PERSONE CHE HANNO LETTO O CURIOSATO

venerdì 23 novembre 2012

Zia Mery



Quando ero bambino, a casa mia, "girava" una zia che si chiamava Mery.
Esatto, con la "e".
Era una amica di gioventù di mia mamma, cresciuta come lei poco più che adolescente, sotto i bombardamenti di Torino, durante la Seconda Guerra Mondiale.

"Girava": nel senso che normalmente zia Mery (che non era sorella né di mio padre né di mia madre, ma la chiamavamo così perché era da sempre una "di famiglia", ed era anche madrina di una delle mie sorelle) arrivava a casa nostra in autunno, se ne stava a casa con noi giorno e notte tutto l'inverno, per "scomparire" in primavera. Quando andava - così ci diceva - "a farsi un giro".

Immagino che a mia madre venne un colpo il primo anno (e forse anche il secondo) quando "dal giro" non la vide più tornare. Poi smise di preoccuparsi, perché sapeva che la sua partenza, in fondo, era l'annuncio dell'arrivo della primavera, periodo che lei passava fino alla fine dell'estate in un appartamento della riviera ligure.
Effettivamente un po' burbera lo era; ma d'altronde la vita c'aveva messo il suo. 


Era nata in America, zia Mery, ed era tornata in Italia quando aveva poco poco più di due anni. E fu qui che il suo nome originario - "Mary" - venne storpiato e trascritto dall'anagrafe di Cornuda, il paese dei suoi genitori in provincia di Treviso, con la "e", così come loro evidentemente lo avevano pronunciato.
La sua famiglia era emigrata agli inizi del '900 da lì, come milioni di veneti che se ne andarono perché da quelle parti, a quel tempo, si moriva davvero di fame.
Ormai anziana, non si ricordava granché della sua infanzia, né sapeva bene come mai e perché i suoi genitori erano capitati proprio lì, a Thurber, in Texas, dove lei, appunto, nacque nel 1912.  

Nel 1994, il mio secondo viaggio negli Usa, fra le varie tappe avrebbe compreso anche il Texas. Non potevo, dunque, non farle una sorpresa: dovevo assolutamente mandarle una cartolina e fotografare la città dov'era nata e della quale lei non aveva ovviamente ricordo. 
Volevo, dovevo, assolutamente passare da lì! E allora, in fase di elaborazione del piano di viaggio, cercai di capire con esattezza dove Thurber fosse, e se (e quanto) fosse lontana da Dallas, dove sarei passato.
La ricerca nel dettagliatissimo atlante stradale Road Atlas che mi ero portato dagli Usa al termine del mio primo viaggio di due anni prima, non aveva portato a nulla: di Thurber, nella cartina del Texas, non v'era traccia.

Decisi allora di chiedere aiuto all'ambasciata americana a Roma, e un impiegato, ascoltata la storia della mia "zia d'America", mi mandò con una lettera dalla responsabile della biblioteca, che si spaccò in quattro per cercare e capire dove di preciso fosse Thurber, in Texas.
Che, davvero, "non si trovava". 
Si appassionò alla storia di zia Mery, la bibliotecaria, un'anziana americana innamorata pazza di Roma e dell'Italia. Si appassionò così tanto da dedicare alla ricerca un'intero pomeriggio: l'ultima chance - non c'era ancora internet - la tirò fuori da un contenitore di cartone grigio, dal quale venne fuori un vecchio atlante scolastico d'inizio Novecento. 
Dove (ma solo lì) Thurber magicamente "comparve".
Thurber risultava essere lungo quella che oggi è l'Interstate 20, autostrada che nasce al confine con il Messico e che si spinge per 636 miglia (1023 km) ad est, dov'è il confine con la Louisiana, e poi ancora per altri 1453 chilometri...
Tutta soddisfatta lei mi fece un paio di fotocopie della vecchia carta geografica e io partii per il mio nuovo viaggio americano.

Della Thurber di allora, dell'inizio del secolo scorso, oggi vi posso far vedere solo vecchie, anzi, ormai quasi antiche, foto in bianco e nero un po' sgranate. 
Mostrano ciminiere fumanti di fabbriche al lavoro...



un albergo con il classico Saloon...


(Thanks smokestack.net)
gruppi di lavoratori immortalati "in posa": quasi tutti minatori, nella maggior parte italiani e polacchi...
(Thanks texasalmanac.com) 

Quando, fin da bambino, le chiesi qualcosa della sua vita e di quel suo nome americano, zia Mery mi confessò che sapeva solo che suo padre e sua madre andarono in America in cerca di fortuna, arrivando (non sapeva come) fino a lì, a Thurber, appunto, in Texas.
Erano i primi anni del secolo scorso e lei non era ancora nata. Suo padre, con molta probabilità, andò lì per lavorare nelle miniere di carbone della "Texas & Pacific Coal Company", il cui proprietario era un ricco uomo d'affari di New York, mr. H.K. Thurber, al quale venne con devozione dedicata la città.

Fondata nel 1888, a Thurber e dintorni arrivarono ad esserci ben 15 miniere, e questo ne favorì il suo sviluppo. Presto Thurber divenne così addirittura la più importante città del Texas di allora: aveva infatti svariate centinaia di case, un "general store", una decina di piccoli drugstore, e poi vari negozi, uffici, banche, scuole, chiese. 
Era una vera e propria città multietnica, Thurber: in quegli anni in città erano presenti 18 gruppi etnici differenti, il prete della locale chiesa cattolica officiava la messa in sei lingue e qui nacquero le prime organizzazioni sindacali del sud-est degli Stati Uniti con rappresentanti inglesi e italiani, che nel 1903 organizzarono il primo sciopero locale per l'aumento salariale. 
Thurber fu la prima città del Texas ad essere completamente elettrificata e con le case dotate di acqua corrente, e in quegli anni era addirittura la seconda città americana per la presenza di teatri: ce n'era anche uno da 650 posti, e tutte le grandi compagnie teatrali e d'opera dell'epoca che attraversavano da est a ovest gli Stati Uniti, non mancavano mai la tappa al Thurber Opera House, soprattutto perché i nostri operai emigranti, grandi amanti dell'opera (anche perché gli attori recitavano a memoria i libretti in italiano) ne garantivano il "tutto esaurito" per settimane. 





 
(Thanks Turleton State University)










 


Secondo quel che si ricordava la mia vecchia zia Mery, suo padre lasciò l'America verso la fine del 1913: a lei risultava che il padre disse di dover tornare in Italia per farsi curare i reumatismi con "i fanghi" ad Abano Terme. 
Beh, quando io raggiunsi Thurber, Texas, scoprii che con molta probabilità le cose non andarono affatto così.
(Thanks tomschlueter.blogspot.it)
Fotocopia di quel vecchio atlante alla mano, da Dallas arrivammo sulla splendida Interstate 20 che tagliava terra e cielo con tranquillità e sicurezza. 
E sulla Interstate 20 ecco, ad un certo punto, il cartello stradale che annunciava l'uscita per Thurber
E fu lì che mi resi conto perché Thurber non compariva nell'atlante stradale.

Semplicemente perché non esisteva più.

Thurber era diventata una "ghost town", una delle tante "città fantasma" degli Stati Uniti.  
Della cittadina che nei primi anni del '900 arrivò ad avere oltre 10mila abitanti, non c'era infatti praticamente traccia. 
O meglio: di lei rimaneva soltanto un ristorante con una vecchia ciminiera accanto.

Thurber, Texas - il paese dov'era nata mia zia Mery - era tutta nella foto qui sopra, che feci allora. 

La storia della città la lessi sui muri del ristorante, raccontata da vecchie fotografie, copie di giornali dell'epoca, lettere di discendenti di suoi abitanti. Alla cassa, la copia del giornale di Thurber che viene stampato una volta all'anno.


(Thanks blog.bestoftexas.com)



(Thanks texasbob.com)
E' dalle sue pagine che ho saputo, ho capito, perché molto probabilmente il padre di mia zia Mery lasciò Thurber per tornare in Italia. E perché del paese non rimaneva più nulla.

Le avvisaglie della terribile crisi che portò alla morte di Thurber si avvertirono alla fine del 1911, quando vennero registrati i primi segnali di esaurimento delle miniere, che fino ad allora avevano prodotto più di 14milioni di tonnellate di carbone, arricchendo a dismisura mr. Thurber e soci. Fu in quel momento che la città iniziò a svuotarsi, con la "Texas & Pacific Coal Company" che iniziò a vendere tutto.
(Thanks redbubble.com)
Tutto, ma proprio tutto: anche i singoli mattoni delle case che via via venivano demolite e che erano di proprietà della Company; mattoni che vennero scalpellati e tolti uno per uno dai muri e riutilizzati per la costruzione di molti edifici di Dallas o per pavimentare la vecchia stazione del bestiame di Forth Worth, che vedete qui sotto... 
o, ancora, per il pavimento di Market sq. a Huston, Texas.
(Thanks Angela Orlando)  


I "Thurber brick", i mattoni di Thurber, sono perfino in vendita ancor'oggi: pezzi della vita di mia zia Mery si possono comprare su internet a 15 dollari e 75, poco più di 12 €uro e 50. 
                                   
Non ci impiegò molto, Thurber, a svuotarsi, a morire: senza lavoro, i suoi abitanti la lasciarono in fretta per cercare fortuna altrove, in quell'America che era pur sempre "l'America".
Quasi tutti, tranne il padre di zia Mery che, forse soffocato dalla nostalgia, volle provare a tornare in Italia per vedere come andavano le cose "a casa". 
Partì da Thurber, verso la fine del 1913 e non ho idea come arrivò fino a New York, facendo quelle 1653 miglia, 2659 chilometri.
Non so con precisione nemmeno quanto impiegò poi per arrivare in nave dal porto di New York a quello di Genova, e poi da qui a Cornuda, in provincia di Treviso, che vuol dire altri 289 chilometri.
So però che non appena arrivò a casa, forse non fece nemmeno in tempo a salutare i parenti che si trovò arruolato e spedito al fronte, visto che l'Italia stava per entrare in guerra contro l'Austria.

Non so nemmeno quanto impiegò la sua lettera ad arrivare dalle trincee del Piave fino a Thurber, Texas, Stati Uniti d'America: lettera dove avvisava la moglie che sì, era arrivato e che stava bene, ma che nel frattempo era scoppiata la Prima Guerra Mondiale. 
Lettera in cui lui le scrisse "Torna a casa, torna qui, con i bambini...".

Come fece quella povera donna, a prendere zia Mery e gli altri due fratelli e farsi - da sola, con tre bambini, nel 1914 - quei 2659 chilometri fino a New York, e poi da New York a Genova e poi da Genova a Cornuda, ancora non sono in grado di raccontarvelo. Quasi (Atlantico escluso) 3000 chilometri di viaggio di terra, e all'inizio del secolo scorso.

Che vita, quella di mia zia Mary...
Una vita segnata dalle guerre: trasferitasi da Cornuda a Torino, quando conobbe mia madre alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, si fidanzò con un giovane e lo sposò proprio qualche giorno prima che lui partisse arruolato in Marina. 
Zia Mery non entrò mai nei particolari, ma so che fece in tempo a passare una sola notte con il suo giovane marito. E proprio in quell'unica notte - seppe dopo qualche settimana - restò incinta.
Non lo rivide più il suo marinaio, perché dopo qualche mese la sua nave venne affondata a colpi di cannone dagli inglesi.


Ogni tanto mi trovo a pensare a come sarebbe stata diversa la vita di mia zia Mery - quella che veniva a vivere a casa nostra d'inverno e poi scompariva nel nulla all'arrivo di ogni primavera - se suo padre si fosse spostato verso la California, verso San Francisco, come fece la maggior parte degli italiani di Thurber.


Zia Mery, quando nel 1994 andai in Texas, viveva in un pensionato di Torino, perché così aveva deciso già una decina di anni prima. In quel viaggio le spedii una cartolina da ogni città americana che toccavo. 
Furono più di 30 le cartoline che le arrivarono dagli States, quell'anno. E ogni volta era una festa, con le infermiere che dal corridoio le gridavano: "Signora Mery, c'è un'altra cartolina dall'America!", con gli altri pensionanti che le chiedevano "Da quale città arriva, questa volta?". 
Quando la andai a trovare, erano tutte lì, alle pareti della sua stanza, le mie - anzi, "le sue"! - cartoline americane.
E al centro c'era quella di Thurber, il paese dove lei nacque, che per lei finalmente non era più soltanto un nome strano scritto sulla carta d'identità.

Un paese lontano, lontanissimo, che ormai non c'è più.
Come lei.
Alla quale, con immensa tenerezza, dedico questa storia.

 






© dario celli. Tutti i diritti sono riservati.

martedì 20 novembre 2012

8034 chilometri di differenza... (Siete mai stati in una scuola elementare americana?)




Questo racconto americano ha un antefatto. 
Un antefatto distante 8034 chilometri.
Ma quanti sono davvero lontani 8034 chilometri?

Questi sono esattamente i chilometri che separano due cittadine che più diverse fra loro non si può: Caivano, 14 chilometri da Napoli, Italia; 
e Kenosha, Wisconsin, 106 chilometri da Chicago, Stati Uniti d'America.

A Caivano andai qualche mese prima dell'estate per raccontare la storia di una scuola italiana "di frontiera", guidata da una Preside alla quale dovrebbe essere data quanto meno una medaglia, visto che l'Italia non vuole darle i finanziamenti adeguati alla situazione. 
Una storia italiana certamente "estrema", ma dannatamente, desolatamente, vera.
Concedetevi due minuti e cliccate innanzitutto sulla freccia al centro dell'immagine...
                                
8034 chilometri si possono fare in fretta.
Basta prendere un aereo e scappare dall'annunciata furia dell'uragano Isaac, che ci avrebbe bloccato per almeno tre giorni in Florida. Dunque è stato "grazie" ad Isaac se siamo capitati a Kenosha, nord degli Usa, rive del lago Michigan, a casa dell'amica Renata. Ricevere l'invito suo, del marito e dei suoi due ragazzi, per noi è stato provvidenziale; in più, per me, una occasione - per ora! - unica. 

Mai, infatti, avevo vissuto in una casetta della provincia americana, ospite di chi lì abita; e dunque ho voluto viverla fino in fondo, quella normale e tranquilla vita della provincia americana; seppur per pochi giorni.
Quando siamo giunti lì, mi sentivo come un "càn da trìfula", un "cane da tartufi", come si dice in Piemonte: perché volevo annusare, vedere, vivere, "mangiare", "ingoiare", sentire nella gola e nella pancia tutto il possibile.
Il più possibile...

Mancava poco all'inizio dell'anno scolastico, ed è bastato manifestare la mia curiosità di vedere "da dentro" una scuola americana, che il mio desiderio venne esaudito in pochi istanti: il tempo, per Renata, di telefonare alla scuola dei suoi ragazzi. Credo che al Preside disse la cosa più semplice, la verità (in America generalmente funziona più la verità che inventarsi una balla...): e cioè che un amico italiano le aveva manifestato il desiderio di visitare la scuola dove andavano i suoi figli.
Posso dire senza esagerare che è stata una delle esperienze più sorprendenti che ho vissuto ultimamente: l'emozione, l'incredulità e la rabbia mi pervadevano ogni minuto che passavo in quei locali.
E i motivi li capirete da voi...

Dall'esterno la scuola si presentava così:
La prima cosa che notai, arrivando in auto lì davanti, è che non v'era un muro di cinta. 
La scuola era lì, in mezzo a prati verdi, al di là dei quali c'era una strada con abitazioni.

La scuola elementare "Nash" non era stata intitolata al cantante Graham Nash (peraltro ancora in vita - e che Dio lo protegga! - che nel 1970 aveva scritto la bellissima "Teach Your Children"), ma a Charles Warren Nash che nel 1917, dopo essere stato un dirigente della General Motors, si comprò a Kenosha un piccolo stabilimento automobilistico dove fino al 1957 produsse proprio vetture con il marchio "Nash".

Mi pare d'aver capito che gli eredi - terminata definitivamente l'avventura delle auto "Nash" e demolito quello che rimaneva dello stabilimento - decisero di donare il terreno alla città di Kenosha a patto che lì fosse costruita una scuola pubblica intitolata al loro bisnonno. Un luogo dove insegnare ai figli che "l'inferno dei loro padri se n'è andato", un luogo per "nutrirli dei tuoi sogni" (ok, questo è il testo di "Teach Your Children", di Crosby, Steel, Nash & Young, è vero, ma mi piace pensare che queste fossero anche le intenzioni del nostro Charles Warren...).

Ma divago, come sempre, soprattutto ascoltando questa musica... (E' il sottofondo che ho io, ora, mentre scrivo...)
Parcheggiata l'auto, notai che sul marciapiede della scuola vengono ricordati coloro che negli anni hanno fatto donazioni alla scuola: e quanto darei per conoscere la storia di Mick Granucci, o della famiglia Santoro, sapere come sono capitati lì e da dove è partito chi ha portato il loro cognome nel Nuovo Mondo.
Chissà quanto avrebbero da raccontarci...
Entrammo, e la prima cosa che mi venne da dire/pensare all'ingresso fu "che mi venga un colpo!"
Sul pavimento il marchio della Nash Motors... 


a fianco del quale si aprivano due corridoi come questo.

Venimmo accolti da un ragazzone alto almeno 1,80: mi parve una specie di via di mezzo fra un ex atleta della squadra olimpionica americana e un ex modello di Calvin Klein. Jeans, maglietta, scarpe da ginnastica, poco più di 30 anni, quel pezzo di figliolo era il preside.
Lo so, care amiche, meritava anche lui una foto, e non ho guardato se al dito avesse la fede...
Ho scoperto poi che di anni ("'tacci sua!") ne aveva, in realtà, 48: ma l'ho visto solo per pochi istanti, il tempo di una stretta di mano.
E poi io sono miope, si sa...

Conosceva molto bene l'americanamica Renata, perché in questa scuola (in tutte le scuole americane?) i genitori possono impegnarsi in attività di volontariato interno, se hanno tempo. E Renata - che per ora non può lavorare negli Usa perché il suo visto non lo consente - lo fa volentieri.
Un po' come fanno le mamme della scuola di Caivano, visto? 

Si congedò dicendoci "Peccato che la scuola è chiusa e non ci sono ancora i ragazzi", e ci lasciò andare tranquillamente in giro da soli. 

Quello che mi colpì subito, fu la presenza costante sulle pareti della scuola di messaggi "educativi", "formativi".
"Onestà", "Rispetto", "Cooperazione", "Responsabilità", "Risoluzione dei problemi", "Dritti all'obiettivo", "Essere Sani", "Fiducia"...

Un foglio plastificato affisso al muro ribadiva con cortesia e incoraggiamento le "Regole e le aspettative" della Scuola elementare Charles W. Nash:
1. Sii rispettoso nei confronti di te stesso e degli altri.
2. Sii pronto a lavorare duramente ogni giorno, e utilizza al meglio le opportunità di apprendimento.
3. Durante le lezioni non fare rumori mentre sei nei corridoi.
4. Mantieni un atteggiamento positivo e farai buone scelte.
Messaggi "positivi" ed incoraggianti dovunque: "Non saprai mai quanto potrai fare fin quando non tenterai", c'è scritto sotto ad uno dei due canestri della palestra.

Palestra che è questa qui (notare l'aria condizionata...):
Entriamo in una classe.
Anzi, NELLA classe, quella di Francesca.
Vuota, ancora in fase di "pulizia stagionale". Noto subito la presenza di un lavandino in classe.
Beh, forse è meglio vedere la classe con i ragazzi, no? Magari mentre fanno "lezione di informatica", ognuno con un MacBook a disposizione...
(Ohibò! Qui c'è qualcuna che mi pare di conoscere! :-))) )

Beh, adesso avrete capito perché all'inizio accennavo a "emozione, incredulità, rabbia...". E siamo appena all'inizio del nostro viaggio.

Perché c'è anche una vera e propria biblioteca, alla Scuola elementare pubblica "Nash" di Kenosha. E questo è il suo ingresso.
"I libri aprono le porte alla scoperta" leggono i bambini prima di entrarvi.
Ingresso dove ci sono anche "16fottutissimirotoli16" di carta colorata, che insegnanti e bambini utilizzano liberamente per l'attività scolastica quotidiana in classe.
Già lì davanti credevo di avere un mancamento. Dentro, poi... Dovevo sempre sforzarmi di ricordare che non eravamo in un'università (americana), ma in una scuola elementare. Pubblica, per di più. 
E' pur vero che, una volta entrato, me lo avrebbero comunque ricordato le dimensioni delle sedie e dei tavoli per la lettura, sistemati attorno a uno degli ultimi modelli della "Nash Motors".
Meno male che il Preside non c'era, altrimenti avrebbe pensato che avessi dei problemi, vista la mia espressione. Che variava dall'essere con la bocca spalancata, allo scuotimento costante della testa.

I libri erano, come in tutte le biblioteche, divisi per argomenti. Ma qui erano tutti "a portata di mano" di bambini.

Bambini che sono liberi di entrare, leggiucchiare qualcosa e scegliere e portarsi poi a casa il libro da leggere.
Alcuni di questi erano poi accompagnati dal "pupazzo" protagonista del libro: i bambini, insomma, a casa si portano poi sia il libro che il "protagonista", che diventa così un loro compagno di lettura. Metodo utilissimo - mi è stato spiegato - per capirne, per assimilare meglio, il testo (qui sotto bilingue, inglese e spagnolo!).
Dopo averlo letto, i bambini debbono svolgere un piccolo compito: un test che ne verifica la comprensione e invita eventualmente per la successiva lettura un libro di "livello" superiore.
Basta che il bambino entri nel sito della scuola, clicchi il link della biblioteca e digiti il codice scritto al fondo dell'etichetta incollata sulla quarta di copertina.
I bambini si troveranno così a rispondere ad alcune domande che ne verificano, appunto, il grado di comprensione, di modo che possano così passare ad un "Reading level", ad un "livello di lettura", superiore.

Verifica che l'alunno può svolgere a casa o in classe o anche lì direttamente, da una delle sette postazioni Mac presenti in biblioteca.
Ero incerto se uccidermi lì o in bagno.

Ho optato per la "restroom".
Curioso sempre nei bagni, quando viaggio. E' una sorta di verifica, per me. Sposo, infatti, incondizionatamente ciò che un giorno disse il regista russo Andrei Mikhalkov-Konchalovsky: "Dove i bagni pubblici sono sporchi, la democrazia non funziona molto bene...".









 

Questo sopra era quello dei ragazzi, e quest'altro quello riservato ai bambini disabili.









 

Confesso di non essere mai entrato in un bagno per bambini disabili di una nostra scuola elementare. Ma la domanda mi è sorta spontanea: in quanti, dei nostri servizi igienici scolastici riservati agli alunni con disabilità c'è un lettino o il sollevatore ancorché solo manuale?

Basta, era troppo.
Lo stupore iniziava a trasformarsi in rabbia.

Esco all'esterno della scuola.
Vedo vari campi da basket e di calcio (su curatissimi prati verdi) che al di fuori dell'orario scolastico possono essere utilizzati da chiunque.
Poi, ovviamente c'era anche un'area giochi riservata ai più piccoli.


Mi guardo intorno e non so cosa pensare.
Non so cosa pensare nemmeno quando la piccola-grande Francesca, che con il fratello Stefano mi ha fatto da guida, mi racconta che ogni mattina, quando i ragazzi entrano a scuola, vengono accolti - fuori - dal preside, che saluta loro uno ad uno...
Ho scritto questa storia pensando alla famiglia Santoro e a quella di Mick Granucci, che - riconoscenti - hanno contribuito a mantenere bella la "Nash Elementary School".

Ho scritto questa storia pensando a Renata e al suo compagno, che hanno regalato questa benedizione ai figli.

E l'ho scritto ascoltando compulsivamente come sottofondo "Teach Your Children" di CSN&Y"...

"Insegna bene ai tuoi figli,
l'inferno dei loro padri non c'è più,
e ora nutri loro dei tuoi sogni,
l'unica cosa da raccogliere,
l'unica cosa da imparare...
Guardali e sospira,
e sappi che loro, 
per questo, 
ti ameranno".


8034 chilometri più in là, a Caivano, provincia di Napoli, la medaglia alla prof. Carfora, naturalmente, non l'hanno mai data.

Una cosa comune, queste due scuole, però ce l'hanno. 
Anche qui, pur essendo questa una scuola pubblica americana, i genitori debbono pagare le tasse scolastiche. E' pur vero che non debbono sborsare nient'altro, né per i libri, né per i quaderni o altro materiale.
E allora è ovvio che le tasse siano un po' salate...

Mandare un figlio in quella scuola costa infatti 45 dollari.
45 dollari L'ANNO. 

No, non è un errore: 45 dollari. 
E cioè, esattamente (al momento in cui scrivo) 
35 €uro e 16 centesimi
All'anno.

Buona notte a tutti.


© dario celli. Tutti i diritti sono riservati

lunedì 19 novembre 2012

Cosa hanno scatenato le lacrime di Carla...


E' stato il racconto più letto della settimana (270 letture in quattro giorni, fino alle 23,50 di oggi, domenica 18).

Anzi, non so bene come mai, "Le lacrime di Carla" è sorprendentemente diventato il più letto del mese e addirittura l'ottavo in assoluto (su 120), da quando cioè questo blog esiste. 
Un record, tenuto conto che appunto sono passati solo quattro giorni da quando ho raccontato la storia di una ragazza normalissima, come tante altre, diretta per la prima volta negli Usa dove sarebbe stata per due anni a fare la "ragazza alla pari" in una famiglia americana, incrociata per caso all'aeroporto, questa estate.

I commenti sono stati una quindicina. Alcuni li ho anche ricevuti al mio cellulare: "Ho letto la nuova storia di Aria Fritta. Non ti nego che mi hai smosso qualcosa dentro, e infatti mi viene da piangere e non so perché...".
Oh, se solo per questo, ho risposto, ha emozionato e non poco anche me scriverlo. E anche dopo, ogni volta che lo rileggevo...

Già, quel racconto "qualcosa ha smosso dentro"
Ma cosa? 
E' che "io non sono coraggiosa, sono una fifona pigra!", ha aggiunto  la giovane amica del messaggio di prima. 

Ma chi è che non avrebbe "paura" in quei frangenti, quando cioè si tratta di partire non per una vacanza di uno, due o tre mesi, ma per uno, due o chissà quanti anni... 
"La paura me la leggevano tutti in faccia, e appena incominciammo ad imbarcarci feci un passo indietro, e mi chiedevo se non era meglio tornare a casa", ha scritto qui in un commento Maria, negli Usa ormai da vent'anni.

"Andrebbe analizzato con la lente d'ingrandimento l'espatrio volontario di Carla - ci dice Chiara - alla ricerca di una felicità che evidentemente qui non è neppure più pensabile".
Già...
Il fatto è che quella "felicità", Carla, proprio non se l'aspettava e forse non se l'era nemmeno cercata tanto. Né aveva l'aria di una che "fuggiva".  Aveva solo l'aria di una ragazza di vent'anni che partiva per fare un'esperienza.
Senza sapere che quella sarebbe probabilmente diventata un'occasione.

D'altronde, ripeto, io me la ricordo la sua espressione quando io le dissi "Sempre se avrai voglia di ritornare"...

Per me l'unico modo per "analizzare con la lente d'ingrandimento" questa "ricerca della felicità" - conscia o inconscia che sia - è raccogliere altre esperienze di questo tipo.
Senza tentare troppe analisi, che al massimo potremo (tentare di) fare insieme qui.
Perché so benissimo che non esiste il Paradiso terrestre...

Forse le motivazioni sono racchiuse nelle parole scritte nel commento di Maria e rivolto direttamente a Carla: "Come vedi sono ancora qua, ho fatto esperienze uniche, tante, che purtroppo non avrei mai potuto fare in Italia".

Ecco, forse tutto si spiega semplicemente in queste ultime otto parole.

Soltanto che noi non lo sappiamo.
O se lo sappiamo, facciamo finta di non saperlo.
Spesso per la paura di agire.
Appunto.


© dario celli. Tutti i diritti sono riservati

mercoledì 14 novembre 2012

Le lacrime di Carla

L'avevo notata.
L'avevo notata già da lontano, quando ancora non eravamo in fila per entrare al controllo passaporti.

Era giovane, giovanissima. Ed era affranta. 
Affranta, disperata. 
Lacrimava, singhiozzava in silenzio. Con una mano asciugava gli occhi e il naso, con l'altra si aggrappava a sua sorella, che la accompagnava.
Doveva essere sua sorella, perché si somigliavano.
Grazie a iojack.us
Sono passati tre mesi.
Tre mesi oggi, da quella coda, da quel passaporto in mano, da quel pianto.
Lei, Carla, davvero cercava di ingoiare quella tristezza, quella angoscia, quella paura dell'ignoto che aveva dentro.
Doveva essere la prima volta negli Stati Uniti, ho pensato. E per di più da sola.
E lo era, come raccontò dopo.

Ricordo la sorella più grande che cercava di controllarla, l'emozione: che in qualche modo voleva cercare di consolare Carla, la sorellina, che stava per partire per andare lontano.
Lontanissimo.
E come sembra ancor più lontana, l'America, quando si sa che il ritorno non è affatto dopo uno, due, tre mesi...

Fu come un passaggio di testimone: attaccai discorso (non che faccia fatica ad attaccar discorso con sconosciuti, io...) mentre eravamo in fila per entrare al controllo passaporti, quando ancora c'era la sorella vicina. Che ci sorrise, e con gli occhi chiese a me e a Giovanna di stare vicino alla sorellina che partiva. 
Per due anni.
In America.
(Termina T5 Fiumicino aeroporto: controllo biglietti. ©ilfaroonline.it)
Ricordo che la feci parlare, subito, mentre la nostra coda la allontanava dalla sorella che continuava a seguirla sempre più a fatica.
Ricordo benissimo quando Carla rivolse l'ultimo sguardo a lei, prima che fossimo troppo lontani.
Sì, era la prima volta che andava in America.
Anzi, era la prima volta che andava così lontano.

Il volo DL 169 era lì che ci aspettava.
Facemmo i controlli praticamente insieme, come tre amici. E' così complicato e sono così dettagliati i controlli, quando si va negli Stati Uniti. Aveva voglia di non concentrarsi troppo su quel che doveva fare. Aveva voglia solo di fare esattamente quello che facevano gli altri, quello che facevamo noi.

Mancava più di un'ora alla partenza e in quel tempo l'ho trapassata di domande.
Ci racconterà che andava in America grazie ad una organizzazione che si chiama "Au Pair in America" (se vi interessa cliccate sopra al nome), che da 25 anni si occupa specificamente di questo, mettendo in contatto famiglie americane che hanno bisogno, con ragazze che vogliano soggiornare "alla pari" negli States.
Requisiti: 18-26 anni, patente, amante dei bambini, diploma di scuola superiore, buon inglese ("Ma io l'ho solo studiato a scuola... Chissà come me la caverò..."), pratica di baby sitting in Italia, nessun precedente penale e nessun problema a stare un anno in una casa con una famiglia americana. 
(Documentandomi, poi, leggerò che la "famiglia americana" oltre a fornire vitto e alloggio gratuito, lascia 1,5 giorni liberi la settimana, due settimane di ferie retribuite l'anno, e versa settimanalmente alla ragazza 195,75 $, ad oggi 154 €uro). 

"Voi la conoscete, l'America? Com'è? Come si sta?", ci chiese...
Ricordo che io sorrisi, e che presi fiato come per parlarle per tutto il viaggio, per nove ore.
In realtà, subito le dissi solo "Credimi, vedrai: tornerai trasformata. Sempre se deciderai di tornare".
Ricordo benissimo lo sguardo perplesso di Carla, ancora umido di lacrime. Il suo sorriso un po' tirato. Ricordo quell'espressione che voleva dire "Sivvabbè, davvero? Devo crederci? Ma ti pare che non vorrò tornare a casa?".

Ora che ci penso la nostra chiacchierata non durò molto. Un'oretta, più o meno. 
Le parlai dell'irrazionale sensazione di libertà che si sente in America, del fatto che nessuno giudica cosa sei, come ti vesti, da dove vieni... Anzi, le dissi che tutti chiedono "Da dove vieni?", perché tutti, negli Stati Uniti, sono giunti da qualche parte...
Le parlai del gigantismo americano, degli spazi immensi, della voglia che ti viene di vedere altro dell'America, della voglia che ti viene di ripartire ("Per andare dove, amico? - Non lo so ma dobbiamo andare..."), ripartire per andare a cercare, a conoscere, tutte LE Americhe 
Le parlai della gentilezza degli americani, del senso civico che regna, del rispetto della cosa pubblica...
Poi salimmo in aereo.

Il viaggio lei lo fece vicino ad un filibustiere (che certamente le stava facendo la corte, pensai), e ci ritrovammo proprio quando dovevamo scendere, quando si sarebbe trovata di fronte al tanto temuto controllo dell'Immigrazione americana.

Saranno anche severi, gli americani alla loro frontiera, ma per fortuna la loro esperienza li porta a distinguere facilmente una masnada di rincoglioniti italiani.
Lei aveva sbagliato modulo: aveva un visto "R", dunque non doveva entrare come "turista";
io pure, avendo il mio visto "I".
Ricordo che in quel momento pensai che ai suoi occhi tutta la mia "credibilità" era crollata in un istante, davanti a quel funzionario dell'immigrazione che scosse la testa.

Poi, tutto a posto: moduli compilati, lei che tira fuori da una busta di plastica trasparente fogli su fogli, per poi sentirsi dire da lui "Welcome in the United States!", prima che, sorridendo, le timbrasse con forza il passaporto.
Attraversando gli asettici corridoi del Jfk airport, andammo dunque insieme ai nastri per ritirare le valige. Poi ci dirigemmo verso l'uscita, dove ci saremmo salutati.
Mi sforzai di pensare quale potesse essere il suo stato d'animo, in quel momento: lo stato d'animo di una ragazza poco più che ventenne per la prima volta da sola nel Nuovo Mondo, con davanti quell'avventura.
E tutta la vita, porca miseria...

Lì, all'aeroporto, doveva raggiungere altre ragazze come lei, provenienti da mezzo mondo, mi parve d'aver capito, arrivate lo stesso giorno per la stessa organizzazione. Si sarebbe fermata con loro per seguire un corso introduttivo lì, vicino a New York, e poi sarebbe partita alla volta della sua nuova "famiglia", a Philadelphia.

La lasciammo così: io come un padre ero un po' preoccupato, perché sapevo che da quel momento sarebbe stata da sola. 
E soltanto chi è stato all'aeroporto di New York, agli arrivi, sa qual è il livello di grandissimo casino, di allegra gigantesca confusione che c'è lì...

E come un padre preoccupato lasciai a Carla sia il mio numero di cellulare americano che quello italiano: "Per qualunque cosa telefonaci senza farti alcun problema. E vedrai che andrà tutto bene", le dicemmo io e Gio prima di salutarla, e prima che lei si facesse inghiottire dalla folla, diretta chissà dove...
Non ci telefonò mai, mentre eravamo in America, Carla.

Una quindicina di giorni dopo accettò la nostra richiesta di amicizia su Facebook e da lì, con discrezione, come un padre ansioso, ogni tanto davo un'occhiata alla sua pagina.

Sorrisi e capii che andava tutto bene quando vidi la foto di lei, scalza e sorridente, seduta di fronte alla casa della sua "famiglia" americana.

"Purtroppo non mi fanno usare le scarpe dentro casa e quando esco fuori non ho voglia di cercarle", leggo sotto la foto del 1° settembre.
Ho sorriso...
D'altronde è così bello camminare a piedi nudi sul parquet, no?
Insomma, Carla - la stessa Carla che nemmeno 15 giorni prima aveva la gola che le scoppiava di lacrime - aveva proprio l'aria di star bene. 

Ci vuole poco per innamorarsi dell'America, vero Carla?

Leggo dal suo diario su Facebook:
21 settembre: "Week end a New York", con la pagina piena di fotografie della Grande Mela...

2 ottobre: "Il più grande spettacolo è l'America! :-)"

15 ottobre, il giorno del suo compleanno: "Un compleanno lunghissimo e ricco di sorprese è terminato poche ore fa... Non lo  scorderò con facilità! Il ristorante e tutto il suo staff ha cantato per me la canzone e si è presentato con una buonissima torta al cioccolato ed altre candele da spegnere! Sono stati tutti incredibilmente fantastici... parenti, famiglia ospitante, nuovi amici e pure qualche sconosciuto :)"

1 novembre: "Non so dove trovo le energie per correre, giocare, cantare... Riflettendoci ho tanti stimoli: i bambini in primis, che ogni giorno mi danno tante soddisfazioni, la piccolina in particolare. E poi, va beh, il generale la mia vita quasi perfetta! Consiglierei gli States come cura mentale a tutte quelle persone che si sentono giù moralmente! :) E' bello sentirsi vivi!"

Poi racconta di una gita a Washington, a vedere "la casa di Obama". Tra l'altro ha anche la fortuna di vivere la rielezione di Barak Obama dall'interno di una famiglia che ha votato Partito Democratico.
E quel giorno scrive, non so bene rivolta a chi: 

7 novembre: "La mia famiglia è democratica... io voterò più avanti :-) come te del resto. Dato che il nostro posto è qui!".


Me lo ha fatto ricordare lei che sono passati tre mesi da quel giorno, da quando la incontrammo smarrita e in lacrime all'aeroporto di Fiumicino.
Me lo ha fatto ricordare con questo suo messaggio scritto due ore fa nella sua pagina di Fb:

"E sono già 3 mesi in USA... vissuti con la speranza di poterci stare per sempre!
Nel mentre, mi godo questa vita per due anni! 

La mia famiglia ospitante mi ama quanto io amo la mia nuova vita e tutti coloro che mi circondano ".


E allora, ancora, ho sorriso.
E con quel sorriso mi sono addormentato...




P.S.: Poi succede che lei oggi legga queste righe e che mi scriva: 
"... Evidentemente i miei occhi 'parlavano' tanto quel giorno. Quel giorno che inizialmente ho maledetto e che adesso benedico. 
Mi sono innamorata dell'America dopo un giorno. E' bastato pochissimo! Sono arrivata a New York e le lacrime sono magicamente sparite. 
Pensai: 'Non illuderti, Carla, se adesso stai bene, è normale, stai con altre ragazze e ti stai divertendo, ma una volta che arriverai a Philadelphia avrai da lavorare, da studiare e non sarà così divertente!'.
E invece ogni giorno è un giorno nuovo, nuovo di zecca!
Si respira aria buona, qui...
Credo ci sia qualcosa di magico... 
Ci si sente liberi...
Attualmente mi sento libera, viva, felice, fresca, fortunata.
Dario&Gio, avevate perfettamente ragione...
L'America, altro che Lourdes! ;)
Un abbraccio grande quanto l'America! :)".

 
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