PERSONE CHE HANNO LETTO O CURIOSATO

lunedì 28 aprile 2014

Il piccolo segreto di Frazier


Lui era proprio un militante convinto.
Nell'America lontana dai millenari conflitti europei, dove la Costituzione garantisce libertà di pensiero e di associazione per tutti - nazisti, razzisti e negazionisti compresi - il protagonista della nostra storia di oggi ci ha sguazzato volentieri.

Lui, infatti, è un razzista convinto, tanto che finora non si è mai offeso quando veniva definito filo-nazista. 
Eccolo qui in una vecchia foto d'archivio in bianco/nero mentre, "in borghese", posava tutto serio con un manipolo di seguaci alle spalle.

E poi eccolo ancora mentre rilasciava, con aria piuttosto "marziale", una dichiarazione ai giornalisti: questa volta con barba e una più consona uniforme (para) militare. 
Sempre attorniato da fedeli, serissimi, tristissimi, seguaci.
Non so quando la passione per il lugubre aveva attecchito in lui.
So che però - da adulto - non l'ha mai nascosta.

Dagli archivi spunta anche una foto di lui che, da bravo leader, arringa i suoi seguaci durante una manifestazione, circondato da bandiere Confederate del Sud.
La bandiera di quegli Stati che - era il 1861 - dichiararono la Secessione dal Nord di Abramo Lincoln, che intendeva abolire la schiavitù della popolazione di origine africana.

Vagamente o meno, noi italiani conosciamo questo pezzo di Storia americana; e dunque non pochi di noi - al primo viaggio negli Usa - sono rimasti stupiti nel vedere spesso ostentato, sbandierato, accanto a quello "stelle e strisce", anche il vessillo della Confederazione, simbolo dell'allora esercito (sconfitto) del Sud.

Non sbaglio, credo, se affermo che negli Usa di oggi, nella stragrande maggioranza dei casi, l'esposizione della croce stellata azzurra su sfondo rosso ha un significato più che altro di simpatico orgoglio "regionale".

Un po' meno simpatico è, invece, l'uso che ne fanno ancora oggi le organizzazioni americane filo-naziste e apertamente razziste.
Che, magari, si richiamano proprio al Ku Klux Klan, la famigerata organizzazione nata nel 1851 come Confraternita di ex militari del Sud Confederato sconfitto, responsabile in passato di linciaggi e omicidi ai danni della popolazione afro-americana, e che oggi è simbolo di varie piccole organizzazioni di carattere locale che hanno un unico comune donominatore: la convinzione della supremazia della "razza bianca". 

Frazier Glenn Miller jr. - quello delle foto di sopra - era uno di loro. 
Ex "berretto verde" in Vietnam, per la precisione era leader del "White Patriot Party", una micro-formazione che si richiama/va al KKK, appunto, e che - manco a dirlo - si dichiarava anche anticomunista e apertamente anti-semita.
Passano gli anni e Frazier Glenn chiede e ottiene il cambio del cognome: da Miller a Cross (Croce) proprio come il simbolo dei sudisti a lui tanto caro.
La polizia lo ha sempre tenuto d'occhio, lasciandolo un po' fare. 
Forse un po' troppo, come vedremo...

Perché la sua è stata una vita sempre oltre il limite: sostenitore del suprematismo bianco, del nazionalismo bianco, dell'anticomunismo, delle solite teorie cospirative antisemite, negazionista dell'Olocausto, seguace di religioni neo-pagane, mentre si candidava (inutilmente, perché non venne mai eletto) ad ogni carica pubblica possibile, fu via via condannato per violazione della legge sulle armi e per attività illegali paramilitari.

Per un certo periodo, anche, Miller/Cross se la diede a gambe, scomparendo nel nulla, e fu dichiarato ricercato dalla polizia.
Oh, sì, è vero: via via, 'sto qua si è anche fatto cinque anni di galera. 
Ma nonostante tutto la polizia non ha saputo (o voluto?) fermarlo quando era il caso.

Come quindici giorni fa, per esempio.
Quando fece irruzione - urlando "Heil Hitler" - in tre centri ebraici di Kansan City e chiedendo alle prime tre persone che aveva davanti se erano per caso di religione ebraica.

E ammazzandole tutte e tre quando queste hanno risposto di sì.



La storia è finita così, come vedete qui sopra.

Le nuove immagini ora ci mostrano un Frazier Cross (fu Miller) diverso.
Assai poco marziale, questa volta...
Eccolo in canottiera e manette, mentre, dopo essere stato beccato e circondato, viene arrestato e portato via dalla polizia. 

Poi, ancora, con un'espressione un po' delusa, un po' stupita, un po' disperata, nella successiva foto segnaletica.
Ho visto questa foto e mi sono soffermato a pensare cosa diavolo potesse pensare questo assassino e grandissimo stronzo in quel momento.
Delusione?
Rabbia?
Mmmh...

Forse intuiva quel che sarebbe successo di lì a poco.

Ma cosa avete capito! Non pensava certamente al fatto che sarebbe stato condannato - nella migliore delle ipotesi - ad un triplo ergastolo senza possibilità di uscita. 
No no...
Ma ad una pena peggiore, per uno come lui, suprematista bianco.
Forse temeva che...

Già, in quel momento, mentre il clic della macchina fotografica del carcere scattava, forse temeva che a questo punto sarebbe stato stato inevitabilmente reso il suo "piccolo" segreto.

Che sarebbe venuto fuori quello che aveva patteggiato alla fine degli anni '80 con la polizia.

L'accordo era che lui avrebbe fatto l'informatore per le attività della sua cellula del KKK (e già questo sarebbe stato sufficiente per i suoi accoliti a scorticarlo vivo se lo avessero saputo...).
Ma a patto che la Polizia stesse zitta.

E non rivelasse mai di quando lui venne pizzicato "in flagrante".

A far sesso in un'auto.
Con un travestito transessuale.
Afro-americano!

Non fraintendetemi, ma i suoi amici militanti - quelli che espressione lugubre si facevano fotografare dietro di lui - oggi mi fanno quasi pena.
Pensate come si debbono sentire sapendo che il loro grande leader - il loro comandante, il condottiero che li guidava sfidando il potere e urlando slogan indicibili con il megafono nel corso delle loro lugubri parate - pensate come si debbono sentire sapendo che il comandante Cross è stato beccato in una situazione del genere.
Mentre se la faceva con un transessuale afroamericano.

Ah sì: per correttezza giornalistica devo aggiungere che Frazier Cross (fu Miller) si giustificò dicendo che - no, ma cosa avete capito, avete frainteso, non è mica come sembra... - che in realtà era sua intenzione caricare di botte il travestito afro-americano.

Solo che quando la polizia lo beccò, lui era lascivamente sdraiato sul sedile posteriore dell'auto. 
E proprio in altre faccende affaccendato.

Il comandante Frazier Cross lo lasciamo così come si è mostrato in tribunale: senza lenti a contatto, con la barba lunga, la divisa arancione da detenuto, ammanettato e su una sedia a rotelle. 
Perfetto per cercar di far (almeno un po' di) pena sui giurati.



P.S.: Non vorrei essere frainteso: è inutile che io specifichi che a mio parere due adulti consenzienti sono liberi di fare quello che vogliono, vero?


© dario celli. Tutti i diritti sono riservati

venerdì 25 aprile 2014

"Eccomi, amore. Arrivo subito..."

Questa storia inizia con una bugia. 
Quella raccontata da Kenneth e da Helen ai loro genitori.

Lo so, quasi non c'è nessuna cosa che un genitore non sopporta più delle bugie dei loro figli.
Insomma: quei due ragazzi, quella volta, hanno combinato un bel casino.

Invero il casino lo avevano provocato qualche tempo prima due loro amici, un ex fidanzato di lei e un'amica di lui, i loro due cupidi. 
Si misero d'accordo e decisero di presentare Helen a Kenneth, e viceversa. A Kenneth la cosa non è che piacesse molto, ma si lasciò convincere da quell'amica così premurosa: "Vedrai, ti piacerà", gli disse. E lui che aveva alzato le sopracciglia, un po' diffidente e ormai rassegnato alla sua "singletudine".
Poi se la trovò davanti e...

Come si può raccontare un colpo di fulmine? Soprattutto se consideriamo che i protagonisti della nostra storia avevano, allora, 15 e 14 anni. 
Lo so cosa penserete: a quell'età si è bambini, e un "colpo di fulmine" non può essere considerato tale, se colpisce due di quell'età...
Ma erano anche altri tempi: quando, cioè, a quell'età tanto bambini non si era affatto. Figuriamoci: entrambi potevano già lavorare!

Il "colpo di fulmine" durò. 
I nostri due ragazzi, infatti, si frequentarono per i tre anni successivi; nei ritagli di tempo, usciti da scuola, finito il loro lavoretto che faceva guadagnare loro un piccolo gruzzolo che davano in famiglia, continuavano a vedersi. 
E a stare insieme come potevano.
Ma presto iniziarono a scalpitare.
E chi ha figli adolescenti sa cosa significa avere a che fare con un diciottenne - o una diciassettenne - che scalpita.

Ah, mi sono dimenticato di dirvi che questa storia ci ha portati negli anni '30 e a Nashport, in Ohio: oggi poco più di 5000 abitanti, allora nemmeno un migliaio.
Precisamente qui, dove indica la freccia rossa:
Nel 1940 Kenneth si diploma alla "Jefferson High School" di Dresden, e scalpita scalpita, ad un certo punto lui e la sua Helen non ce l'han più fatta.
Il 20 febbraio del 1944 - mentre da noi piovevano bombe e si moriva di guerra - Helen e Kenneth decisero che era venuto il tempo di agire: ai loro genitori dissero che andavano a trovare il vecchio allenatore di pallacanestro di Kenneth nel vicino Kentucky.
In tasca avevano cinque dollari. 

Proprio due giorni prima - che combinazione! - Kenneth aveva compiuto 18 anni, l'età giuridicamente valida per convolare a nozze (Kenneth, amico mio, me lo sentivo che tu eri Acquario...). E i loro poveri cinque dollari - ma che combinazione! - erano più che sufficienti per la tassa di due dollari che a quel tempo bisognava pagare per sposarsi.
Avanzavano tre dollari per il pranzo.
Di nozze.

Fu così che Helen Marie Parks Johnson e Kenneth Eugene Felumlee diventarono il signore e la signora Felumlee.

No, ai loro genitori, Helen e Kenneth non dissero nulla. Mi sa che sentivano di averla fatta troppo grossa.
D'altronde avevano 18 e 17 anni, non dimentichiamolo.
Al ritorno dalla gita in Kentucky, infatti, ognuno tornò tranquillamente (più o meno, insomma...) a vivere a casa della propria famiglia.
Come se nulla fosse successo.
"Eravamo troppo nervosi per dire a tutti cosa avevamo combinato. Dunque per molte settimane restammo separati e vivemmo come prima, proprio come se nulla fosse accaduto, appunto", hanno raccontato cento, mille volte Kenneth ed Helen a chi nei decenni seguenti voleva sapere tutti i particolari di quella loro follia.
"Come se nulla fosse accaduto" fino a quando lui prese fiato (e coraggio) e andò a casa di lei: che impaziente - come sanno essere impazienti le donne in questi casi - aspettava il gran momento.

Diciamo che il padre di Helen, forse, se l'aspettava; d'altronde quel giovanotto era un bel po' che ronzava attorno alla sua bambina. E, in fondo, (ma sì...!) era un bravo ragazzo, era pure diplomato, così come la sua famiglia era ok. 
Certo però che quando se lo vide arrivare a casa con quella faccia un po' così e lo sguardo basso da cane bastonato, lui si aspettava che quel Kenneth si limitasse a chiedergli la mano della figlia: mica immaginava di essere costretto a prendere atto che la "frittata" era già stata fatta, per la miseria!

E in tutti i sensi, visto che oltre che con il certificato di matrimonio, Helen tornò dal Kentucky - ma se ne accorse solo qualche settimana dopo - anche incinta.


Che belli in queste due foto: giovani, allegri, incoscienti, vagamente strafottenti, come sanno esserlo - come è giusto che siano - i ragazzi alla loro età.
Quando hanno tutta la vita davanti...

Miei cari amici: come posso, in poche righe, raccontare i 70 anni di vita che Kenneth e Helen hanno passato insieme?
Come posso qui descrivere i particolari della loro esistenza con i loro otto figli: William, James, Robert, Richard, Douglas, Linda, Cody, Judith...
O con i loro ventitré nipoti...
O con i loro quarantatré pronipoti...

Posso dire che Kenneth, prima di godersi la pensione, ha lavorato prima come Ispettore di macchina per una compagnia ferroviaria, e poi come postino.
E che nel frattempo allenava la squadra "pulcini" di baseball del paese, mentre la domenica insegnava catechismo con la sua Helen nella Chiesa Metodista di Nashport e che a Nashport, Kenneth, divenne membro del Consiglio di istruzione, mentre Helen era la più anziana nel Circolo degli amici della Chiesa. 
Posso dire che Kenneth, per decenni, ha fatto due lavori, e a volte davvero dormiva non più di tre ore per notte per guadagnare abbastanza. E che nel frattempo era anche sempre pronto a fare, gratis, piccoli interventi di idraulica per i suoi vicini, o a mettere le mani nel motore di qualche automobile che faceva i capricci.
Posso dire che Kenneth è sopravvissuto ai fratelli Jack e Ralph, e alle sorelle Ruth, Gertrude e Virginia.

Su Helen posso dire che ha passato questi 70 anni a tirar su gli otto figli, e poi a tenere i nipoti, e poi i pronipoti, e che amava curare la casa e a dedicarsi al giardino e ai suoi fiori, o leggere e ad allevare e nutrire uccelli.
Posso dire che preparava da mangiare ogni giorno per la propria famiglia e per quelle bisognose della sua zona. E che quando nasceva un bambino era lei che correva nelle loro case per insegnare alle giovani mamme sole come cambiare i pannolini, come dar il latte.
Posso dire che in questi anni ha perso le sorelle Ruth, Mary, Dorothy e Nancy.

Posso dire che per 70 anni Helen e Kenneth hanno sempre (sempre, accidenti...) dormito nello stesso letto.
Anche dopo aver litigato.
Anche quando in un traghetto sarebbero stati costretti a dormire in due cuccette, uno sopra e l'altra. Naaa, non era roba per loro, dormire così distanti.

Posso dire che quando il suo Kenneth è andato in pensione, visto che i figli ormai erano grandi e sposati, lei ha voluto iniziare a viaggiare e a vederla il più possibile, la sua America.
E che in pulmann, insieme, hanno visitato tutti i 50 Stati americani.

Helen, che ogni anno scriveva di suo pugno gli auguri di buon Natale ad un centinaio di conoscenti e vicini, ai quali ad ognuno riservava un pensiero, un ringraziamento, un saluto.
Helen che con Kenneth andava la domenica a far una breve visita agli anziani della locale casa di riposo.

Santo cielo: dopo 70 anni, dicevano, erano ancora innamorati. 
Proprio come ai tempi della loro fuga in Kentucky.

Poi le cose si sono complicate: perché non è che la vecchiaia sia poi tanto differente, in America.
(foto AP)
Ai tempi di questa foto con i figli - scattata il 29 dicembre 2012 - Kenneth era già stato operato ad una gamba per dei dannati problemi di circolazione.
Gamba che gli venne amputata.
Dopo l'operazione fu la sua Helen il suo angelo custode. Helen che non lo lasciò mai solo.
Nemmeno per un momento.
Helen che lo aiutava a vestirsi.
Helen che spingeva la sedia a rotelle. 
Helen che ogni pomeriggio gli serviva la tazza di the.


"Ma ormai, ultimamente, la mamma quasi non riusciva a fare più niente di tutto ciò - ha raccontato ai giornali americani la figlia Cody - anche se lei cercava di non tirarsi mai indietro".
Così come ha cominciato a dormire sul divano per stargli vicino, quando negli scorsi mesi lui venne ricoverato in ospedale, visto che le sue condizioni di ultra novantenne erano diventate sempre più difficili.

Quando praticamente lo teneva per mano sempre, anche quando dormiva.  
Quando lei, giorno dopo giorno, lo vedeva spegnersi.
Lei che ogni giorno perdeva un po' di forze, vendendo Kenneth in quelle condizioni.
E che bello scherzo ti ha fatto la tua Helen, vero Kenneth?
Tu, proprio sabato scorso, sei rimasto sorpreso quando hai capito che lei se ne stava per andare.
Prima di te, porca miseria.

Perché Helen Marie Parks Johnson è morta sabato 12 aprile, nella casa dove abitava con Kenneth.

So, Kenneth, cosa devi averle sussurrato quando stava per chiudere gli occhi per sempre.
Sono certo, perché lei, in quel momento ha quasi sorriso. 
Ha sorriso quando le hai detto "Arrivo subito, amore".

E so anche cosa hai pensato in quelle prime ore passate, da 70 anni a questa parte, senza lei al tuo fianco: "Che noia star senza di te, Helen", ti sarai ripetuto minuto dopo minuto, ora dopo ora.
Poi hai detto soltanto: "Eccomi, amore...".


Kenneth Eugene Felumlee è morto domenica 13 aprile, 15 ore dopo Helen, la sua donna di sempre.

"E' stata una bellissima festa di addio", ha detto la loro figlia Cody.

I funerali di Kenneth e Helen Felumlee si sono svolti insieme, nella chiesa qui sotto, la United Methodist Church di Nashport-Irville, Ohio.
E insieme, come hanno vissuto, riposeranno per sempre qui, uno accanto all'altra, nel verde del Frazeysburg Cemetery, Ohio.



© dario celli. Tutti i diritti sono riservati

venerdì 18 aprile 2014

Il pulman di Tanya


Vi voglio raccontare la storia di Tanya.
Non l'ho conosciuta direttamente, ma detto con grandissimo rispetto e cavalleresco affetto, Tanya - neworkese del Bronx - è una gran rompiscatole.
O meglio: diciamo che quando si mette in testa una cosa lei va avanti come un ariete, e non le importa molto se la strada è sgombra e se si trova di fronte una porta o un muro.
Va avanti, e se necessario sfonda.
E prosegue.
Una donna convinta di quello che fa.

Così come quando ha deciso di cambiare. 
Forse è stato anche l'aver aderito al gruppo "Madri in Movimento" a spingerla a cambiare vita.
E soprattutto "stile" di vita.
Prese questa decisione quando si rese conto che non poteva andare avanti a forza di "junk food", al "cibo spazzatura" di cui lei, ragazza madre, a causa della fretta e dello stress quotidiano, quasi esclusivamente, si nutriva. Cibo che era la causa dei 40 chili di sovrappeso che le sue gambe erano costrette a sopportare. 
Quel giorno di sette anni fa, Tanya ha detto basta, e ha deciso di lasciare il suo sicuro posto in una azienda per occuparsi di cose "più importanti". 
Per occuparsi di se stessa e degli altri.

L'inizio della sua rivoluzione è avvenuta dunque con la lettera di dimissioni che ha firmato.
E questo successe proprio nel periodo in cui divenne un'attivista di una organizzazione che si batteva per la "giustizia alimentare" e per la difesa dell'agricoltura locale, quella a chilometro zero. 
O poco più...

Sempre nello stesso periodo Tanya aderì ad uno dei tanti gruppi di "guerrilla gardening" (bel termine, eh?): insomma, lei e i suoi compagni trasformavano in orti curati e coltivati giardini e spazi verdi del suo quartiere rinsecchiti e abbandonati a se stessi. 
"Guerrillia gardening" a New York
"Guerrillia gardening" a New York










Senza permesso alcuno: fatto che ha procurato a questi gruppi qualche grattacapo con la polizia locale.

Piccoli segni di una rivoluzione "verde" che oggi, anche a New York, si esprime attraverso il fenomeno degli orti urbani sui tetti dei palazzi.
Tutt'altro che marginale: la Grande Mela, in silenzio, è diventata la città americana che registra il maggior numero di presenza di orti urbani sui roof top.
Migliaia di metri quadri di superfici finora inutilizzati e che, con il verde, sono stati trasformati - tra l'altro - in ottimo elemento di isolamento ambientale nelle estati torride e negli inverni gelidi.

Dopo dunque essersi dedicata anima e corpo agli "orti urbani", Tanya Fields, aveva deciso di realizzare un mercato agricolo bio nel Bronx.
Ma quando ha iniziato a documentarsi ha capito che doveva farsi venire un'idea più efficace: "Ho scoperto che ogni giorno entrano ed escono a New York 16mila camion con motore diesel che nella maggior parte dei casi trasportano cibo: ai mercati, ai supermercati, ai negozi... 
Ovvio che la qualità dell'aria ne risenta. E forse è anche per questo che mia figlia si è ammalata". 
Un giorno, infatti, i medici le hanno detto che le frequenti crisi respiratorie di sua figlia erano causate da uno stato di asma e bronchite cronica. E quel giorno, racconta, ha sentito montare dentro sé una rabbia terribile: 
"Ma a quel punto ho cercato di indirizzare la mia rabbia verso qualcosa di positivo".
Doveva venirle in mente un'idea, progettare qualcosa di utile per la collettività. 

Parlando con altre donne di salute, alimentazione (e sovrappeso...), era arrivata alla conclusione che il non curarsi troppo di ciò era spesso provocato dalla pigrizia: non poche, infatti, le avevano confessato che piuttosto che recarsi al più vicino mercato o supermercato per acquistare frutta e verdura (o comunque con cibi un po' più sani...) rispondevano spesso alle lusinghe del "cibo spazzatura" - sempre lì a portata di sguardo, dietro l'angolo - a causa della fretta e dello stress quotidiano.
"D'altronde è difficile occuparsi del proprio benessere quando si è sottoccupati o disoccupati, quando ci si deve occupare dell'educazione dei figli che, magari, una donna se li deve tirare su da sola".

Un giorno le passa vicino un camioncino di gelati il cui arrivo è stato anticipato dal suono del carrillon, vede bambini (e adulti) che gli corrono incontro, ed ecco che matura l'idea: 
"Ma certo! Se la gente non va al mercato, sarà il mercato ad andare verso la gente!".

Soldi, la nostra Tanya, non ne aveva: e allora per reperire i finanziamenti che la aiutassero a realizzare la sua idea, ha pensato di affidarsi al "crowdfunding", la raccolta di fondi on line.
Così, dollaro dopo dollaro, ne è riuscita a raccogliere qualcosa come 55mila, quasi 40mila €uro. Con i quali ha messo su una società - la BLK Projek"block by block", "isolato per isolato" - che come primo investimento ha acquistato un vecchio scuolabus dismesso.

Che l'artista locale Crystal Clarity (qui sotto) ha dipinto gratis.
Per essere "coerente", Tanya ha sostituito il vecchio e fumoso motore diesel, con un nuovo, verde e non inquinante alimentato da olio vegetale usato reperito in ristoranti, aziende e mense.
(Tanya con Brandon, uno dei suoi collaboratori)
Un pulman che è in perenne movimento: tre giorni la settimana va nelle vicine fattorie biologiche della valle dell'Hudson dalle quali torna pieno di prodotti biologici (patate, frutta, verdura, uova, polli, formaggi, succhi di frutta...) che lei e i suoi due dipendenti - sì perché nel frattempo ha potuto anche assumere due persone - vendono per le strade del South Bronx e di Brooklyn.


La rete di fattorie bio che hanno aderito al progetto (in particolare quelle della Corbin Hill Farm), si sono impegnate a vendere i loro prodotti a prezzo "calmierato" proprio perché poi siano favoriti gli acquisti da parte dei consumatori più poveri. 

Che possono comprare, per esempio, una dozzina di uova (bio) a 3 dollari, 2 € e 17 centesimi.







Chi diventa socio, poi, ha la possibilità  di usufruire di offerte speciali: con 30 dollari (21 €uro e 68 cent) i soci della BLK Projek possono acquistare settimanalmente e ricevere a domicilio dai 4 ai 6 articoli di prodotti bio locali (cavoli, zucche, patate, insalata ecc.); 
o non locali come banane e avocado; 
e poi un chilo di fagioli, un chilo di riso, latte o uova, pane, cracker, olio, salsa di pomodoro per arrivare a due mazzetti di erbe a scelta fra coriandolo, basilico, prezzemolo, rosmarino e menta.
Ma Tanya, usa il suo pulman "verde", anche per fare conferenze o incontrare gruppi di consumatori interessati a cambiare le proprie abitudini alimentari. 
A questi - con l'aiuto di medici, dietologi e cuochi - spiega perché mangiare più sano e soprattutto come cucinare più sano.

Poi l'attività di Tanya ha sconfinato: lei e i suoi collaboratori, dipendenti o volontari, hanno iniziato via via ad occuparsi di agopuntura, danza, laboratori di arti creative, il tutto da un punto di vista "olistico".

"Se tanta gente di poco conto, in luoghi di poco conto, facesse cose di poco conto, la faccia del mondo cambierebbe"...
Mi è venuta in mente questa frase, mentre scrivevo questo racconto.
Frase che - guarda le associazioni inconsce che si fanno, a volte - vidi scritta su un tavolo (sì, non eravamo molto educati, ma quando si è giovani un po' è giusto così...) proprio mentre impacchettavo polli per un mercatino autogestito (senza permesso alcuno: fatto che ci procurò qualche grattacapo con i Vigili Urbani), dove la merce veniva venduta praticamente a prezzo di costo.
Roba di 40 anni fa.

Pensa un po': proprio simile al mercatino ambulante della nostra amica Tanya...


© dario celli. Tutti i diritti sono riservati

martedì 15 aprile 2014

Il sogno dell'astronauta Giacinto

Sembra il titolo di un racconto a fumetti del Corriere dei Piccoli.
E, invece, questa storia parte da Casavatore, provincia di Napoli.

Apro Google per documentarmi, per scrivere qualcosa del paesino - quanti sono gli abitanti, cose del genere... - e, almeno nel momento in cui scrivo, accanto alla cartina che evidenzia la posizione geografica e la descrizione del Comune tratta da Wikipedia ("Casavatore è un comune italiano di 18.585 abitanti della provincia di Napoli, in Campania. E' il primo comune italiano per densità di popolazione con oltre 12.000 abitanti per chilometro quadrato"), c'è una terribile fotografia.
Questa:
Già: la vita a Casavatore (paesino attiguo al quartiere napoletano di Secondigliano) non è sempre stata facile: "Casavatore è stato a lungo al centro degli interessi della camorra - mi ha raccontato un collega che conosce quel territorio metro per metro -. Fino ad essere coinvolto, una decina di anni fa, nella famosa faida di Scampia"Che solo tra il 2004 e il 2005 provocò la morte di una settantina di persone: una media di tre vittime al mese. 
Compresi tre ragazzi di 29, 26 e 25 anni che non c'entravano niente e che vennero ammazzati "per errore".
Oggi, per fortuna, è tutto differente, e quel periodo terribile è solo un ricordo.

Nel 2004 Giacinto, era quasi loro coetaneo: 23 anni. 
Lui e la sua famiglia (come la stragrande maggioranza degli abitanti di Casavatore) erano - e sono - lontani mille miglia da quel mondo. 
Madre casalinga, padre impiegato, Giacinto, ottimo studente, dopo essersi diplomato si sarebbe iscritto all'Università se non avesse deciso di fare il militare.
Certo, forse non immaginava che l'avrebbero spedito 729 chilometri più a nord, a Bassano del Grappa, provincia di Vicenza. 
"Ero un Alpino, addetto al minuto mantenimento. In parole povere facevo parte di quelle squadre di elettricisti che riparano le strutture".
Proprio quando era prevista la sua partenza per il Kossovo iniziarono, però, a emergere le prime notizie sulle contaminazioni (e sulle morti dei soldati) da "uranio impoverito": "Fu una decisione difficile, ma alla fine 'tolsi la firma' e decisi di non partire. Venni allora destinato a Roma, dove feci l'autista per un alto ufficiale".

La storia di Giacinto ha un po' dell'incredibile. 
Finito il militare, il nostro amico tornò a casa. Era di nuovo  a Casavatore: diplomato, ex militare, dopo un po' trovò lavoro come tecnico installatore di reti telefoniche e fibre ottiche. 
Ma a Milano.
"Nel frattempo chiesi un 'prestito d'onore': mi serviva, infatti, un finanziamento per aprire un negozio al paese - mi dice -. Avevo deciso che avrei aperto un alimentari".  
Ottenne il prestito, Giacinto, ma contemporaneamente si iscrisse all'università, con tutte le difficoltà che affronta chi decide di farlo quattro anni dopo il diploma. Ma mica si accontentò di una facoltà "qualunque": scelse, infatti, Ingegneria aerospaziale all'Università degli Studi di Napoli Federico II.
A Roma, a questo punto, si direbbe, con grandissimo rispetto,  "Me cojoni!" (le signore mi perdonino...).

E fu così - fra un esame e l'altro, migliaia di pagine dopo migliaia di pagine - che Giacinto capì che quello sarebbe stato il suo destino. "Vendetti il negozio dopo due anni. Nel 2009 mi laureai, e tre anni dopo presi la specialistica: ero laureato in Ingegneria aerospaziale e astronautica".
Il primo laureato in famiglia.

Ma secondo voi, cosa fa, in Italia, un giovane laureato in Ingegneria aerospaziale e astronautica?
L'ingegnere aerospaziale??
"Fui fortunato: trovai lavoro a Napoli. Contratti a termine, ovviamente... Ma come 'analista strutturale'". Che poi vuol dire, mi spiega, che verificava come si comportava un componente particolare sottoposto a determinate sollecitazioni.
Stop, non chiedo di più.
La  cosa positiva era che quel contratto a termine di tre mesi era compensato dalla prospettiva di possibili esperienze all'estero: "Sarei dovuto andare ad Amburgo, poi a Tolosa: ma poi quelle ipotesi saltarono".

Il problema era che il nostro Giacinto da Casavatore aveva ("da sempre", mi dice) "il pallino dell'America"Così, tramontata l'ipotesi "Amburgo" - seguita poi dal tramonto dell'ipotesi "Tolosa" - l'anno scorso decise di chiedere consiglio al suo vecchio docente di "Strutture aerospaziali e aeroelasticità"
Magari lui qualche contatto negli Usa ce l'aveva...

"Possibilmente in California", gli chiese.
Il sogno di Giacinto.

E il suo professore - che Dio lo benedica!, uno che simpaticamente nel sito dell'Università ha inserito non l'indirizzo, ma le coordinate GPS per arrivare a lui (40°49'50.34" Nord; 14°11'23.52" Est) - gli rispose che un contatto, negli Stati Uniti, effettivamente ce l'aveva. 
Ma era in Kansas. 
Che sta a 1143 miglia (1840 chilometri!) dalla California, è vero: ma è pur sempre negli Usa, no?

Miei cari amici lettori: più sento queste storie "americane", più sono costretto a prendere atto che - davvero! - la fortuna aiuta gli audaci.
(O, comunque, chi almeno tenta...).

Per un'incredibile combinazione, infatti, il nostro Giacinto inviò il curriculum a quell'azienda del Kansas, proprio quando questa era alla ricerca di nuovi ingegneri da assumere
E quelli, dal Kansas, che gli risposero? 

La cosa più naturale, in un mondo giusto"Mi risposero che erano interessati, e che però avrebbero voluto fare un colloquio. 
Facemmo una lunga telefonata.
E lì parlammo un po'. Io emozionato, un po' timoroso, con il mio inglese scolastico e un po' incerto; loro, invece, sereni e operativi, come in questi casi sono gli americani (anche se uno era colombiano e l'altro era spagnolo). Mi fecero un po' di domande: mi chiesero cosa facevo, le mie esperienze professionali, le mie aspirazioni, le mie aspettative... 
Poi, tanti saluti. 
Mi dissero di aspettare la risposta: perché una risposta, comunque, sarebbe arrivata".

Che, in un mondo giusto, è il minimo.
E nel nostro mondo è già tanto.

La risposta, via e-mail, arrivò dopo un mese.
"Come se fosse stata la cosa più naturale al mondo,  mi salutavano, mi davano del 'tu' chiamandomi per nome di battesimo e mi dissero che sarebbero stati molto contenti ad assumermi, intanto per un anno, nel loro centro di ricerca, il 'National Institute for Aviation Research' di Wichita, Kansas, Stati Uniti d'America".
Una struttura legata alla Wichita State University, università pubblica del Kansas.
Questa qui sotto, porca miseria...




Un campus di quasi 100mila metri quadri, che nel 2013 ha raggiunto il budget annuale - no profit - di 46 milioni di dollari, poco più di 33 milioni di €uro.
Che mi venga un colpo...
Giacinto avrebbe lavorato nel Laboratorio di meccanica computazionale. Ma, vi prego, non chiedetemi di più: nonostante abbia fatto il liceo scientifico, sono sempre stato un disastro in matematica e in tutti i suoi (ampissimi) dintorni.

Ora immaginate la scena di quando Giacinto ha detto la cosa in famiglia: ai suoi genitori, a suo fratello, a sua sorella.
E cosa volete che dica una mamma quando il suo piccolo decide di partire... "Certo, erano contenti, ma... Ma 'proprio non riuscivi a trovare un lavoro a Napoli?', mi chiesero quasi senza parole"
E' la lacerazione che vivono tutti gli emigranti: "So che i miei in quel momento hanno quasi pensato di avermi 'perso'. Ancora oggi, mio padre ogni tanto mi chiede se mi avvicino, magari anche solo in Germania...".

Poi c'era Anna. 
La sua ragazza. 
Giacinto e Anna stavano insieme da nove anni.
Giovane, bella come il sole, tipicamente mediterranea: "Anna fu contentissima. 
Oddio, era più preoccupata che contenta...
Sai, le donne sono sempre più pratiche, sono più avanti: spesso hanno la capacità di vedere le cose 'in prospettiva'. Lei fu, da sùbito, molto contenta. Certo sapeva che non mi avrebbe mollato: ti pare che una ragazza italiana, anzi, napoletana, permetterebbe con serenità che il proprio fidanzato (italiano, per di più!) viva da solo in America?".

(Dì la verità, caro Giacinto: sei tu che non avresti mai lasciato sola, in Italia, la tua bella Anna...).

E poi, gli amici... 
Giacinto ha amici "di tutti i tipi": qualcuno è laureato, qualcuno è impiegato, c'è chi fa l'operaio e chi è all'eterna ricerca di uno straccio di lavoro decente. "I miei amici sono tutti rimasti un po' di stucco, ma furono tutti contentissimi: erano orgogliosissimi di avere un amico laureato in ingegneria aerospaziale che sarebbe andato in America!".
Qualcuno, racconta, avrebbe voluto e vorrebbe seguirlo ma, alla fine, ha preso atto che non ce l'avrebbe fatta, che non se la sarebbe sentita. Altri, invece, non conoscendo l'inglese non ci hanno nemmeno provato.
"Poi ho compagni di università, ingegneri come me, che se ne sono già andati: chi in Francia, chi in Germania, dove non c'è la complicazione per il visto".

E questa è storia di un anno fa. 
Un anno fa, infatti, proprio in queste settimane, Giacinto stava preparando le valigie.
E l'anima.

"Non ero mai stato negli Stati Uniti, non conoscevo nulla del Nuovo Mondo. 
Sono partito il 7 maggio del 2013. 
E potete immaginare che tumulto sentissi dentro di me. Ma tenevo duro, non ci dovevo pensare troppo. 
Era un'occasione troppo importante, per me. Anzi, era una benedizione dal cielo.
Io dovevo tenere duro.
E poi, abituato alla vita di Casavatore, di Napoli, sapevo che sarei stato in grado di vivere ovunque.
Quando l'aereo ha toccato terra mi sembrava di essere Cristoforo Colombo.
Mi sono guardato intorno e mi son detto ' Giacì, chist'è n'altro pianeta!'.
Il cielo era sempre lo stesso, l'acqua è uguale, anche la natura, almeno qui in Kansas, non è molto differente da quella italiana. 
Ma, vi giuro, questo è un altro pianeta...".


Miei cari amici lettori: più sento queste storie "americane", più sono costretto a prendere atto che - davvero! - la fortuna aiuta gli audaci.
(O, comunque, chi almeno tenta...).

No, cari amici: non avete le traveggole, e questo non è un refuso. Aver ripetuto una frase che avevo già scritto qualche riga più in su non è stato un errore.
E' che non sapete cosa è successo il primo maggio dell'anno scorso, proprio mentre Giacinto stava preparando le valigie per l'America.

Chi segue questo blog sa benissimo "cosa succede" il primo Maggio di ogni anno (festa dei lavoratori, ma non negli Usa, a parte...).
E' successo che, proprio una settimana prima della sua partenza, Giacinto e Anna hanno controllato il sito della DV Lottery, quello della Green Card, per vedere se per caso erano stati sorteggiati.
"Io era la terza volta che ci provavo. E niente, anche l'anno scorso presi atto che non era destino, evidentemente. 
Poi, invece, inserisco il 'confirmation number' di Anna e...".

Avete intuito benissimo.

Giacinto stava per partire con un contratto di lavoro negli Usa e sei giorni prima ha saputo che la sua Anna aveva vinto la Green Card alla lotteria.

"Rimasi di stucco, soprattutto perché ricordo benissimo che quando avevamo inviato i moduli, l'ottobre precedente, eravamo pieni di dubbi: per esempio avevo l'impressione che la foto di Anna non fosse perfetta, certamente non come la mia, che invece era precisa-precisa". 
E invece è stata proprio lei ad essere stata estratta.

Con quel turbinio di sensazioni, la sua Anna lo ha raggiunto in America un mese dopo, era giugno dell'anno scorso, partendo con l'ESTA, l'autorizzazione che viene rilasciata a chiunque si rechi negli Usa per turismo. "Giusto per dare un'occhiata", mi dice.
"Vuoi sapere la mia prima impressione? Ah, guarda: appena atterrai trovai tutto fantastico. E quando ho raggiunto Wichita già mi sentivo a casa!", mi dice lei entusiasta, con un sorriso solare.
Eccola qui sopra, Wichita.
Nel bel mezzo dell'America.
Dopo tre mesi, sbrigò le pratiche per il visto J-2, quello per il coniuge (o il futuro coniuge) di chi è munito di visto J-1, che comprende anche la categoria di "professore o ricercatore universitario" straniero.
Perché non voleva stare lì tre mesi e poi tornare in Italia: così come non poteva aspettare di avere la Green Card per stare accanto a Giacinto, visto che alla fine ci vuole un anno prima che arrivi...

"Insomma, stavamo insieme da nove anni e dunque era venuto il tempo, ormai. 
E l'America, in fondo, ci ha aiutato, così come la vincita della Green Card di Anna. 
Ci amiamo, la Green Card viene passata automaticamente al coniuge se ci si sposa, dunque tutto ci ha spinto verso il 'grande passo'. 
Abbiamo deciso di sposarci..."


Giacinto e Anna si sono sposati a Las Vegas, come in un film.
Fecero tutto da soli, come si può tranquillamente fare, a Las Vegas. 
La cerimonia si sarebbe svolta nella "The Chapel in the Clouds", la "Cappella tra le nuvole" al 103° piano dell'hotel Stratosphere, quello della foto qui sotto, che come tutti gli hotel di Vegas ha anche un casinò e una "wedding chappel", una cappella per matrimoni
Uscendo dal Clark Country Clerk - l'ufficio della Contea che rilascia la licenza matrimoniale - furono poi avvicinati da un autista di limousine che disse loro: "Volete fare un giretto?". 
Sarà stato il bouquet che Anna aveva in mano, o sarà stato il suo vestito da sposa, sta di fatto che quando lei gli chiese "It's free?" ("E' gratis?"), lui rispose "Ok, let's go!".

(Va beh, poi li portò al suo ufficio e li convinse ad affittare per qualche ora la limousine. E così Anna e Giacinto si son fatti un giro per la Strip, la lunga strada di Las Vegas tutta  alberghi, casino, luci e musica)...
Un bel matrimonio "all'americana", insomma.
"Un'esperienza fantastica!", dice Anna.
Ma, purtroppo, senza amici italiani, senza nessun parente..

"C'eravamo solo noi... - mi dice Giacinto -. No, i miei, qui, non sono mai venuti. E poi nella loro vita non hanno mai preso l'aereo, e per venire qui dovrebbero prenderne almeno due: Roma-Atlanta e poi Atlanta-Wichita o, peggio, tre, in caso di scalo in qualche città europea. 
Ma io sono certo che qui si troverebbero bene. 
Se solo potessero verificare direttamente come la vita è meravigliosamente tranquilla, qui: pulita, umana. Come dice Anna, qui intorno al massimo potrebbero incontrare Dorothy con l'uomo di paglia, come nella favola del Mago di Oz".


A parte Las Vegas e Oklahoma City, racconta, dell'America per ora non hanno visto molto più.
"E ho voglia di vederla tutta, questa America! Prima di venire qui, ho sempre immaginato che gli Usa fossero tutti come New York, o come la California, o la Florida. E venendo da Napoli, città di mare, forse mi piacerebbe vivere con il mare vicino...
Forse l'idea che avevo degli Usa era fortemente influenzata dai film che avevo visto. O dai miei hobby, dai miei interessi: la musica, la chitarra Fender, le missioni della Nasa.
Sono state queste cose a portarmi qui...
Però è vero che tutte le cose che in Italia sembrano, anzi, sono difficili, qui sono più facili. Trovi sempre l'informazione che cerchi, una persona educata che ti risponde. Trovi sempre uno sconosciuto che ti dà una mano...".

Poi...
Poi un giorno Giacinto legge un annuncio in Rete: "Società privata olandese cerca e seleziona astronauti per la prima missione umana su Marte".

Avete letto bene: Marte. Nel senso di pianeta.
Che è il più "vicino" alla Terra, è vero.
Però...
E cosa volete che abbia fatto, il nostro Giacinto da Casavatore? 
Naturalmente ha immediatamente compilato ed inviato il modulo di adesione con il questionario, al quale doveva rispondere con un video.
"Vedi, l'astronautica è sempre stata la mia ossessione. E quando ho visto quell'annuncio non ci ho pensato su molto. Ho risposto ad un po' di semplici domande, del tipo: 
'Dicci perché vuoi andare su Marte.
Descrivi il tuo senso dell'umorismo.
Cosa fa di te il candidato perfetto?'.
Insomma, ho fatto questo video di 60 secondi e l'ho inviato".

Dopo 6 mesi gli hanno risposto.
E a quel ragazzo di Casavatore hanno detto che aveva superato la prima selezione per diventare futuro astronauta di un equipaggio diretto su Marte.
Sono state 236mila le candidature, che una prima scrematura ha ridotto a 1058. 
"Il progetto 'Mars One' è 'terraformare' Marte: produrre ossigeno, far crescere vegetazione, riportarvi acqua. Rendere, insomma, Marte, 'vivibile' per noi umani. 
Non si tratta di fantascienza, il problema di inviare l'uomo su Marte non è più frutto di pura immaginazione, con le tecnologie di oggi...".

Obiettivo di Bas Lansdorp, l'olandese volante, padre del progetto, è arrivare a colonizzare il pianeta Marte, che ha una durata giorno-notte simile a quella terrestre, costruendo strutture abitative e serre (qui sotto alcuni disegni dei progetti) che che ovvierebbero ai -140 gradi invernali. 
Presenza massiccia di metano nell'aria a parte, i "rover" inviati dalla Terra, e che si sono fatti i loro bei giretti su Marte, hanno registrato temperature estive praticamente perfette: intorno ai 20 gradi.














Il vero problema è che sarà - sarebbe - una missione di "sola andata": insomma  chi andrà su Marte, "ci resterà". 
In tutti i sensi. 
Sarà, infatti, destinato a vivere e a restare sul pianeta Marte per sempre. In nome delle avventure spaziali e della scienza. 

Forse per creare così la prima colonia di terrestri sul "pianeta rosso", ma forse anche perché ogni volo è previsto che costi qualcosa come sei miliardi di dollari. 
Il progetto prevede l'invio di nuovi astronauti ogni due anni, con il volo che dovrebbe durare non meno di sei-sette mesi. 
"Ma, allontanandosi così tanto dalla Terra, in assenza di totale gravità, alla lunga potrebbero esserci dei problemi alle ossa e ai muscoli - mi dice -Poi c'è il fattore 'tempo': arrivare sulla Luna è stato uno scherzo: sono stati impiegati tre giorni 'terrestri'; mentre per giungere su Marte, a parte la difficoltà dei sei mesi di volo, si tratta di superare le fasce di Van Allen, e quindi bisogna essere adeguatamente protetti dalle radiazioni presenti".
E io che ho sempre pensato che Van Allen fosse solo il gruppo musicale heavy metal dei tre fratelli! (Sì, lo so: loro si chiamano Van Halen...)

Dopo aver ricevuto la risposta, Giacinto ha dovuto sottoporsi alla prima tornata di test medici, che ha superato.
"Ora dovremmo essere non più di 900, e aspettiamo il colloquio diretto. E alla fine di questi verranno scelti i primi 24, che partiranno a gruppi di quattro".

Devo dire che la bellissima Anna non è che l'abbia presa molto bene, 'sta storia "marziana". 
Insomma, è facile capirla: prima il marito se n'è andato in America, e ora 'sto matto stava pensando a Marte. 
Dal quale, è certo, non tornerebbe più.
Ma non scherziamo...
"Diciamo che abbiamo discusso un po'. Ma mi pare prematuro, visto che non è mica detto che io venga selezionato. E poi la prima missione, è prevista fra 10 anni".
Ma mi dice il tutto sorridendo...

Cosa pensino di questa cosa i poveri genitori di Giacinto non so: forse sperano soltanto che tutta questa storia sia una "bufala", come qualcuno afferma sicuro nel web. O che nel frattempo gli studi dichiarino "Mars One" una "mission impossible".
"Diciamo che si aggrappano anche alla possibilità che da qui ai prossimi 10 anni io rinunci. O che almeno trovino un modo per ritornare sul pianeta Terra".
Intanto ha creato una "fan page" su Facebook dove si può seguire tutti gli sviluppi della vicenda...

Per ora, tornando con i piedi ben saldi sul pianeta Terra, Giacinto abita ancora nel bel mezzo degli Stati Uniti grazie al suo bel contratto da ricercatore ricevuto dopo che il suo prof d'Università gli aveva segnalato il Centro di Ricerca di Wichita.
Eccolo seduto davanti all'ingresso di casa sua, un appartamento di tre camere e cucina che paga 425 dollari al mese, 300 €uro. Anche se, bisogna dirlo, il Kansas è uno degli Stati americani più economici...

Ma Giacinto è già con il piede sulla linea di partenza.
"Il mio contratto a Whicita scade il 6 giugno. Tre giorni dopo sarò a Montreal, in Canada, dove frequenterò lo Space Studies Program 2014, seminario organizzato dall'International Space University di Strasburgo e sponsorizzato da una trentina di agenzie ed aziende spaziali mondiali, fra cui la NASA, l'ESA (L'Agenzia Spaziale Europea), la JAXA (l'Agenzia Spaziale giapponese), la Csa-Asc (l'agenzia spaziale canadese)". 

Lì, Giacinto, il prossimo giugno, tornerà alla sua passione, anzi, alla sua "missione": l'astronautica.
Per partecipare ha chiesto una "borsa di studio" all'ESA, che gliel'ha concessa. 

"Seguirò un Programma di specializzazione in ambito spaziale: materie tecniche ma anche seminari su 'politica spaziale', 'medicina spaziale', 'effetti dello spazio'. 
Ci saranno interessantissimi faccia a faccia con astronauti...
Cavoli, non vedo l'ora!
Finito questo anno di esperienza nel Centro Ricerca di Wichita, mi riallaccerò finalmente al settore spaziale: quello che mi ha fatto sognare, quello che mi ha spinto a studiare".

Poi, terminato il seminario di Montreal, verrà finalmente il momento di una vacanza americana "vera". Perché non è che degli Usa abbiano potuto vedere molto, finora. Anche perché lo stesso Stato del Kansas non è mica tanto piccolino: ha una superficie di poco inferiore all'Italia. 
"Appena possiamo ci facciamo qualche giro: andiamo nei grandi parchi che ci sono qui. Il Kansas è pieno di parchi... In generale qui regna la natura: aria pulita, niente inquinamento, grandi pianure. Tutto è molto slow, tranquillo...".
"Abbiamo una semplice Ford Focus ('americana', con il cambio automatico, si intende...) e si viaggia da Dio. Bisogna dire che in Kansas c'è una bellissima qualità della vita. Certo, qui si sta davvero molto tranquilli. Forse un po' troppo, ecco... Diciamo che se uno cerca un posto tranquillo, è perfetto. Non costa molto ed è tranquillissimo".
La vita frenetica delle grandi metropoli americane, qui, è davvero lontana. 

Dunque, prima il seminario di Montreal, poi qualche settimana di vacanza americana e poi, ad agosto, di nuovo in Italia. 
Perché lui e Anna hanno un appuntamento importante a Napoli: le visite e il colloquio a Napoli per ricevere la Green Card.
E, a quel punto, con la Green Card in tasca sì che se la gireranno per bene, finalmente, l'America.

"Una volta ottenuta la Green Card cambierà tutto: intanto con Anna a settembre vogliamo vedere la Monument Valley, e il Grand Canyon, e San Diego, e San Francisco, farci un po' di Route 66. A quel punto mi muoverò per cercare qualcosa qui negli Usa".
Insomma, una volta ottenuta la Green Card, sarà l'America la loro nuova casa. 
"Sì, credo proprio che ci stabiliremo qui. Sceglieremo dopo, dove, in quale Stato americano, in quale città.
Non hai idea di quante volte, nel corso di quest'anno, mi è stato offerto un posto di lavoro e tutto si è bloccato alla domanda 'Ah, non hai la Green Card?' Torna quando ce l'hai, e avrai il posto'...".

Giacinto e Anna si rendono benissimo conto di quel che il destino sta dicendo loro...
"Certo, ma c'è un prezzo da pagare vivendo un'avventura come questa: il lato negativo è la lontananza, la preoccupazione delle persone care che sono lontane. Se ti fermi a pensare, capita spesso che ti trovi a chiederti 'e se succede qualcosa?'. Lo so che se lavorassi a Milano alla fine impiegherei almeno quattro ore per arrivare a casa. Ma stando qui hai davvero la sensazione di essere lontano.
Con gli amici la cosa si risolve con Facebook, con WhatsApp. Ma con i miei...".



Il nostro nuovo amico lo lasciamo così: con questi sogni in mezzo ad una delle tante strade americane dritte come un fuso, di quelle che tagliano gli Stati Uniti d'America senza quasi mai fare una curva. 

So cosa pensava il nostro amico quando si è fatto fotografare lì, nei pressi di Oklahoma City, con i piedi ben piantati sulla Route 77: "Senti cosa ho in mente: quando io e Anna riusciremo ad ottenere entrambi la Green Card, dopo cinque anni diventeremo cittadini americani. E a quel punto, aiuterò mio fratello, cuoco, a venire qui e ad aprire un bel ristorante. E poi chiederò il ricongiungimento familiare.
E i miei saranno tutti qui. 
E avremo una casa tutta per noi.
Con il giardino.
In qualche posto tranquillo degli Stati Uniti d'America...".

La storia di Giacinto e Anna l'ho scritta ascoltando ripetutamente, compulsivamente, decine e decine (e decine...) di volte la versione (clicca qui) di "Space Oddity" incisa dall'astronauta canadese Chris Hadfield mentre era a bordo della Stazione Spaziale Internazionale. 

"Malgrado sia lontano
più di centomila miglia,
mi sento molto tranquillo
e penso che la mia astronave sappia dove andare.
Dite a mia moglie che la amo tanto.
Lei, lo sa...".
("Space Oddity", David Bowie)



P.S.: Se volete curiosare un po' sulla "fan page" Facebook "Giacinto Mars One" (e mettergli un bel "mi piace"!), cliccate QUI
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