PERSONE CHE HANNO LETTO O CURIOSATO

mercoledì 3 maggio 2017

Le guerre di Donald

Ci sono New York, San Francisco, Los Angeles e Miami.
Ma anche San Diego, Washington, Chicago, Denver e Dallas.
E poi ancora Portland, Austin, Detroit, Phoenix, Seattle e Salt Lake City.
Ma l'elenco sarebbe lunghissimo, visto che le "Sanctuary City" americane sono oltre 300.

Si tratta di quelle città o contee che - dopo i decreti (tentati) del Presidente Trump che imponevano l'identificazione, l'arresto e la successiva espulsione degli immigrati illegali che lavorano negli Stati Uniti - hanno risposto "picche", rifiutandosi di consegnare al Servizio Immigrazione centrale del Governo Federale di Washington eventuali liste di loro residenti privi di documenti regolari.

Qui solo le principali:

96 di queste contee sono in California, 28 nello Stato di New York, 26 in Florida, 23 in Pennsylvania, 20 in New Jersey, 13 in New Mexico e così via fino ad oltre 300.
Un fronte che cresce giorno dopo giorno.


Ancor di più sono i "Sanctuary campus", le università americane che accettano e proteggono i loro studenti stranieri privi di documenti. 
Dove, per iscriversi, basta compilare un modulo on line. 
E bon.







Si tratta, in questo caso, di un numero incredibile di persone: basti pensare che solo nel campus dell'East Los Angeles College - secondo quanto dichiarato dal Preside Marvin Martinez - quasi tremila dei cinquemila studenti iscritti sono privi di documenti.  

Tenetevi forte, amici di Aria Fritta!
Si stima che gli studenti "illegali" che frequentano regolarmente college e università Usa, affrontando quotidianamente lezioni ed esami, oggi siano fra i 200mila e i 225mila 
Studenti che in Italia qualcuno si ostinerebbe certamente a chiamare ancora "clandestini", mentre in America vengono definiti, pensate un po'..., "dreamers".


"Sognatori" che studiano in università come la Columbia University di New York; o la Portland State University, di Portland, Oregon; o la California State University (23 Campus...), o la Loyola University di Chicago, e così via.
Fino a 201.
Tante sono, infatti, le Università americane che accettano studenti senza documenti. 
Ma con la voglia di studiare...


Denise Simmons, sindaco di Cambridge, Massachusettes, non mostra alcuna incertezza: 
"A novembre abbiamo ribadito che rimarremo 'città santuario', offrendo protezione a chi ha scelto Cambridge per risiedere fino ad arrivare ad essere cittadino".
E oggi non ha cambiato idea.

Come non l'ha cambiata Ed Murray, sindaco di Seattle:
“Il quarto emendamento è chiaro a questo proposito: tutti gli arresti devono essere giustificati, e la nostra Polizia locale  non può essere costretta a far rispettare le leggi federali in materia di immigrazione".

Ritorna indietro con gli anni, il sindaco di Seattle: "Non abbiamo insomma alcuna intenzione di permettere ciò che accadde durante la Seconda Guerra Mondiale, quando il  Governo Federale impose di scovare e rinchiudere cittadini della nostra città solo perché nati in Italia o in Germania", nazioni che erano in guerra con gli Usa.
"Il Quarto Emendamento è chiaro, in proposito". 


Una "guerra" legale a colpi di carta bollata che finora ha visto sconfitto per ben due volte il Presidente Donald Trump: entrambi i suoi due decreti "anti immigrati", infatti, sono stati impugnati e bocciati da vari Giudici Federali americani perché ritenuti "discriminatori", poiché riguardano esclusivamente persone di religione musulmana, visto che le nazioni interessate erano Iran, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen.

Trump che, in realtà, è stato sconfitto non due ma, anzi, tre volte: perché anche il successivo tentativo dell'attuale Presidente americano di "vendicarsi" economicamente con quelle città - tagliando i fondi che il Governo di Washington è tenuto a versar loro (quattro miliardi di dollari per il solo 2017 utilizzati soprattutto per istruzione, trasporti, giustizia e sicurezza) - è stato poi "stoppato".

Questa volta da William H. Orrick, giudice federale di San Francisco, che ha accolto il ricorso presentato dai sindaci di San Francisco e di Santa Clara: “I fondi federali - ha scritto nella sua sentenza - non hanno nessuna relazione significativa con l’applicazione di politiche migratorie: non possono essere messi a rischio solo perché una giurisdizione sceglie di mettere in atto una strategia sulla politica migratoria che il presidente non approva”.

"Si trattava di un ordine esecutivo che avrebbe potuto mettere in pericolo la sicurezza pubblica, rendendo i nostri quartieri meno sicuri", ha aggiunto il sindaco di New York, Bill De Blasio, figlio di emigrati della provincia di Benevento.
"E questo perché potrebbe minare il rapporto di fiducia tra il nostro dipartimento di polizia e le nostre comunità, fattore che è stato il fondamento della nostra capacità di ridurre il crimine", ha continuato De Blasio, che rischiava di vedersi tagliare qualcosa come 250 milioni di dollari l'anno.
E che ha poi concluso affermando: "Non deporteremo coloro che rispettano la legge. Non separeremo le famiglie”.


I decreti del Presidente Trump hanno poi contemporaneamente provocato da una parte un maggior attivismo delle polizie locali - i cui dipendenti sono stati autorizzati ad avvisare, anche in forma anonima, i funzionari dell'Immigrazione - dall'altra la mobilitazione di normali cittadini, che in queste settimane stanno mettendo in atto azioni di disobbedienza civile non-violenta.

Come ospitare nella propria abitazione (o nella propria cantina o nella soffitta) immigrati irregolari, dando loro così un rifugio sicuro. 

Consci della difficoltà del momento, le amministrazioni locali hanno anche deciso di modificare i propri bilanci comunali:
come quella di Chicago, che ha accolto la proposta del sindaco Rahm Emanuel di stanziare un milione di dollari in più sotto la voce "assistenza degli immigrati".

Il duro confronto e la contrapposizione fra Governo centrale e amministrazioni locali stupisce non poco noi italiani.

Ma gli americani sono "geneticamente" insofferenti ai controlli  dello Stato centrale, ai controlli di Washington. Un sentimento nato ai tempi della guerra di indipendenza dei coloni, che hanno preso a schioppettate i soldati dell'Impero Britannico, la madrepatria che pretendeva pesanti balzelli dal loro lavoro nel Nuovo Mondo.

Negli Stati Uniti, l'autonomia delle amministrazioni locali dal Governo centrale è considerata uno dei dati fondanti della nazione, una realtà sacrosanta, intoccabile e non discutibile.


Insomma, tempi duri, questi, per Donald e le sue guerre.

Trump che vede allontanarsi anche la sua proposta più populista e propagandistica: il muro lungo il confine fra gli Stati Uniti e il Messico
Che oggi le voci più ottimistiche indicano che costerebbe qualcosa come 66 miliardi di dollari
Un costo enorme per i contribuenti. 

Proprio in questi giorni Kellyanne Conway, consulente del Presidente Trump, ha ammesso che "non ci sono le condizioni politiche per far rientrare la proposta nella legge di bilancio al voto questa settimana".
Se ne parlerà - eventualmente, ha detto - più avanti.

Eventualmente, appunto.



© dario celli. Tutti i diritti sono riservati

domenica 29 gennaio 2017


"Tenetevi i vostri antichi Paesi 
 con la vostra storia fastosa.



 Datemi le vostre masse stanche,
 povere,
 oppresse,
 desiderose di respirare libere,
 miserabili rifiuti dei vostri lidi affollati.


 Mandateli a me
 i diseredati,
 gli infelici, 
 i disperati:
 io
 alzo la mia lampada
 accanto alla porta dorata”.

(Emma Lazarus, 1883, iscrizione alla base della Statua della Libertà)





mercoledì 25 gennaio 2017

La sorpresa di Steve (Wonder...)

Anaheim, Los Angeles. tre giorni fa.

Il cantante e chitarrista Grayson Erhard intratteneva in un albergo di Anaheim, Los Angeles, i clienti dell'hotel suonando.
Ad un certo punto fa "Superstition",  un classico di Steve Wonder. Solo che si dimentica le parole della seconda e terza strofa e, un po' indispettito, si interrompe e la chiude lì.


Grayson non sapeva che proprio nello stesso albergo - dove si stava svolgendo una convention dell'industria musicale americana -
c'era Steve Wonder...
Non solo: Wonder passava vicino alla sala proprio in quel momento e decide di salire sul palco e di duettare con il giovane chitarrista.

Al quale non rimane che dire "Oh my God, Steve, I'm sorry...".(Con Wonder che poi deve pure suggerirgli le parole!)

lunedì 9 gennaio 2017

I più degenerati segmenti della società americana di oggi...




Vi voglio bene... Perdonatemi, ma ho perso la voce urlando e lamentandomi questa settimana...
Ho perso la testa un po' prima, quest'anno, per cui dovrò leggere...


Grazie, grazie, Associazione stampa estera di Hollywood. 
Giusto per sottolineare quello che Hugh Laurie ha detto poco fa: tu e tutti noi in questa sala, in realtà apparteniamo ai più degenerati segmenti della società americana d'oggi.
Pensateci bene: Hollywood, stranieri e stampa...

Infatti, chi siamo noi, e cos'è il mondo di Hollywood? Noi siamo solo un mucchio di persone che arrivano da altri luoghi...
Io sono nata, cresciuta ed educata nella scuole pubbliche del New Jersey. 
Viola è nata da un mezzadro che viveva in una casa di legno nella Carolina del Sud, e che poi è venuta ad abitare a Central Falls, Rhode Island.
Sarah Paulson è nata in Florida, ed è stata cresciuta da una madre single a Brooklyn.
Sarah Jessica Parker era una dei sette (o otto...) figli della sua famiglia, in Ohio. 
Amy Adams è nata a Vicenza, Veneto, Italia. 
E Natalie Portman è nata a Gerusalemme. 

Dove sono i loro certificati di nascita? 

E la bellissima Ruth Negga è nata ad Addis Abeba, in Etiopia, è cresciuta a Lon... (no, in Irlanda, credo!) e oggi è qui per giocarsi la nomination come ragazza di una piccola città della Virginia.
Ryan Gosling, come tutte le persone più fighe che ci sono in America è canadese, e Dev Patel è nato in Kenya, è cresciuto a Londra, ed è qui a giocarsi il premio dopo aver interpretato il ruolo di un indiano di Tasmania. 

Insomma: Hollywood brulica di "estranei", di stranieri. E se ci mandi via tutti, non avrai nulla da guardare se non il calcio e arti marziali miste.
Che poi "arti" non sono di certo...

Mi hanno dato tre secondi per dirlo: l'unico compito dell'attore è quello di immedesimarsi nella vita di persone che sono diverse da noi, per far capire come ci si sente. 

E quest'anno ci sono stati molti, molti, molti spettacoli fortissimi, che hanno fatto esattamente questo: lavoro e con/passione da far mancare il fiato.

Ma quest'anno c'è stata una "performance" che mi ha stordita, dilaniandomi il cuore. 
Non perché sia stata bella: no. Non c'era niente di buono in quella scena, ma è stata efficace ed è riuscita nel suo intento: ha fatto ridere il pubblico com'era nelle intenzioni, mostrando un sorriso che in realtà era un ghigno sinistro.

E' stato quando la persona che chiedeva di sedersi sulla sedia più ambita del nostro Paese ha imitato, prendendolo in giro, un giornalista disabile, approfittando del proprio privilegio e del proprio potere. 
Mi ha spezzato il cuore quando ho visto quella scena, e ancora oggi non riesco a togliermela dalla testa, perché quella non avveniva in un film: quella era "vita vera".

E quando l'istinto di umiliare l'altro è impersonato da qualcuno che ha visibilità pubblica, da qualcuno di potente, ciò entra nella vita di tutti quanti, perché autorizza altri a comportarsi nello stesso modo.

La mancanza di rispetto non fa altro che favorire altra mancanza di rispetto, la violenza incita altra violenza: e quando i potenti usano la loro posizione per maltrattare gli altri, perdiamo tutti quanti.

E questo mi porta a parlare ora della stampa: abbiamo bisogno della stampa per tenere a bada il potere. E per questo i nostri Padri Fondatori hanno voluto che la sua libertà   fosse riconosciuta dalla Costituzione.


Quindi chiedo solo all'associazione della stampa estera di Hollywood e tutti noi della nostra comunità di unirsi a me nel sostenere e proteggere i giornalisti, perché andando avanti, e per salvaguardare la verità, noi avremo bisogno di loro, e loro avranno bisogno di noi.

Un'ultima cosa...
Una volta, quando stetti in piedi sul set per un'intera giornata e mi lagnai quando seppi che avremmo dovuto lavorare per altre lunghe ore saltando la cena, Tommy Lee Jones miu disse: "Ma Meryl, non è forse un privilegio anche solo essere attori?". Oh sì, lo è, e dobbiamo sempre ricordare questo privilegio e vivere questa operazione di empatia con responsabilità. Dovremmo essere tutti orgogliosi del lavoro che noi di Hollywood onoriamo qui stasera.

Come mi disse una volta la principessa Leila, la mia cara amica che da poco ci ha lasciato: "Prendi il tuo cuore spezzato, e trasformalo in arte".

Grazie a tutti!





(P.S.: Personalmente - eventualmente - mi appello al Primo Emendamento).

martedì 3 gennaio 2017

The Piccirilli brothers

Quanto mi piace, cari amici di Aria Fritta, iniziare le storie da lontano. 
Il più possibile "dall'inizio".

Ormai siete miei amici, e dunque posso farvi questa confidenza: ci stavo pensando un momento fa, mentre nella mia testa iniziavano a formarsi le prime parole di questa nostra nuova avventura; un motivo ci deve essere, se mi piace partire dal passato più remoto e se mi piace scavare in quel passato. 

Che più passato non si può.
Sì, un motivo ci sarà... 

Rifletto sempre - a volte vari giorni, tanto, almeno qui, nessuno mi mette fretta - anche sull'inizio delle storie, e sugli inizi così differenti fra loro.
Anche questa storia, per esempio, ha un inizio moooolto romantico. 
Un inizio che, ancora una volta, ha dentro di sé molta Storia, quella con la "S" maiuscola...

Mi accorgo, poi, che spesso le mie storie raccontano di un'epoca in cui si iniziava "a vivere" presto, quando il (o la) protagonista era giovane o giovanissimo...
D'altronde che dite: a diciassette anni si è ben giovani, no?

E allora iniziamo.

Vi presento il nostro Giuseppe. Che di cognome fa Piccirilli.

Era nato a Roma, ma secondo me, dal cognome, la sua famiglia proveniva da più in giù.
Dalla Sicilia, forse...
Ma, anche qui, nessuna notizia certa di quel passato davvero molto remoto.

Quel che so è che il nostro amico Giuseppe Piccirilli doveva essere il classico giovane che non si accontentava di quello che aveva. E che non sopportava lo "status quo" del 1860.
Insomma, era uno bell'agitato. E quanto son sempre piaciute a me le "teste calde", miei cari...

E lo era così tanto che (pensate!) a 17 anni il nostro Giuseppe andò a Firenze per arruolarsi
Perché a lui, davvero, non andava proprio giù quella battuta di Klemens Wenzel Nepomuk Lothar von Metternich-Winneburg-Beilstein, conte prima e poi principe e poi Cancelliere dell'impero austro-ungarico: quella secondo cui l'Italia era soltanto una semplice "espressione geografica" e niente più. 

Altro che Nazione: per lui l'Italia era solo uno stivale di terra diviso fra i Savoia, gli Austro-ungarici, il Papa, e i Borbone...

Fu la prospettiva di trasformare quell'"espressione geografica" in "Nazione" ad affascinare non poco il nostro Giuseppe, come tanti altri ragazzi dell'epoca. Una prospettiva a lui così forte da spingerlo verso Firenze per arruolarsi con i Garibaldini
Il problema era che il nostro amico non doveva proprio avere l'aspetto da "uomo fatto": insomma, i suoi 17 anni li dimostrava tutti. 
Anzi, forse, sembrava fin più piccolo... Tanto che quando se lo trovarono davanti, gli ufficiali di Giuseppe Garibaldi addetti al reclutamento dei volontari gli dissero, forse con un buffetto sulla guancia, di tornare a casa.
Magari a giocare.

Ma era testardo, lui: una testa dura come le pietre che aveva imparato a scolpire e a plasmare, fin da bambino.
Respinto a Firenze, insistette, seguendo le truppe fino a Massa, dove i garibaldini avevano un altro centro di reclutamento.
Ed è lì che ce la fece.

Inziò l'addestramento, ma più del moschetto poté l'amore

A Massa girava, infatti, una giovinetta bellissima, che più bella non si può: Barbara, si chiamava. 
Barbara Giorgi, figlia di un albergatore. 
Alla quale il nostro Giuseppe promise che finita la guerra sarebbe tornato.
Per sposarla.
Perché loro dovevano mettere su famiglia e fare figli.
Più figli possibili.

Fu un uomo di parola, Giuseppe: il 9 aprile 1862 sposò la giovane Barbara, che negli anni successivi gli diede un figlio dietro l'altro: Attilio, Ferruccio, Orazio, Furio, Masaniello (esatto, "Masaniello", come il capo della rivolta napoletana del 1747: ve l'avevo detto che Giuseppe era una "testa calda", no?), Getullio e, unica femminuccia in quell'androceo, in quella famiglia di maschi, Jole.
Giusto forse per dar soddisfazione al capofamiglia, che - dopo tutti quei maschi - almeno una femmina la voleva.

Con la breve avventura garibaldina alle spalle, il nostro Giuseppe aprì a Carrara uno studio di scultura, nel quale lavoravano i figli Getullio, Orazio e Ferruccio (ai quali lui aveva insegnato il mestiere), mentre Masaniello, Attilio e Furio vennero spediti a studiare: prima alla Regia Accademia di Carrara e poi a quella di Roma. 

Ma può un ex garibaldino riposarsi? Soprattutto con gli affari che non giravano tanto, a Carrara...

Non ho idea come si materializzò l'idea dell'America: forse furono i problemi finanziari, forse la ricerca di un avvenire migliore.
So che nel 1888 Giuseppe spedì a Londra i figli Ferruccio, Attilio e Furio; mentre lui, la moglie Barbara e gli altri quattro figli più piccoli (Orazio, Masaniello, Getullio e Iole) lasciarono Carrara imbarcandosi sulla motonave Roman alla volta degli Stati Uniti d'America.
Dove poi la famiglia si riunì tutta, con l'arrivo a New York anche di Ferruccio, Attilio e Furio.

E in America, i Piccirilli, fecero la sola cosa che sapevano fare (e bene): scolpivano, realizzando opere che artisti avevano abbozzato in un, a volte assai vago, disegno.


L'arrivo nel Nuovo Mondo di Giuseppe Piccirilli - ma soprattutto, poi, dei suoi figli, passati alla storia come "The Piccirilli brothers", "i fratelli Piccirilli" - fu una vera rivoluzione per l'architettura monumentale americana.
Getullio, Furio, Attilio, Ferruccio, Masaniello e Orazio Piccirilli
Perché era incredibile come i Piccirilli brothers - qui sopra in una foto dell'epoca - riuscivano, nel loro studio della East 142a strada, nel Bronx, a trasformare pietre e marmi in opere d'arte che avrebbero poi resistito nei secoli. 
E che sarebbero poi state fotografate da milioni e milioni di turisti ignari (come noi...).

Un grande studio che fungeva anche da abitazione e che poteva contare su una sala scultura alta due piani, un possente montacarichi e un grande portone dal quale potevano entrare agevolmente i grandi blocchi di marmo provenienti dal porto di New York e destinati ad essere trasformati in opere d'arte dei fratelli Piccirilli.
O dove venivano fuse tonnellate di bronzo che diventavano statue monumentali.
       Eccolo qui Attilio Piccirilli, mentre, nel suo studio, crea il primo bozzetto di un'opera con una modella che posa dal vivo.

Negli Stati Uniti sono decine (e decine...) le opere dei fratelli Piccirilli.
Per esempio, chissà quanti di voi avranno ammirato a Washington il gigantesco monumento ad uno dei Padri Fondatori degli Usa, Abramo Lincoln sulla spianata del National Mall, di fronte al grande obelisco...
Beh, questo monumento che avrete certamente fotografato anche voi se siete passati per Washington, è proprio di una delle opere dei Fratelli Piccirilli realizzata su disegno dello scultore americano D.F. French. 

Fratelli, che qui sotto vediamo mentre montavano pezzo per pezzo la statua, dopo che le varie sezioni erano state scolpite a mano nel loro laboratorio.

E chissà in quanti, questa volta a New York, abbiamo fotografato ad uno degli ingressi di Central Park, il Maine Monument, l'opera che commemora i 260 marinai americani morti a bordo della nave corazzata "Uss Maine" esplosa il 15 febbraio 1898 a Cuba, nel porto dell'Avana.
Ebbene, indovinate un po'?
Anche questo è uno dei tanti lavori realizzato da Attilio Piccirilli e dai suoi fratelli.
Attilio Piccirilli
Sono anche pronto a scommettere che molti di voi - a passeggio sulla Fifth Avenue, a New York, - hanno fotografato proprio di fronte alla Cattedrale di San Patrizio il Rockefeller Center, ed in particolare il bassorilievo in Pyrex realizzato con un puzzle di 45 lastre di vetro: un'altra opera dei Piccirilli brothers.
Che lavorarono per realizzare anche uno dei primi memoriali, a New York, in onore dei Vigili del Fuoco e del loro duro lavoro: il Firemen's Memorial Monument a Riverside Drive, nell'estrema parte nord di Manhattan.
    
     

Cari amici, potrei andare avanti per pagine a citare e pubblicare foto delle grandi opere dei Piccirilli brothers, che lasciarono la loro impronta anche alla Columbia University, con quel colonnato in stile dorico uscito dai loro scalpelli,
Columbia University: Low Memorial Library
o davanti alla facciata della New York Library, la biblioteca pubblica di New York sulla Quinta. 
I cui maestosi leoni sono nati dai loro scalpelli e dalle loro mani.

Decine di scultori americani portarono nel loro studio sulla East 142 st. i loro calchi e i modellini in gesso perché loro, i fratelli Piccirilli, li "rendessero vivi" nel marmo.

Furono anni di grandi riconoscimenti, per i "Piccirilli brothers": nel 1921, sull'autorevole rivista "American Magazine of Art" si sarebbe letto che "i sei fratelli hanno regalato all'America, portandola dalla loro terra natia, arte, scienza e capacità di liberare l'angelo dalla pietra".

Proprio come i bassorilievi dell'arco di Washington Sq. che segna l'inizio della Fifth Av., in pieno Greenwich Village a Manhattan...

La fama di Attilio Piccirilli e dei suoi fratelli arrivò fino in Canada, dove scolpirono la facciata del Campidoglio di Winnipeg, mentre in una cinquantina di città degli Stati Uniti i Piccirilli brothers seminarono più di 500 (cinquecento!) sculture e monumenti.

Alcuni meno celebri, come la fontana di Dupont Circle a Washington,
altri famosissimi, come il monumento al "Milite Ignoto" del Cimitero Monumentale di Arlington, sempre nella Capitale degli Stati Uniti.
Oppure come il frontone della Borsa di New York, a Wall Street, che un ancora giovanissimo Getulio Piccirilli realizzò mettendo in pratica le dettagliatissime indicazioni di coloro poi se ne attribuirono la totale paternità: l'architetto George B. Post che realizzò il bozzetto insieme all'artista John Quincy Adams Ward.














Figli di un soldato garibaldino e di una ragazza nata in una famiglia radical-anarchica di Carrara, un po' tutti i fratelli Piccirilli erano "teste calde": Ferruccio combatté prima in Grecia, accanto ad Amilcare Cipriano e Ricciotti Garibaldi (figlio Di Anita e Giuseppe), e poi a Cuba nella guerra di indipendenza dalla Spagna.

Attilio, fu uno dei più attivi organizzatori della campagna elettorale del sindaco di New York Fiorello La Guardia, suo amico fraterno, e si legò al movimento radicale americano.
E fondò nel 1923, insieme ad altri intellettuali progressisti italo-americani, la "Leonardo Da Vinci Art School", nel Greenwich Village, scuola che aveva lo scopo di "diffondere tra i figli dei lavoratori la scintilla dell'arte", e che organizzava anche corsi serali per la formazione artistica degli immigrati. 

Negli anni di inizio secolo, il loro studio divenne poi un importante centro di incontro per gli artisti e per i progressisti americani: nei registri dei visitatori si potevano vedere le firme del 26° Presidente degli Stati Uniti, nonché premio Nobel per la Pace, Theodore Roosevelt.

Erano italiani, parlavano italiano, ma si sentivano profondamente americani, ormai. D'altronde non dimentichiamo che arrivarono negli Usa nel 1888. 

Chi sentiva ancora un profondo legame con l'Italia fu la madre, che verso la fine degli anni '30 decise di ritornare a Massa Carrara, forse perché sentiva che per lei si avvicinava la fine.

Fu in quella occasione che Attilio, tornato in Italia nel 1938 proprio per la morte della madre Barbara Giorgi, si rese conto di sentirsi ormai totalmente americano: "Una volta tornato nella mia città natale ho scoperto che in Italia mi sentivo uno straniero. Parlavo italiano, ma non riuscivo 'a pensare' in italiano. 
Ho capito che ero un vero americano quando ho portato il corpo di mia madre in America: l'abbiamo sepolta qui e ho creato una statua per lei dedicata alla maternità. Quando si seppelliscono le persone care nel suolo di un Paese, ti rendi conto che apparterrai a quella terra per sempre".

Nonostante questo smisurato amore per gli Stati Uniti, quando in Italia Mussolini prese il potere, anche loro come quasi tutti gli italiani d'America, iniziarono ad avere vita non facile, rimanendo spesso vittime di pregiudizi e discriminazioni.
I bozzetti dei famosi Piccirilli brothers - fino ad allora sempre apprezzati e presentati per realizzare decine di altri monumenti - iniziarono ad essere respinti.
Non erano più graditi.

Così come la Commissione per il Lincoln Memorial respinse la proposta di mettere il nome "Piccirilli" alla base del celebre monumento scolpito da loro: si trattava di un cognome "troppo italiano".

Il loro bassorilievo in vetro del Rockefeller Center - tipico esempio di "classicismo neo-romano" venne rimosso perché considerato di stile "troppo fascista", e per una decina di anni rimase a prendere polvere in un magazzino del grattacielo.

E così mentre in Europa i soldati americani combattevano i nazisti e i loro alleati italiani, a New York iniziava il declino dei Piccirilli brothers. 
Nel 1945, dopo che tre dei fratelli morirono (uno proprio fra le fila dell'esercito americano in guerra) il loro studio del Bronx chiuse i battenti.
Con la palazzina che però rimase in piedi fino al 1970. 

E quando quell'anno venne demolita, con essa vennero distrutti (o, pare, "sparirono nel nulla...") molti loro bozzetti in gesso che lì erano ancora custoditi o incastonati nella facciata.
Al suo posto, oggi, c'è una Sala del Regno dei Testimoni di Geova. 

Meno male, almeno, che opere dei Fratelli Piccirilli oggi sono esposte al Moma, il Metropolitan Museum of Art di New York e in numerosi musei americani di altre città, così come in collezioni private.

La cosa che mi ha lasciato sbalordito, è però il silenzio che ha avvolto la vita dei discendenti dei sei fratelli Piccirilli, i quali, peraltro, pare non fecero nulla per trasmettere ai figli la loro tradizione artistica.
Perché mai?

Persino nel Woodlawn Cemetery del Bronx, a New York, la loro tomba è praticamente invisibile e quasi introvabile, mentre è più facile individuare le numerose statue da loro scolpite per monumenti funebri che privati avevano loro commissionato.

Il luogo di sepoltura di Giuseppe Piccirilli e di Barbara Giorgi (che i registri del cimitero citano intanto erroneamente come "Geirgi") è infatti privo di nomi e indicazioni


La tomba consiste in una donna dolente con bambino, scolpita dai fratelli Piccirilli quando Attilio riportò negli Stati Uniti il corpo della madre deceduta in Italia. 

Non si legge, dicevo, alcun nome (ma nemmeno il cognome) della famiglia.

Dai registri risulta che in quella tomba vi sono, oltre che i corpi di Giuseppe Piccirilli e Barbara Giorgi, anche quelli dei figli Ferruccio, Attilio, Furio, Masaniello, Orazio e Getulio, l'ultimo dei Piccirilli brothers, venuto a mancare nel 1956.
Ma in quei registri non c'è invece nessuna notizia dell'unica figlia femmina della famiglia: Jole, che mi risulta sia morta nel 1973, dopo essere rimasta vedova giovanissima del marito, che si chiamava Alfred Mileti. E forse anche loro sono lì sepolti.

Altre notizie che ho trovato, infatti, riferiscono che in quella tomba giacciono i corpi di non ben precisati ulteriori otto membri di tre generazioni successive della famiglia Piccirilli.
Questa sopra, invece è - sempre nel Woodlawn Cemetery - la tomba di Ensign Nathan Piccirilli, figlio di Orazio e della moglie Angelina: morì anch'esso nella Seconda Guerra. Ma lui nella battaglia di Ormac Bay, Filippine. 



Eccoci alla fine, cari amici.
Dove vivano, e cosa facciano oggi i discendenti dei The Piccirilli brothers non sono proprio riuscito a saperlo.
Spero che i loro ragazzi più giovani conoscano la storia dei loro bisnonni: quelle menti italiane hanno contribuito ad abbellire l'America e Nuova York.

Anzi, mi piacerebbe davvero trovare qualche notizia di loro. Magari proprio grazie a queste righe. 



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