Contratto rescisso. Buona fortuna. Addio".
...

Una brutta botta, per il nostro Sixto Díaz in arte Rodríguez. Che, coerentemente, a quel punto si arrese, appese la chitarra al chiodo per fare il manovale edile e l'operaio. E a tagliare l'erba dei giardini privati. 
Perché alla fine più che cantare si deve campare.
E poi se questo porco mondo non mi capisce, io non posso certo morire di fame...
rodriguez_reality

Solo che questo mondo, qualche volta, oltre ad essere un po' - e a volte anche tanto - "porco", è anche uno strano mondo.

Perché - e davvero nessuno sa bene come sia potuto succedere - quattro anni dopo (ora siamo nel 1974-1975) qualche copia dei suoi unici due dischi attraversa l'Oceano Atlantico approdando nell'Africa del sud: in Botswana, in Rhodesia, in Sudafrica
E poi addirittura in Nuova Zelanda, Australia... 
E davvero, ancor oggi, nessuno sa bene come sia potuto succedere. 

Si dice che tutto sia stato merito di una ragazzina che dall'America si portò in Sudafrica una copia di quei dischi per regalarli ad un amico di cui era innamorata. 
E mi piace pensare che sia avvenuto davvero così, e che non si tratti soltanto di una leggenda metropolitana.

Così come ancora oggi non si sa da chi, la casa discografica australiana Blue Goose Music, abbia a quel tempo acquistato i diritti di alcune sue canzoni, pubblicandone anche una raccolta. E qui mi sa che c'è aria di fregatura, visto che lui di quei diritti pare non abbia visto nemmeno un dollaro.
Se qualcuno di voi ha vissuto in Sudafrica negli anni cupi della segregazione razziale, sa di chi parlo: perché l'americano Rodríguez era, in quegli anni (fine '70 e anni '80), uno dei maggiori cantanti di successo.
O meglio, lo erano le sue canzoni: alcune delle quali - quelle più a tema "sociale" e di protesta, anche se con testi che oggi ci possono apparire quanto meno ingenui - vennero censurate dal regime dell'Apartheid.
Con zelanti agenti che si recavano nei negozi di dischi e nelle radio private per graffiare personalmente con un chiodo - e rendere così non trasmettibili né ascoltabili  - i brani che denunciavano in qualche modo ingiustizie e razzismo. 

 "La spazzatura non viene raccolta, le donne non sono protette. 
I politici utilizzano e abusano le persone.
La mafia sempre più grande, come l'inquinamento nei fiumi, 
e tu ti limiti a dire che la situazione è questa". 

"Mi faccio domande sulle lacrime negli occhi dei bambini 
e mi faccio domande sul soldato che muore. 
Mi chiedo se questo odio avrà mai fine,
mi chiedo e mi preoccupo per il mio amico,
e mi faccio domande sulla mia meraviglia..." 

Con le radio sudafricane che trasmettevano lo stesso, a manetta, le sue canzoni, e con i negozi che vendevano a centinaia, a migliaia, a centinaia di migliaia, i suoi LP. 
Tutti "bootleg", tutti illegali.

Insomma: i giovani sudafricani di quegli anni andavano letteralmente in delirio per quel cantante americano dal nome spagnolo che - si raccontava di bocca in bocca nel sud dell'Africa - per protesta, un giorno, si era sparato sul palco durante un concerto. E chissà che non abbiano fuso la sua storia parzialmente con quella del nostro Luigi Tenco. 
Anzi no, affermavano sicuri altri: durante un concerto si era sì ucciso sul palco, ma dandosi fuoco...
Anche perché stava diventando cieco.

E così avanti per anni, per un paio di decenni. 
Un successo che crebbe ancora di più dopo la caduta dei regimi razzisti dell'apartheid, quando, finalmente, i suoi dischi potevano essere trasmessi liberamente e per intero. 
E anche quei brani che prima venivano uno ad uno "graffiati" per essere resi inascoltabili.
In Sudafrica, ad un certo punto, alcuni suoi dischi uscirono non più con il nome Sixto Diaz Rodríguez - o con quello più semplice Rodriguez - ma con quello di Jesus Rodríguez. Nome - Jesus - che gli venne aggiunto non si sa perché e non si sa da chi.
O chissà: forse da chi sperava che prima o poi sarebbe risorto.

Solo che nessuno in Sudafrica, Botswana, in Rhodesia (nel frattempo diventato Zimbabwe), sapeva che Sixto Diaz Rodríguez detto anche Jesus, meglio conosciuto anche semplicemente come Rodríguez - l'autore di quelle canzoni - in realtà era invece vivo e perfettamente in salute, anche se si era ritirato da tempo, scomparendo nel nulla e smettendo, da più di vent'anni, di cantare. 


Era tutto paradossale: mentre quel delirio (sudafricano) si scatenava,  lui, ignaro di tutto, a Detroit, Stati Uniti d'America, si spaccava mani e schiena facendo l'operaio. 
Ma anche il carpentiere. 
Ma anche il giardiniere. 
Perché la musica non dà mica da mangiare e di qualcosa si deve pur campare, dannazione. 
E il pane a casa lo si deve portare. 
Dunque, mentre nell'Africa del Sud i suoi dischi venivano ancora trasmessi dalle radio e venduti a migliaia, lui non se la passava affatto bene. 
Anzi, arrivò pure ad essere senza casa, dopo averne cambiate ventisei, alcune delle quali non avevano nemmeno il bagno. 
Fino a quando riuscì a comprarsene una.
La trovò partecipando ad un'asta pubblica, per 50 dollari (erano gli anni '90, nemmeno 20 mila lire di quel tempo): una casa abbandonata e senza riscaldamento che lui rimise in sesto e dove andò ad abitare con moglie e figli. 

Come si intuiva dai suoi testi, era uno che di politica ne capiva: e aveva le idee chiare, chiarissime. Tanto che partecipò, come candidato, a otto appuntamenti elettorali, e una volta gli sbagliarono anche il nome, chiamandolo "Sixto RodriQuez". Nel 1989, quando si presentò come indipendente anche alle elezioni per la carica di Sindaco di Detroit, prese settemila voti.
Tanti, ma non sufficienti. 
Troppo radicale. 
Troppo pacifista
Troppo testardo. 
Troppo comunista.
Troppo puro. 
Troppo diverso.

So cosa qualcuno di voi starà pensando: ci fosse stato internet, a quel tempo, lui avrebbe saputo... 
Ma, miei cari amici, negli anni '80 a malapena c'erano i fax. E i dischi dei più famosi cantanti o gruppi inglesi o americani - per fare un esempio - arrivavano in Italia dopo sei mesi.
Almeno.
E certo non i suoi.
Che comunque, appunto, non cantava più quasi da un ventennio.

Dunque mentre lui, a Detroit, Stati Uniti d'America, aveva quasi dimenticato di aver inciso dischi e guardava la chitarra appesa al chiodo quasi con un po' (sono pronto a scommettere) di rancore pensando  solo a lavorare sodo per mantenere mogli (due) e figli, in Sudafrica era considerato un "semi-dio".
Proprio come si deve ad una leggenda che non c'è più. 
Proprio come Jim Morrison o Elvis.
Anzi, un sondaggio di quegli anni di un giornale di Città del Capo diceva che lui era più conosciuto di Elvis o di Jim dei Doors.  
Con i giovani sudafricani che nel frattempo avevano adottato alcune sue canzoni come inni contro il governo segregazionista razzista.

E con lui, che continuava a non sapere nulla di tutto questo. 

Così come non si è mai saputo a chi arrivassero i proventi dei suoi diritti d'autore maturati in quelle terre: non certamente alla casa discografica di Detroit, che aveva chiuso da mò... Anche se è vero che la maggior parte dei dischi che venivano venduti nei negozi e nei mercati di quelle parti, erano "bootleg", dischi illegali.

E lui lì, a migliaia di chilometri, in America, a spaccarsi la schiena di lavoro...

Ma questa storia, anche questa storia, miei cari amici, ha due angeli: due angeli testardi e curiosi.
Due giovani sudafricani che, ad un certo punto, vollero andare a fondo del mistero "Rodríguez". Che anche dopo la morte dell'apartheid, anche sotto la presidenza del leggendario Nelson Mandela, continuava a far impazzire i giovani sudafricani. 
Anche se sempre con le stesse canzoni.

Come, appunto, Stephen Segerman - titolare di un negozio di dischi che continuava a vendere centinaia di dischi di Rodríguez - e Craig Bartholomew Strydom, giornalista locale.
Che trovandosi a chiacchierare di lui una sera, decisero che dovevano finalmente capire che fine avesse fatto, di che morte fosse davvero morto, dove fosse seppellito Sixto Diaz Rodríguez ad un certo punto detto Jesus.

Incominciarono da zero: perché notizie, di lui, assolutamente non ce n'erano. Nulla, davvero nulla, in nessun angolo remoto della rete. 
E allora dovevano scovare qualche indizio. 
E allora, per capire qualcosa di più del loro idolo, si misero a studiare una ad una le parole dei suoi testi: per capire eventuali riferimenti - una situazione, un luogo - utili a rintracciare magari qualcuno che sapesse qualcosa di lui.
Aprirono una pagina su internet, che nel frattempo era finalmente arrivato, nella quale chiedevano aiuto "al popolo della rete", quello vero...

E proprio mentre un indizio lo avevano trovato (il riferimento, in una sua canzone, ad una zona, un luogo - Dearbon - alla periferia di Detroit...) al loro indirizzo e-mail si fece viva una ragazza americana arrivata casualmente sul loro sito.
Una ragazza che era arrivata a loro perché voleva vedere se in rete c'era qualcosa sulla "prima vita" di suo padre.
Suo padre che faceva l'operaio, il carpentiere in una ditta di costruzioni e demolizioni, e il giardiniere, ma che tanti anni prima, negli Stati Uniti, aveva fatto il cantante.

Una ragazza che si chiama Eva Rodríguez.

"Ehi, ragazzi: non scherziamo, macché morto! E' inutile che cerchiate la sua tomba! Guardate che Rodríguez è vivo, vivissimo. Ve lo assicuro io, che sono sua figlia!".

A Stephem Segermam, il destinatario della mail, venne quasi un colpo.
Stephem che, subito dopo, balbettando telefonò all'amico Craig. 
Che non ci credeva, che cazzo di scherzo ti viene in mente di farmi, scemo...
E che poi, quando anche lui lesse quella mail arrivata dall'America, quasi si sentì svenire anche lui.

Ma anche la giovane Eva non poteva credere al loro racconto.
Non poteva credere che suo padre - l'operaio, il muratore, il giardiniere - in Sudafrica fosse un idolo dei giovani, un cantante ancora osannato, e che i suoi dischi fossero ancora in vendita, e a migliaia. 
Tutti illegali.
Ci credette solo dopo che vide, via e-mail, la rassegna stampa su di lui, e le copertine dei suoi album...

Quando era sull'aereo che l'avrebbe portata in Sudafrica (oh, non proprio dietro l'angolo, eh? Stiamo parlando di 8.284 miglia, qualcosa come 13.329 chilometri!) la famiglia Rodríguez pensava ancora che tutto quello fosse una specie di scherzo. 
Che so, di qualche trasmissione cretina...
Eppure, dopo quella telefonata di Eva, lei e suo padre stesso si erano sentiti un sacco di volte con quei due ragazzi sudafricani: che per rassicurarli avevano spedito biglietti, l'indirizzo dell'albergo, l'imponente rassegna stampa dei giornali sudafricani che parlavano del suo probabile viaggio...

Qualche dubbio, per la verità, ce l'avevano anche Stephen e Craig: in fondo chi poteva assicurare che quello là, quello al quale avevano inviato biglietti e inviti, non fosse un impostore? Per di più con famiglia al seguito...
Possibile che davvero fosse ancora vivo??
Eddai, si era ucciso sul palco, no? 
Perché stava pure diventando cieco. Lo sappiamo tutti...

Quando atterrò a Città del Capo, Sixto Rodríguez era incredulo e intontito. 

All'uscita dell'aeroporto, stava entrando dritto dritto nell'utilitaria di un parente di qualche passeggero appena sbarcato: perché davvero non poteva pensare che quelle due lunghe limousine fossero lì per lui, la sua famiglia e per i giornalisti e i fotografi al seguito.
Così come davvero lui, la moglie e le sue figlie non potevano credere alle loro orecchie quando sentirono cosa dicevano in quell'istante le radio di Cape Town, che facevano la diretta del loro sbarco e del passaggio sulle strade che portavano in città.
Come non potevano credere ai loro occhi, quando videro che ai lampioni lungo la strada c'erano decine, e decine, e decine di manifesti con la sua foto, poster che annunciavano il concerto di Rodríguez.

Non passarono nemmeno dall'albergo, ma si infilarono subito in una sala prove, dove un gruppo di musicisti locali attendeva ancora più incredulo. Inevitabile che anche loro pensassero che fosse uno scherzo, e anche di cattivissimo gusto, giocato ai loro danni. 
Suonare con Rodríguez
Davvero con Sixto Rodríguez
Lui?? 
Ma come poteva essere possibile, visto che era morto da almeno vent'anni su un palco!
Con un colpo di pistola.
Ma che dici, si era bruciato...

E comunque era cieco. Punto.

In studio, erano tutti lì con il fiato sospeso, ad aspettare la prima nota che la sua voce avrebbe emesso.
E quando dalla gola del nostro Rodríguez uscì la prima parola cantata, ai musicisti vennero le lacrime agli occhi. 
Con Stephen e Craig che urlavano dietro un vetro.
Di gioia.

Era lui. Era proprio lui, cazzo!
Alla faccia del fuso orario, restarono in sala prove per due giorni: per preparare i pezzi, per correggere questo o quel passaggio, quell'assolo, quel giro di basso, quel ritmo di batteria, per provare la scaletta...
Due giorni che passarono al volo.



La sera del concerto, la moglie e le figlie di Rodríguez quasi si spaventarono quando videro la folla fuori, in attesa di entrare. "Diciamo la verità: noi ci aspettavamo al massimo una ventina di persone!", racconta una delle sue figlie. Che iniziò a girare fra la gente a fare foto, perché "a casa" nessuno ci avrebbe creduto, altrimenti.
Poi lei, le sorelle e la madre erano quasi terrorizzate quando videro quelle sessantamila persone che riempivano quell'arena. 
E anche lui stentava a crederci, quando sbirciò da dietro le quinte.

Ma basta, ora. E' venuto il momento di entrare.
Basta, porca miseria! (Ed è proprio il caso di dirlo...).



Sono certo che mentre faceva i primi passi sul palco, il nostro Rodriguez
pensava agli schiaffi che aveva ricevuto in quei venti e passa anni, ai dischi che negli Usa nessuno aveva apprezzato, allo sfratto che aveva ricevuto, alla catapecchia che era riuscito a comprare per un pugno di dollari, alla chitarra appesa al chiodo, ai cantieri dove aveva lavorato, ai sacchi di cemento e ai mattoni che in tutti quegli anni si era caricato sulla schiena, ai chilometri che si era fatto tagliando l'erba dei vicini.
Che davvero era sempre più verde...

Lui ora era lì, su un palco, vent'anni dopo, illuminato da cento riflettori. 
Fermo, immobile, a guardarsi intorno fra quegli applausi e quelle manifestazioni di gioia.
Sixto Diaz Rodríguez detto Jesus, americano risorto di Detroit, fece dunque qualche passo per poi fermarsi di nuovo incantato a guardare quel delirio che lo abbracciava.
Quasi fosse in preda alla paura. 
O ad una visione.
Con quelle bellissime ragazze, giovani come un fiore di campo, che urlavano emozionate insieme a donne che potevano essere - e che in molti casi erano - le loro madri. 
Con i loro ragazzi, e uomini, molti con i capelli grigi, anzi, bianchi, che si spellavano le mani per applauduire, che si sgolavano per urlare.
E che lo guardavano come se fosse stato Lazzaro.
Resuscitato.

Poi, dopo quasi dieci minuti dieci di applausi e di lui a inchinarsi e ad alzare le braccia quasi per salutare tutti, uno per uno i suoi spettatori, ad un certo punto batteria e basso e chitarra iniziarono a suonare le prime note di "I wonder".
Che replicarono per cinque minuti al posto dei previsti 18 secondi.

Con il nostro amico che, chitarra a tracolla, si girava di qua e di là, andava avanti e indietro per il palco, e poi da un lato all'altro, e poi si fermava a guardare la gente, il suo pubblico, che continuava ad urlare e a rispondere al suo sorriso.
Poi si è avvicinato al microfono e ha detto: "Thanks for keeping me alive", "Grazie per avermi tenuto in vita".
Con "I wonder" che finalmente iniziava...

"Mi chiedo quante volte occasioni hai avuto,
e mi chiedo quanti tuoi piani siano andati 'a monte'...
Mi chiedo quante voltehai fatto sesso,
mi chiedo se sai chi sarà il prossimo,
mi chiedo con meraviglia della meraviglia che provo..." 

I primi minuti dei suoi brani erano sempre coperti da boati che devono aver fatto sobbalzare pure l'anziano Nelson Mandela, che in quel momento era a casa...
E lui a cantare. 
E sua moglie e i suoi figli, a piangere.

Gli venne anche consegnato un disco d'oro, in quell'occasione. Con lui che rivolto ai giornalisti e agli invitati disse, alzandolo sopra la testa: "Adesso ditelo agli americani, ok?".
E giù a ridere...
Dopo accadde che fu ospitato nelle maggiori trasmissioni delle tv sudafricane. 
E dopo accadde che fece due tournée in Sudafrica (ma anche in Botswana e in Zimbawe) che definire "trionfali" è un eufemismo.
Perché furono tutte (tutte) un "sold out" un "tutto esaurito".
Tournée che poi, ovviamente, si replicarono anche in Australia e Nuova Zelanda.

Dopo accadde che furono ristampati i suoi dischi (questa volta legalmente) e che 32 anni dalla prima laurea, la sua università - la Wayne State University di Detroit - gliene consegnò un'altra "honoris causa": "Per il suo genio e l'impegno per la giustizia sociale musicale", diceva la motivazione.



Una storia incredibile, la sua.
Lo so cosa state pensando, che è una perfetta trama per un film.

E infatti due anni fa il regista svedese di origine africana Malik Bendjelloul conosciuta la storia di Sixto Diaz Rodríguez  ha girato un documentario dal titolo "Searching for Sugar Man", che presentò al famoso Sundance Film Festival.
Dove vinse l'"Audience Award", il "World Cinema Documentary" e il "World Cinema Special Jury Prize".
E poi ancora l'Audience Award e il Best Music Documentary Award all'"International Documentary Film Festival"  di Amsterdam, il primo premio al "Bafta" ("British Academy of the film a television art") e, infine, l'Oscar 2013: come miglior documentario.
Giusto prima che il suo regista si togliesse la vita, dodici giorni fa.

Inutile dire che oggi la vita di Sixto Rodríguez è cambiata, fra dischi venduti, Oscar vinto, articoli scritti su di lui (ma quasi nulla in Italia) e continui tour in giro per il mondo e ospitate in tv, come dal celeberrimo David Letterman show.
 

E' passato anche da noi, in Italia,  è stato in concerto a fine marzo.
A Bologna e Milano.
Peccato esserselo perso, vero?

Lui, ora, ha soltanto il pensiero di comporre altre canzoni, perché la sua nuova casa discografica (che è riuscita a strapparlo ad altre, dopo una bella battaglia al rialzo, immagino...) vorrebbe far uscire presto un - anzi, IL - suo nuovo album.
Il terzo della sua carriera, compilation varie a parte: il primo dopo quarant'anni. E lui si sta mettendo sotto, ma senza troppa fretta, a comporre altri brani.
Perché, magari, mentre tirava su un muro o tagliava il prato di qualche cliente benestante, qualcosa gli sarà venuto in mente. Ne sono certo.



Sixto Diaz Rodríguez, detto anche Jesus, ora ha settant'anni e non si è fatto per nulla "corrompere" dall'improvvisa notorietà, dal benessere finalmente raggiunto.
La sua storia, raccontata in "Searching For Sugar Man", lo ha riportato sui palchi di teatri e auditorium, passando in un solo anno - dal 2012 al 2013 - da una media di 200 spettatori a concerto, a quella di diciottomila. Con intere date "sold out", biglietti esauriti.

Soltanto il suo ultimo tour in Sudafrica pare gli abbia fruttato qualcosa come settecentomila dollari, più di 513mila €uro.
Ma lui abita ancora in quella casa un po' malconcia di Detroit comprata per un pugno di dollari, dove non ha televisione né riscaldamento. E oggi i suoi guadagni preferisce destinarli alle figlie e agli amici bisognosi.

"Mio padre non faceva che ripeterci che non è una vergogna essere poveri. 
Noi vissuti tra la fine degli anni '60 e '70 eravamo convinti che ci sarebbe stata una rivoluzione nel mondo, poi tutto si è ripiegato su se stesso. Ma io continuo a pensare che anche i biblici Salomone e Davide erano musicisti, e che la musica resta sempre la più potente comunicazione che esista in cultura.
La musica è una celebrazione della vita".

Nel frattempo Sixto Diaz Rodríguez si è rimesso a scrivere, e fra vecchi pezzi rimasti nel cassetto per trent'anni e quelli scritti di recente, il materiale per un nuovo album - questa volta di sicuro successo, album che la sua casa discografica di oggi gli chiede a gran voce - c'è.
"Ma ora non ho fretta, sono nonno adesso. 
Voglio solo godermi i miei nipoti e la serenità di chi mi sta vicino.
E la villa con piscina, ora, non mi serve più...". 



© dario celli. Tutti i diritti sono riservati

lunedì 12 maggio 2014

Francesco e Angela, che sono stati sorteggiati alla Lotteria Green Card

In questa storia non è importante come sarà la fine.
Perché la loro storia, Francesco e Angela, in fondo la devono ancora scrivere.

Intanto, questa storia - come tutte le storie - ha un "prima".

Il prima è come questo di Angela. 
Un "prima" pieno di domande.
Angela che stava compliando il modulo di partecipazione alla Lotteria Green Card.
Angela che cercava da me certezze, rassicurazioni.
Che non potevo dare...
Era lo scorso ottobre.

"CiaoDario, scusami se ti scrivo in pvt, ma preferisco chiedere a te. 

Nel caso venissi selezionata...".

Ecco, qui mi sono subito bloccato. 

Perché, lo ammetto: io sono (un po', solo un po'...) scaramantico. Dunque diciamo che, in casi come questi, taccio e preferisco non farmi troppe domande, perché "non si sa mai, non voglio 'attirarmela'..."
D'altronde quanti di voi non dicono nulla, non ci pensano, non si fanno e soprattutto non fanno domande quando c'è una cosa importante, quasi impossibile, da raggiungere.
Per "scaramanzia", appunto...

Confesso di averci pensato anch'io quando Angela mi ha contattato per avere consigli.
Che più che altro erano richiesta di rassicurazioni.

"Ma è vero che se si viene sorteggiati bisogna avere almeno 20mila euro nel conto?

E io che ne ho di meno cosa può succedermi?
Posso dire che starei con dei parenti che ho là o potrebbe esserci qualche problema?
O i miei parenti devono garantire?"

Eh sì, ho proprio pensato "questa Angela proprio scaramantica non deve essere...".

Perché non aveva nemmeno ancora inviato il modulo della lotteria e già pensava al "dopo", dando per scontato che sarebbe stata estratta. Lo confesso: una parte di me temeva l'inevitabile. E cioè che l'amica avrebbe perso questa sfida con il fato.
Rileggo la nostra conversazione di sei mesi fa e sorrido, oggi.
Perché lei, sicura, affermava: "Comunque io sono una sfigata, non la vincerò mai, altro che superstiziosa... Ma sognare non costa nulla, almeno quello:-). Siccome vorrei fare anche la domanda per il 'working holiday visa' in Canada, pensi si possa fare se partecipo anche alla lotteria?"

Angela che poi mi ha ricontattato quando ha dovuto affrontare la delicata operazione di invio della fotografia:

"Non hai idea che ho passato stasera: un vero incubo. Speriamo vada tutto bene!
Ho un mal di testa atroce. Nemmeno quando studiavo ce l'avevo così...".

Poi silenzio, fino a giovedì 1° maggio ("Su, coraggio!").


Di Francesco, invece, non so molto del suo "prima".
Non ci conoscevamo, "prima".
Nella sua pagina di Fb, le cose di tutte le pagine di Facebook: una vagonata di auguri nel giorno del suo compleanno, foto con amici, con nipotini, uno sfogo sulla mancanza dell'acqua potabile in casa sua e in tutta la sua cittadina - per quasi 20 giorni! - per inquinamento (da gasolio!) dell'acquedotto, e qualche post scritto in inglese. 
Perché il nostro Francesco ha parenti negli Stati Uniti.

No, nel suo passato di Facebook, nessuna traccia, insomma, della sua decisione di giocare la carta della "Diversity Visa" , la lotteria per la Green card.

Angela la rivedo nella mia pagina di Fb grazie ad un timido messaggio il 1° maggio. Quando fra me e lei si svolge questa conversazione:
"Ciao, Dario, scusami se ti disturbo..."
- Figurati, dimmi...
"Scusami, in pratica io, stamattina, sono andata sul sito del governo..."

Vi confesso che ho pensato che mi chiedesse delucidazioni sulla possibilità di aver sbagliato, e che riprovando ad inserire i dati ci potesse essere un risultato diverso (dai, confessiamolo, che tutti noi che abbiamo partecipato alla Lottery ci abbiamo provato più volte. E anche nei giorni successivi...)

- Ok, dimmi...
"E poi seguendo le istruzioni mi sono ritrovata ad inserire il 'number of confirmation..."
- Ok, e poi?
"E poi anno di nascita e cognome..."
- Ok, e poi?
"E poi sono entrata..."
- Ok e poi? Angela, non farmi stare sulle spine!!!

"E poi c'è scritta questa cosa:
'You have been randomly selected for further processing in the Diversity Immigrant Visa Program for the fiscal year 2015 (October 1, 2014 to September 30, 2015). Selection does not guarantee that you will receive a visa because the number of applicants selected is greater than the number of visas available. Please print out this letter and take it with you to your visa interview'.
Dario, ma che vuol dire?"
("Sei stato scelto a caso per l'ulteriore elaborazione del Diverstity Immigrant Visa Program per l'anno fiscale 2015. L'essere stati estratti ora non è garanzia che tu possa ricevere effettivamente il Visto, perché il numero dei sorteggiati è maggiore del numero di Visti disponibili. Si prega di stampare questa lettera e di portarla con sé al colloquio per il visto").

Ho pensato "Che mi venga un colpo!"...

Eh, mia cara Angela... 'Cosa vuol dire', mi chiedi? 

Vuol dire che, come minimo, essere superstiziosi è una stupidaggine...
Ecco cosa vuol dire.


Francesco, invece, l'ho "conosciuto" il 2 maggio.
Proprio il giorno in cui (forse per scaramanzia?) ha aspettato per controllare se per caso la vita gli riservava una sorpresa.
Proprio il giorno in cui mi ha scritto questo:

"Sì, stamattina mi sono alzato e, ti confesso, non è che ci pensassi particolarmente...
Poi mi sono deciso: mi sono seduto alla sedia, ho acceso il computer e sono tornato alla pagina che avevo memorizzato dopo l'invio del modulo per la Lotteria.
Ho inserito il codice, il mio cognome, il mio anno di nascita e...
E mi è preso un colpo...

C'era una roba scritta in inglese, una specie di lettera...

I miei occhi saltavano da una parola all'altra.
Leggevo
'U.S. Department of State Bureau of Consular Affairs'
E poi
'Kentucky Consular Center
3505 North Highway 25W
Williamsburg, KY 40769
U.S.A
May 01, 2014'

E poi il mio codice con il mio nome e cognome e il mio indirizzo italiano...
E poi quel bellissimo, dolcissimo, quasi poetico 'Dear FRANCESCO...'

E poi le stesse righe che hanno letto Angela e altre centinaia di italiani sorteggiati...
"E poi altre parole che ho letto e riletto con il cuore che mi batteva all'impazzata: 'It is very important that you carefully follow instruction...' 'E' molto importante che si prenda cura di seguire le istruzioni....', 'Department of State...' 
E poi ancora: 'Se lo ritenesse necessario contatti...'".

"Sono rimasto a bocca aperta. Letteralmente.
Mi è mancato il fiato.
Sono quasi caduto dalla sedia.
Mi son detto: ora 'son cazzi', Francesco...
E' un po' la stessa sensazione che vissi sei anni fa quando scoprii che la mia fidanzata, oggi moglie, era incinta. Capirai, avevo solo 25 anni.
Quando mi sono collegato al sito della Diversity Visa per vedere come fosse andata l'estrazione mi è quasi venuto un collasso. Le stesse sensazioni di allora: un mix tra panico ed euforia".

Un/a psicanalista sorriderebbe divertito/a fra sé e sé di fronte a questo paragone spontaneo: l'essere stato sorteggiato alla lotteria Green Card e la prospettiva di avere un figlio...
Un panico da ri/nascita.


"Non puoi capire come sto, Dario", mi ha detto Angela.
"Ho controllato quattro o cinque volte, sempre trattenendo il fiato, sempre con gli occhi sbarrati, sempre con la gola secca. 
Era la mia 'prima volta', non avevo mai partecipato alla Lotteria. 
E comunque non devo farmi illusioni: il fatto di essere stata sorteggiata non vuol certo dire che ho nel mio portafogli la Green Card!
Anche se è vero: il primo 'step', il primo gradino, è andato".
Forse il più importante, aggiungo io.

Poi Angela mi racconta che ha sempre avuto il sogno di vivere negli Usa: "Da quando sono nata. E poi volevo andare a studiare là, ma non sono riccona, e non avrei potuto studiare se non avessi avuto l'opportunità di lavorare. 
E Green Card significa che posso lavorare...".
Angela, che poi parte come un treno. 
Anzi, come un aereo diretto negli Usa...

Mi racconta che è stata l'anno scorso a Philadelphia, che fa la psicologa/psicanalista e che vuole continuare a studiare, a specializzarsi: "Voglio migliorarmi, crescere professionalmente. E credo che non ci sia posto migliore. 
Sai, io vengo da una normale famiglia italiana: non siamo ricconi. I miei mi hanno sempre dato una mano, anche se sono sei anni che lavoro. E la mia laurea me la sono pagata da sola. 
Dovrò imparare l'inglese quasi alla perfezione, e vorrei prendere un master o fare un dottorato, ma non è che ho molti soldi da parte.
Per cui la Green Card sarebbe la cosa più bella al mondo, per me. Perché potrei lavorare. 
E potrei realizzare il mio sogno più grande...".

"Sarebbe, potrei", mi dice. Usa il condizionale. 
Come quasi a non crederci.

"Tutto, ora, è cambiato, con quella lettera che iniziava con quel 'Dear Angela'... Incredibile! Iniziava proprio così, con un 'Cara Angela...'".


Già...
E' certamente una sfumatura poco importante, ma è inevitabile chiedersi se le lettere che le nostre istituzioni inviano agli immigrati che considerano l'Italia la loro "America", iniziano così, con un affettuoso "Caro Hamed"...
Sì, vero?

Mi trapassa di domande e in mezzo a queste le racconto che non raramente mi è capitato di parlare con italiani che mi dissero di quanto, ogni tanto, avrebbero avuto bisogno di parlare tranquillamente, in italiano, con qualche psic, per un motivo o per un altro...


"Ora voglio solo il tempo di realizzare" mi racconta Francesco. "Pensa, tu sai di questa cosa, ma a casa, invece, non lo sa ancora nessuno. 
Eccetto mia moglie.
Andremo via un giorno e mezzo in campagna, qui vicino. Abbiamo bisogno di capire, di pensare, di parlarci, di ridere in libertà. 
Abbiamo bisogno di raccogliere le impressioni, di mettere ordine alle sensazioni, alle paure. 
Abbiamo bisogno di realizzare cosa ci è successo.
Ci dormirò su due notti.

Lo shock è praticamente debilitante. Con mia moglie quasi non ci si crede. Non facciamo che guardarci, ridere, diventare improvvisamente seri e dire 'mah'...!"


Con Francesco ci risentiamo dopo il fine settimana di meditazione in campagna. 
Che è servito a lui e alla moglie, mi dice, per rimettere in ordine le idee. Per capire come dire la novità in famiglia...


"Ne ho parlato con i miei e con i familiari di mia moglie. Poi con qualche amico intimo.
Tutti sono fondamentalmente contenti... Tranne forse le nostre mamme: ma è naturale che le mamme abbiano sulle labbra un riso amaro. 
Mio padre, invece: mio padre ha esultato, addirittura esultato! Lui non ce la fa più a vedermi arrancare a fine mese, a tirare avanti una famiglia con 800 euro al mese. Sì, forse mio padre è la persona più contenta, lo conosco bene, fra poco andrà in pensione e me lo ritroverò almeno 2 volte l'anno con me dall'altro capo del mondo!"

"Come mi sento, mi chiedi? Mi sento 'spaesato' e forse proprio nel senso letterale del termine. Ora qualsiasi cosa pensi in merito al mio, al nostro, futuro mi rendo conto che non riesco ad inquadrarla più in Italia. Ieri sera, per esempio, si parlava del Natale scorso... E la mia mente è andata subito ai prossimi Natale, a dove li trascorreremo.

Poi ho pensato a mio figlio: a ottobre comincerà la scuola elementare... E che succederà? Farà la seconda negli Usa?"

Vive in Sicilia, Francesco: a non molti chilometri da Palermo. Dove c'è, mi fa notare, uno dei più alti livelli di istruzione d'Italia, ma contemporaneamente uno dei più alti tassi di disoccupazione.
"Qui tanta, troppa gente sta andando via. E se pochi anni fa a cercare lavoro si andava a Roma, a Bologna o a Torino, ora si scappa in Serbia, in Croazia o in Polonia. Pensa, tra le mie conoscenze, ho tre famiglie che si sono proprio trasferite in Polonia.
Io parlicchio l'inglese, quindi avevo deciso di provere con l'Irlanda o il Regno Unito. Ero pronto a partire a giugno se non avessi avuto la sorpresa della Green Card: avevo già preso contatti a Cardiff in Galles".

"Ammetto di essere doppiamente fortunato: perché negli States ho molti parenti: tutti gli zii di mia madre vivono lì, e sono 5, tutti viventi e con i quali siamo in ottimi rapporti. So che non si può tanto contare sui parenti, ma negli Stati Uniti ho anche una decina di cugini di primo grado ed innumerevoli di 2°. 

Anche mia moglie ha una zia, sorella del padre, che vive negli Usa, in Virginia. E hanno figli della mia età e loro hanno figli dell'età dei miei bambini.
Ecco, non mi dispiacerebbe per ora vivere in Virginia, che ha un clima più consono alle mie abitudini mediterranee...".

Ne parlerà con calma con loro, con i suoi parenti, perché a fine giugno torneranno per passare un mese di vacanze in Sicilia.
E' fortunato, Francesco. Perché anche se lui è laureato in Beni Culturali, i suoi parenti hanno, negli Usa, due pizzerie e un pub.
"Guarda, io farei anche il cameriere per un po', giusto per imparare ad usare meglio l'inglese... Poi inizierei a cercare qualcosa di meglio, sì".

Poi mi racconta della moglie, che sono anni che sognava di aprire un asilo "ma pare sia impossibile, con la burocrazia che fa di tutto per non farti trasformare i sogni in progetti".



Francesco e Angela, ora, hanno davanti a loro la compilazione di decine di dichiarazioni, il rintracciare decine di certificati, il cercare documenti, diplomi.
E l'aspettare la convocazione a Napoli...
"Per ora mi stanno venendo in mente le paure e le fantasie più strane", mi dice Angela. "Spero siano mie paranoie, perché ora ci tengo troppo a 'sta Green Card. 
Ho un po' paura della gente che 'gufa': ma poi, loro, che ne sanno della mia vita? Ok, hai ragione: non ci bado, me ne frego.
Non so come spiegarti, Dario - mi dice prima di lasciarmi -: non mi rendo nemmeno conto che la mia vita potrebbe cambiare.
Quanto la mia vita potrebbe cambiare...".


Anche Francesco mi deve lasciare.
Perché deve mettersi sotto con le lezioni private: cinque ore al giorno, dalle 15 alle 20.
"Guadagno un po' solo sei mesi l'anno. Poi? La precarietà mi ucciderà", mi dice.

Dimenticando cosa ha scoperto, accendendo il computer, dieci giorni fa. 
Quando un altro computer, in America, gli ha casualmente regalato la possibilità di pensare al proprio futuro in modo diverso.




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